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Monti a Tempi. Tutto quello che ci aspetta di qui al 2013 (e la verità sul 2010)

agosto 19, 2012 Luigi Amicone

«Mi rifiuto di pensare che un grande paese democratico non sia in grado di scegliere, attraverso le elezioni, un governo efficace». Lezione magistrale del professore venuto dall’Europa per salvare l’Italia (e tornare a casa)

Pubblichiamo l’intervista integrale al presidente del Consiglio Mario Monti, di cui ieri abbiamo riportato alcuni stralci. L’intervista appare sul numero del settimanale Tempi che sarà in edicola da giovedì e in anteprima al Meeting di Rimini a partire da oggi.

Questa lunga e distesa conversazione con Mario Monti si è svolta nel tardo pomeriggio dell’8 agosto a Palazzo Chigi. Cinquantaquattro minuti a tu per tu con il presidente del Consiglio che appariva in gran spolvero nel suo completo blu. Professore cosmopolita, ma anche con forte accento lombardo. «Cattolico superbamente dimesso» (© Alberto Melloni), ma anche molto a proprio agio nei panni di «Preside del governo» (© Giuliano Ferrara). Una forza di calma olimpica. Qualche patema per le mosse agostane del Generale Spread? «No, solo un po’ di stanchezza». Mandato in tipografia il 10 agosto e messo sotto embargo fino a questi giorni di Meeting di Rimini (inaugurato dallo stesso professore-presidente), questo dialogo ha dunque il limite di non conoscere se e quali, nel frattempo, siano state le piroette dei nostri Titoli di stato in rapporto ai famosi Bund tedeschi (oltre, ovviamente, a prescindere dagli altri avvenimenti capitati sotto il cielo: ad esempio, l’ormai famosa “Curiosity” avrà trovato tracce di vita marziana su Marte?). Tutte cose impronosticabili per definizione. Il bello della differita è però questo: non si fa impallinare dalle ultimissime su un quadro di crisi ormai acclarato e persistente almeno sui fondamentali (tipo il -2,5 per cento di Pil atteso per l’Italia nel 2012 e la disoccupazione oltre il 10 per cento). E non strizza l’occhio alle polemiche di giornata. Tutto qui. E ora l’intervista.

Partiamo da un tema non strettamente economico: l’emergenza carceri. Il sovraffollamento dei penitenziari italiani è stato oggetto di richiami da parte del Capo dello Stato, di sentenze di condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo e, da ultimo, di una lettera aperta al presidente Napolitano di 120 costituzionalisti a sostegno di amnistia e indulto. Circa la metà dei detenuti è peraltro in attesa di giudizio, a riprova di una giustizia lenta. Cosa state facendo per uscire da questa situazione di illegalità? Può il governo sollecitare il Parlamento a prendere un’iniziativa importante come l’amnistia?

È un tema della più grande importanza e mi fa piacere che lei abbia deciso di iniziare da questo. La giustizia deve dare risposte nel segno di una giurisdizione rapida, efficace, al passo con i tempi. Risposte tardive sono un servizio denegato al cittadino e dunque un danno alla collettività, anche sotto il profilo economico. In questo periodo, poi, l’insopportabile caldo rende ancor più drammatico il sovraffollamento carcerario. È un problema rispetto al quale il ministro della Giustizia Severino si è mossa da subito, con un pacchetto di norme, portato in uno dei primi consigli dei ministri dello scorso dicembre, che al primo punto aveva il decreto “salva-carceri”. Grazie a questa misura d’urgenza è stato possibile porre un freno al fenomeno delle cosiddette “porte girevoli”, vale a dire il transito di soggetti fermati o arrestati per soli tre giorni. Il risultato è che in sette mesi il numero dei detenuti non è aumentato ma, anzi, è andato diminuendo (erano oltre 68 mila mila alla fine del 2011, ora sono circa 66 mila). È un primo passo e altri ancora vanno compiuti. Lei mi chiede dell’amnistia. Voglio ricordare che si tratta di una misura per la quale sono necessari due terzi dei voti del Parlamento che non mi pare al momento ci siano. Nel frattempo non restiamo inerti. Il ministro Severino ha sollecitato, e ottenuto per settembre, la calendarizzazione in aula alla Camera di un disegno di legge sulle misure alternative al carcere. Come già avviene in altri paesi, esistono istituti quali la reclusione domiciliare o la messa alla prova che possono avere un effetto deflattivo sul sovraffollamento carcerario senza che ciò vada a discapito della sicurezza dei cittadini. Il piano straordinario di edilizia penitenziaria non è stato poi abbandonato e mi risulta che con 200 milioni di euro in meno si sta provvedendo alla costruzione di nuove carceri e di nuovi padiglioni in vecchi istituti, addirittura in misura maggiore rispetto a quanto era stato previsto un anno fa. È dal mix di queste riforme strutturali che si può arrivare alla soluzione del problema. Ma nel settore giustizia sono numerose le novità legislative volte a dare risposta non solo all’emergenza carceraria ma anche a quella lentezza dei processi che, come calcolato dalla Banca d’Italia, incide negativamente sulla crescita del nostro paese per un punto percentuale di Pil. Penso, ad esempio, al filtro in appello per le cause civili, all’istituzione di un tribunale per le imprese, alla riforma del risarcimento danni da eccessiva durata dei processi oppure alla revisione della geografia giudiziaria. Tanti graduali passi per un risultato importante.

