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La prima intervista di Meriam in tv: «Ero sicura che Dio era al mio fianco. La fede è stata la mia unica arma»

settembre 18, 2014 Chiara Rizzo

La cristiana sudanese condannata a morte per apostasia e poi liberata, ha raccontato a Fox news la sua storia: «Se ho avuto paura di morire? La fede è vita. Se non ce l’hai, non sei vivo. Ci sono molte altre Meriam nel mondo».

meriam-pistelli-cristiana-libera3Meriam Ibrahim, la cristiana sudanese arrestata nel 2013 con l’accusa di apostasia, condannata a morte e poi scarcerata nel giugno del 2014 per le forti pressioni internazionali, dall’1 agosto si è trasferita negli Stati Uniti, dove oggi vive (in New Hampshire), con il marito e i due figli. Lo scorso 15 settembre Meriam ha rilasciato per la prima volta un’intervista alla tv statunitense Fox news, durante la trasmissione “The Kelly File”.

«SICURA CHE DIO ERA AL MIO FIANCO». Meriam ha ricostruito tutta la sua vicenda e ha esordito spiegando: «La situazione era difficile, ma io ero sicura che Dio era al mio fianco. Avevo solo la mia fede dalla mia parte, e io sapevo che Dio mi stava vicino, in ogni situazione». Meriam ha quindi ricordato che, dopo essere stata frustata e essere stata condannata, nel gennaio 2014 «il tribunale mi diede tre giorni per decidere se rinunciare alla mia fede cristiana e convertimi. Vennero a trovarmi in carcere alcune persone della Muslim scholar association. Erano imam, mi dissero che avrebbero potuto intervenire sulla corte, recitavano dei pezzi del Corano davanti a me. Mi sentivo sotto pressione. Rifiutai». La donna era stata arrestata mentre era incinta, e con lei era finito in carcere anche il figlio primogenito, che all’epoca aveva appena un anno. Ma anche in queste circostanze, la donna ha spiegato: «Io avevo la mia fede, era la mia unica arma durante questo confronto con gli imam. Se mi fossi convertita all’islam, ciò avrebbe significato che sarei stata sconfitta. Non era possibile rinunciare e convertimi, perché non era vero, non mi era possibile se credevo veramente nella mia religione, che è stata una mia scelta libera. So che ci sono altre persone che soffrono quello che ho passato io. Ci sono molte altre Meriam in Sudan, e nel resto del mondo. Non ero sola».

«LA FEDE È VITA». Alla giornalista Megyn Kelly, che le ha chiesto se ha avuto paura di morire, Meriam ha risposto sorridendo: «La fede significa vita. Se non hai la fede non sei vivo». Dodici giorni dopo aver ricevuto la condanna a morte, Meriam ha partorito la piccola Maya. «È nata in circostanze difficili – ha proseguito la donna –. Pensavo che avrei partorito in ospedale, ma il tribunale ha rigettato la mia richiesta. Quando ho avuto le doglie, si sono rifiutati di togliere le catene alle mie caviglie, per cui ho dovuto partorire in catene. È stato difficile». La giornalista ha chiesto a Meriam come abbia potuto fronteggiare in quel momento la sua situazione, con una figlia neonata e un bambino con lei in carcere, e sapendo di essere stata condannata a morte. «È stata una situazione davvero difficile, ma io ero certa che Dio mi avrebbe aiutata, che Lui sapeva che ero vittima di un’ingiustizia, e che io ho il diritto di poter praticare la religione che ho scelto».

«IL CONSOLE AMERICANO NON CI AIUTO’». Meriam ha quindi raccontato cosa accadeva intanto fuori dal carcere in cui era detenuta. «Quando all’inizio della mia prigionia Daniel (il marito, ndr) si recò all’ambasciata degli Stati Uniti, il console ha rifiutato di parlare con lui e di ascoltare i dettagli del problema, e si è rifiutato di avere a che fare con me e ci disse di rivolgerci all’Onu. Tuttavia, l’ambasciatore mi è stato accanto e il suo supporto ha fatto una grande differenza».

FINALMENTE LIBERA. Dopo molte pressioni internazionali, la corte d’appello del Sudan il 23 giugno scorso ha liberato Meriam, che così ha ricordato il giorno in cui ha ricevuto la notizia: «Ho riso, ho pianto. Ero davvero felice». La donna, però, dopo la scarcerazione è stata quasi subito riarrestata, e trattenuta per 48 ore ma, di nuovo dopo le pressioni internazionali, è stata liberata ed è quindi partita dal Sudan, con il marito e i figli, a bordo di un aereo di stato italiano, accompagnata dal viceministro degli Esteri Lapo Pistelli, poi a Roma ha incontrato papa Francesco. Così ha ricordato quel momento: «Ero molto felice. Io non avevo mai avuto problemi con nessuno, non avevo mai fatto qualcosa di male né commesso alcun reato. L’unica colpa che avevo era quella di aver seguito la strada che avevo scelto».

«CI SONO MOLTE ALTRE MERIAM». Meriam ha confessato di essere comunque triste di aver lasciato il Sudan: «È il paese dove sono nata. La mia gente, i miei amici, i miei vicini vivono tutti lì e la mia vita è profondamente legata al Sudan, malgrado tutte queste sofferenze e queste difficili circostanze». La giornalista le ha chiesto dell’islam nel suo paese, ricordando che le persecuzioni nei confronti dei cristiani in Sudan sono frequenti e l’80 per cento delle giovani donne subisce mutilazioni per l’applicazione della sharia. Meriam ha risposto: «Ho messo la mia vita a rischio per le donne del Sudan. Ero vicina a loro e conoscevo bene le loro sofferenze. Ho condiviso con loro circostanze molto dure in prigione, ma anche nella vita più in generale. Riguardo alla situazione dei cristiani, è un fatto ben noto che vivano in Sudan in condizioni difficilissime, che sono perseguitati e minacciati continuamente. Sono spaventati a dire che sono cristiani, hanno paura delle persecuzioni. A volte vengono imprigionati dei cristiani che vivono in ristrettezze economiche: e viene loro detto che il governo pagherà tutti i loro debiti se si convertono all’islam. Io non sono mai stata musulmana. Sono sempre stata cristiana. Ma se tu sei cristiano e ti converti all’islam, è difficile poi anche vivere l’islam, perché se fai qualcosa resti sempre soggetto alla pena di morte».

«HO ANCORA PAURA». Meriam ha confidato che «oggi in New Hampshire non ho ancora una vita “stabile”, ma è certo meglio della prigione. Continuo a sentirmi in pericolo, perché nella mia mente ho ancora immagini vivide della situazione in Sudan». Riguardo ai suoi figli, Meriam ha raccontato che i bambini «adesso sono davvero felici di vivere con il loro padre, come una famiglia unita». Alla domanda su quale sarà il futuro che immagina per lei, Meriam ha spiegato: «Vorrei aiutare le persone in Sudan e in Africa, in particolare le donne e i bambini. Vorrei anche ringraziare tutti per il vostro aiuto e le vostre preghiere. Ho ancora bisogno di preghiere e aiuto».

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1 Commenti

  1. domenico b. scrive:

    Meriam ci chiede di pregare per lei, e allora ti ringraziamo Signore per lei, per asia Bibi, per I cristiani che in Iraq hanno mollato tutto per non rinnegarti….Ti ringraziamo per la loro testimonianza. Dona anche a noi un briciolo della fede che hai dato a loro, a noi, che nella nostra tiepidezza a volte pretendiamo di insegnare ai Pastori che tu ci hai donato. Amen

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