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Nigeria, gli attentati e le ragazze rapite. «Boko Haram è forte e ha legami con gruppi all’esterno del paese»

maggio 23, 2014 Leone Grotti

Intervista al sacerdote di Jos Kassam Basil Fukshiwe: «Il dolore provocato dai terroristi si sta trasformando in occasione di dialogo tra le religioni. Ma ci sono delle falle nel sistema di sicurezza»

Secondo l’ultimo rapporto delle autorità, il doppio attentato che martedì ha sconvolto la città nigeriana di Jos ha causato la morte di 192 persone. Molte altre sono rimaste ferite. Nessuno ha rivendicato l’attacco ma i sospetti ricadono ancora una volta su Boko Haram. Nella capitale dello Stato di Plateau, «oggi è tornata la normalità. La tensione ovviamente resta alta ma la gente è andata al lavoro perché deve continuare a vivere», dichiara a tempi.it padre Kassam Basil Fukshiwe, sacerdote dell’arcidiocesi di Jos.

Boko Haram è tornata a colpire città e villaggi. Vi aspettavate un simile attacco?
Assolutamente no. L’attacco è avvenuto durante l’ora di punta ed è stato portato a termine nonostante il livello di sicurezza in città sia alto. Ci sono pattuglie di forze speciali, polizia ed esercito in ogni piazza e strada della città. La vigilanza è presente giorno e notte, ma non è bastato. Nessuno è in grado di dire che cosa sia andato di storto, il governo ha promesso e rassicurato le persone che prenderà in mano la situazione. Ma è evidente che ci sono delle falle nel sistema di sicurezza.

Questo attacco rischia di aumentare la tensione religiosa tra cristiani e musulmani?
In Nigeria non è in atto uno scontro tra religioni: lo voglio ripetere con forza e chiarezza. I chierici islamici qui hanno condannato le azioni terroristiche di Boko Haram e si sono dissociati, al pari dei cristiani. Stiamo anche lavorando insieme a un programma inter-religioso per favorire la convivenza, dove è stato chiarito che gli scontri attuali non sono religiosi. Purtroppo questi terroristi sono forti e hanno legami con altri gruppi all’esterno del paese. Non sappiamo chi sono. Ma il dolore provocato dai terroristi a tutti i nigeriani si sta trasformando in occasione di dialogo tra le religioni.

Come state vivendo il rapimento delle oltre 300 ragazze di Chibok?
Chibok è molto distante da Jos ma tutto il paese sta pregando per il loro rilascio, perché possano tornare alle loro famiglie. Ora la comunità internazionale ci ha promesso il suo aiuto. Noi aspettiamo con pazienza anche se le nostre speranze si fanno sempre più flebili, dal momento che non sappiamo se verranno mai liberate. Viviamo in un’attesa fatta di preghiere e suppliche a Dio perché quelle ragazze possano tornare a casa.

Sembra sempre più evidente che il governo non è in grado di garantire la sicurezza nel paese. C’è qualcosa che i nigeriani possono fare per contrastare gli attacchi di Boko Haram?
Fermo restando che la sicurezza della popolazione spetta solamente al governo, i nigeriani stanno facendo quella che noi chiamiamo “Community watch”. Ognuno, cioè, deve stare all’erta ed essere attento alla sicurezza dell’ambiente in cui vive, in modo tale che qualunque fatto strano venga subito denunciato alle autorità. Inoltre, bisogna incoraggiare e insegnare alle persone a vivere insieme in pace. Quando questi terroristi arrivano, infatti, possono fare del male alle comunità solo se trovano un terreno favorevole e qualcuno che gli apre la strada. Ci sono tanti problemi nella società nigeriana legati al lavoro e alla proprietà. Per i terroristi è facile reclutare gente arrabbiata, senza speranza, ma noi dobbiamo incoraggiare tutti a dissociarsi da queste attività. La responsabilità ultima resta però del governo: noi possiamo solo collaborare.

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