Occorre onestamente riconoscere che in sei mesi il suo governo ha fatto cose che nessun governo precedente ha mai avuto il coraggio di fare. Di quali va più orgoglioso?

Orgoglioso, di nulla. Soddisfatto e grato, della conseguita possibilità di far lavorare per uno scopo convergente forze politiche divergenti. In spirito costruttivo e unitario siamo riusciti a mobilitare queste energie nel Parlamento e forse anche in qualche misura a spiegarci col Paese in un momento che di per sé sarebbe stato il meno adatto a recepire incisive e pesanti iniziative strutturali. Beh le ha recepite. E l’ha fatto in un tempo molto concentrato e questo non mi rende orgoglioso, ma soddisfatto di aver contribuito a questo passaggio, che credo fosse inevitabile per non precipitare in una crisi dai contorni imprevedibili e per avviare l’Italia su una via di riforme e di crescita che daranno risultati più avanti.

Certamente da qui a marzo 2013 avrà pochi ma importanti provvedimenti in agenda. Cosa pensa di poter ancora realizzare di qui alle elezioni?

Ci sono cose che richiederanno azione per essere continuate e cose che richiederanno azione per essere fatte. Nella prima categoria ci sono tutte le iniziative in materia di risanamento dei conti pubblici e di contenimento del disavanzo che sono state già decise ma che devono essere attentamente sorvegliate nella loro esecuzione. In secondo luogo ci sono azioni nel campo delle riforme strutturali (come quella del lavoro), che richiedono uno sforzo per la loro messa in opera e forse l’aggiornamento di alcuni aspetti. Infine vorrei sottolineare le azioni in corso per la lotta all’evasione, lotta al lavoro nero, e misure per dare maggiore spazio al merito e non alla cooptazione. Nella seconda categoria, ci sono appunto le azioni che abbiamo riservato per la seconda metà della vita del governo, come la dismissione di parti del patrimonio pubblico per ridurre il debito. Abbiamo preferito nella prima parte di vita del governo concentrarci sulla attività di contenimento del disavanzo e di riforma, mentre adesso che abbiamo compiuto passi che hanno dimostrato all’Europa e al resto del mondo la capacità e la volontà del paese di operare cambiamenti nel profondo delle sue strutture, è bene accompagnare queste riforme con una riduzione del debito pubblico attraverso la cessione di alcuni attivi. Se avessimo dato la priorità a quest’ultima azione si sarebbe potuto pensare che l’Italia non credeva necessarie riforme strutturali di modifica della propria “macchina” e questo avrebbe dato un pessimo segnale ai mercati e all’Unione Europea. Infine vorrei aggiungere un’attività trasversale, e cioè l’impegno attivo del governo sul fronte europeo, dove nell’interesse dell’Italia e dell’Europa, abbiamo molto investito per fare evolvere il governo delle politiche europee.

Il fatto che l’Italia paghi sui Btp decennali tassi molto elevati rispetto al nostro reale stato patrimoniale sta a indicare che il problema spread dipende dal famoso ma fragile “fire-wall” costituito col fondo Ue di stabilizzazione o “salva stati” (Esm). A questo proposito, pensa di sostenere in maniera chiara e forte in sede europea la proposta Prodi-Quadrio Curzio di trasformare l’Esm in Fondo Finanziario Europeo che emetta eurobond e rilevi parte dei debiti pubblici nazionali chiedendo agli stati delle garanzie reali?

Questa degli eurobond è una proposta articolata e intelligente, che contiene anche elementi che da tempo il governo italiano – oltre a questi illustri economisti – ha portato al tavolo europeo. Abbiamo visto tutti che alcuni paesi (certamente la Germania, ma anche alcuni paesi nordici) non sono disposti in questo momento a dare il loro consenso agli eurobond. Ciò significa che probabilmente essi verranno ma un po’ più avanti, quando si saranno fatti passi verso una maggiore messa sotto controllo delle finanze pubbliche dei singoli paesi da parte delle istituzioni comunitarie. L’idea della Germania e di altri è che si possono mutualizzare in tutto o in parte i debiti pubblici solo quando si è sicuri che nessun paese sia deviante in materia di troppo debito pubblico. Ovvero, quando la politica di indebitamento sarà gestita in modo più coordinato dal centro…

Perdoni l’ignoranza, ma non basterebbe ipotecare i patrimoni dello Stato per emettere gli eurobond?

È un po’ più complicato. La sua intuizione è ottima, lungi dall’essere ignoranza, ma è più complicato.

Perché il suo governo ha abbandonato la strada del federalismo? Dico questo anche a fronte delle rimostranze delle regioni più virtuose, che protestano perché sembra che la revisione della spesa le obblighi a fare tagli analoghi a quelle regioni che invece presentano voragini di bilancio e amministrazioni inefficienti. E ancora, del federalismo in chiave macroregionale proposto da Formigoni cosa pensa?

In tutta l’attività di spending review noi non abbiamo fatto tagli lineari, come si suole chiamarli, proporzionalmente uguali dappertutto nei vari campi. Abbiamo invece svolto un’attività più minuta e profonda, che ha richiesto più tempo. Nel comparto delle spese di acquisto di beni e servizi da parte di ciascuna pubblica amministrazione centrale o locale, con l’aiuto del commissario Bondi abbiamo per esempio calcolato i costi mediani dell’acquisto di una siringa da parte di un ospedale e gli scostamenti da questa mediana. Ma non abbiamo chiesto le stesse riduzioni a tutti. Abbiamo dato a ogni centro di costo la conoscenza di dove lui si colloca rispetto agli altri e abbiamo chiesto sforzi maggiori a quelli che fino ad oggi hanno deviato verso l’alto. Insomma, per farle un altro esempio, se ci sono due ospedali non distanti nella stessa città dove il pasto per malato costa in uno il 40 per cento in più che nell’altro, probabilmente c’è qualcosa che non va. Sulla questione del federalismo noi rispettiamo quello che c’è nelle attuali leggi dello Stato. Forse in precedenti governi si è lavorato all’insegna del federalismo nella convinzione che esso fosse la riforma strutturale per dare ordine e slancio all’economia italiana. Mentre noi siamo convinti che il federalismo deve essere solidale, non può cioè non tenere conto delle diversità tra le diverse regioni e delle differenze territoriali. Soprattutto non deve esimerci dal fare riforme strutturali nei vari campi: dalle pensioni, al mercato del lavoro, alle liberalizzazioni, alla concorrenza, alle semplificazioni, eccetera.

L’Italia è uno dei paesi più vecchi del mondo. Ma in Italia le famiglie non sono mai nelle agende governative e, per quanto riguarda i giovani, essi continuano a crescere in un sistema pubblico di istruzione-formazione che presenta grandi pieghe di obsolescenza. Un sistema che dovrebbe essere (per legge Berlinguer dell’anno 2000) costituito da due rami, quello statale e quello non statale, e che invece continua a privilegiare soltanto il sistema statale. Il primo costa ai contribuenti qualcosa come 55 miliardi l’anno. Il secondo – mi riferisco alle scuole paritarie – costa circa 500 milioni, pur scolarizzando circa il 10 per cento della popolazione studentesca, ricevendo così dallo Stato solo lo 0,5 per cento delle risorse per le scuole statali. Di più, quest’anno e per i prossimi tre, gli stanziamenti per le paritarie pare siano ridotti del 50 per cento e se non cambia il regolamento attuativo dell’imposta esse dovranno anche pagare l’Imu.

Il nostro è un governo che, per sua composizione, per suo programma, per suo orientamento, riconosce importanza e grandi spazi alla sussidiarietà, alla convivenza nel profondo reciproco rispetto tra pubblico e privato, tra Stato e Chiesa, tra le religioni. Io che ho studiato in una scuola cattolica, conosco ovviamente il grande ruolo, accanto all’istruzione pubblica, dell’istruzione paritaria e il contributo sociale che le scuole non statali offrono sopperendo alle difficoltà di molte realtà del paese. Il governo agisce in un clima di costrizione di tempo e di spazi finanziari credo senza precedenti nella vita dell’Italia repubblicana. La salvezza del paese rispetto a una crisi economica, finanziaria e politica molto profonda impone a tutti un contributo significativo e siamo coscienti che il sostegno delle istituzioni pubbliche è limitato. La dimensione della sussidiarietà si completa nella solidarietà, che resta un principio fondamentale della Costituzione italiana e dello sviluppo dell’Unione Europea. Pur nelle ristrettezze finanziarie da tutti avvertite e ferma l’esigenza di consolidamento e messa in sicurezza del bilancio, il sostegno a quanti sono espressione dei valori della sussidiarietà e della solidarietà è perciò un obiettivo importante per quanti hanno a cuore il benessere e la crescita dell’intero paese.

In tutta franchezza lei ci sta dicendo che per le scuole paritarie conferma il taglio del 50 per cento di quei 540 milioni previsti e che dovranno pagare l’Imu?

Al di là della correttezza dei numeri da lei forniti relativamente al finanziamento pubblico alle scuole paritarie degli anni scorsi, posso assicurare che il governo non farà mancare al settore, cui riconosce una essenziale funzione complementare rispetto a quella esercitata dalle scuole pubbliche, il necessario sostegno economico. A ciò si provvederà, compatibilmente con i limiti tracciati con i recenti interventi di revisione della spesa pubblica, con la legge di stabilità del prossimo autunno.

Non le sembra esagerata e nei fatti controproducente l’esasperazione comunicativa a riguardo della lotta all’evasione fiscale, i blitz e gli annunci come quelli della Gdf che ha occupato un intero stabile a Olbia, promettendo che avrebbe passato l’estate a setacciare la Costa Smeralda? Le sembra un risultato conveniente spingere le persone benestanti a trasferire le loro barche in Corsica o in Costa Azzurra e i loro conti in Svizzera o in Austria?

Si tratta di capire che visione abbiamo della società italiana. Il mio governo pensa che la ripresa di un cammino di crescita economica e l’avvio – perché ne siamo ben lontani – di un percorso verso una società civile moderna richieda cambiamenti profondi in alcuni aspetti, in alcune mentalità, in alcuni comportamenti a cui noi siamo abituati e che sembrano fare parte della vita della collettività italiana. L’evasione fiscale è il male della società civile. Perché altera il rapporto tra il cittadino e lo Stato. Sbriciola il rapporto di fiducia tra i diversi cittadini, perché c’è quello che riesce a evadere e quello che non vuole, o non può, evadere. Manda a pallino la concorrenza perché crea un grosso fattore di competizione sleale fra chi paga le tasse e chi non le paga. Infine, la notorietà pubblica del nostro alto tasso di evasione contribuisce molto a indisporre nei confronti dell’Italia quei paesi verso i quali di tanto in tanto potremmo aver bisogno di assistenza finanziaria. Come i paesi del Nord Europa, che dicono: «l’Italia è un paese molto ricco, però lo Stato ha un fortissimo debito pubblico che magari richiederà domani di aiutarla a rinnovare; eppure ci sono italiani ricchi o medi che sistematicamente non pagano le tasse». Insomma, l’evasione fiscale produce un grosso danno nella percezione del paese all’estero. Se uno pensa – e io lo penso – che l’Italia si trova in uno stato di difficoltà soprattutto a causa di questo fenomeno e che si trova da questo punto di vista in uno “stato di guerra”, allora strumenti forti possono acquistare una loro giustificazione. Io stesso, fino a poche settimane fa, quando sono stato anche ministro dell’Economia e delle finanze e quindi responsabile dell’Agenzia delle entrate e responsabile politico della Guardia di Finanza, ho sempre incoraggiato fortemente le persone che vi lavorano a fare una dura lotta all’evasione. La seria lotta all’evasione può comportare la necessità di momenti di visibilità che possono essere antipatici. Ma che hanno un forte effetto preventivo nei confronti degli altri cittadini. Al tempo stesso ho sempre raccomandato il più grande rispetto dei diritti individuali e del contribuente. Però insisto: il nostro paese per fortuna è in pace, ma ha alcune ferite che sono quasi di natura bellica. L’evasione fiscale è una di queste. Così come sono ferite di natura quasi bellica quelle prodotte al paese dalla criminalità organizzata. Ambito in cui i governi da parecchio tempo stanno avendo successi importanti, così come il governo precedente aveva già fatto molto in materia di lotta all’evasione. Ebbene queste cose richiedono un contrasto non morbido, che però ammetto può portare come effetto collaterale alcune controproducenze di cui bisogna tenere conto, ma senza perdere di vista l’obbiettivo di vincere la guerra all’evasione e alla criminalità organizzata.

Giustizia e intercettazioni. Dopo il caso sgradevole delle intercettazioni nei confronti del Capo dello Stato…

Aggiungerei: grave.

Condivido. Dicevo che dopo il caso che ha coinvolto il presidente Napolitano altri episodi (come quello del 19 luglio scorso in cui un capo di procura siciliana ha detto che certe istituzioni e personalità “puzzano” e ha rivendicato il “profumo della libertà” per una certa parte della magistratura che io definisco “combattente”: bene, al solo ventilare la possibilità di una sanzione per quel procuratore da parte del Csm, 320 magistrati hanno fatto quadrato dichiarando che sottoscrivevano il discorso del loro collega) dovrebbero finalmente convincere il suo governo a porre un argine a certa barbarie giudiziaria che produce gogna sui giornali e violazione sistematica del segreto istruttorio. Lei non può essere accusato di fare leggi ad personam…

Non tocca al governo, al presidente del consiglio, di esprimere giudizi di carattere generale. È peraltro evidente a tutti che nel fenomeno delle intercettazioni telefoniche si sono verificati e si verificano abusi. È compito del governo prendere iniziative a riguardo. È in corso in parlamento il dibattito sul disegno di legge presentato dal precedente governo in merito alle intercettazioni telefoniche. Il nostro governo, nella persona del ministro della giustizia Paola Severino, interviene attivamente in materia nell’iter parlamentare che sta procedendo. Così come avviene in materia di legge contro la corruzione. Insomma in tutti quegli aspetti della giustizia che sono così importanti sia per la vita civile, sia per i diritti individuali, sia per la vita economica del paese.

C’entra qualcosa quello che sta facendo con la sua fede, il suo essere credente e cattolico?

Quello che sento dentro di me e che mi ha mosso ad accettare l’incarico affidatomi dal Capo dello Stato e confermatomi dalla fiducia del Parlamento, può tranquillamente restare dentro di me e non sento l’esigenza di manifestarlo. Certamente, nell’anima e nel cuore di chi si trova in questa come in altre posizioni piuttosto impegnative ci sono molte componenti civili e spirituali di ordine superiore. E rappresentano anche una miscela di ragione, di emozioni, di speranze, di amarezze, che può evolvere nel corso del tempo. Ma così come credo che chi governa abbia i più alti obblighi di trasparenza – e noi tra parentesi abbiamo stabilito standard senza precedenti per quel che riguarda la trasparenza patrimoniale dei membri del governo – credo però che sia bello tenere dentro di sé le molle che guidano la persona.

Intervenendo in Bocconi, la sua università, lei all’inizio di quest’anno disse che finita questa fase sarebbe rientrato in università. Però forse avrà capito che il paese potrebbe avere ancora bisogno di lei. Nel caso che dopo le prossime elezioni, Parlamento e partiti le chiedessero di rimanere o comunque di continuare ad avere responsabilità di governo, pensa che potrebbe rivedere la sua decisione di un ritorno alla vita privata?

Mi rifiuto di pensare che un grande paese democratico come l’Italia non sia in grado, attraverso libere elezioni, di scegliere una maggioranza di governo efficace e, indirettamente, un leader adeguato a guidarla. Quindi la sua domanda credo e spero non sarà rilevante.

Un’ultima curiosità: intende smentire o no la notizia del settimanale L’Espresso secondo la quale lei, nell’autunno del 2010, venne contattato dall’onorevole Massimo D’Alema, che a Milano, in una cena a casa di un noto professionista, le propose con altri l’assunzione di responsabilità politiche e di governo nel caso di una caduta anticipata del governo Berlusconi?

Non smentisco quell’occasione e posso solo dire che nel mondo politico ci furono diverse persone che, intorno a quell’epoca, nelle loro previsioni o scenari sul futuro politico italiano di breve termine, mi prospettarono ipotesi che mi coinvolgessero. E io sono sempre stato ad ascoltare pensando che si sbagliassero.

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