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“Macao paraculao”, storia di uno sgombero finito in manfrina

maggio 22, 2012 Chiara Sirianni

I milanesi puntano il dito contro Macao: «Andate a lavorare». E per il Comune la situazione si fa imbarazzante. A partire dal bando, aperto, dell’ex Ansaldo.

Uno sgombero, si spera l’ultimo, ieri ha posto la parola fine al caso MacaoUn blitz all’alba ha fatto sgomberare il collettivo da Palazzo Citterio (proprietà del Ministero dei Beni Culturali) nel quartiere di Brera, a Milano: la “nuova sede”, come è noto, era stata scelta in seguito all’allontanamento dalla torre Galfa. E adesso, cosa accadrà? Probabilmente nulla. Anche perché l’entusiasmo nei confronti dei “lavoratori dell’arte” è decisamente calato. Innanzitutto da parte dei sostenitori, che dopo il rifiuto dello spazio ex Ansaldo si sono rapidamente convertiti in denigratori, accusando Macao di aver peccato di presunzione. E soprattutto da parte del Comune, che si era inizialmente reso disponibile a un dialogo. L’assessore alla Cultura, Stefano Boeri, ha immediatamente preso le distanze, definendo l’occupazione di Palazzo Citterio «figlia di un vecchio modo di far politica». Anche perché, due mesi fa, si è raggiunto un accordo destinato finalmente a far partire, dopo 20 anni di tentennamenti e indifferenze, il progetto della Grande Brera.

A prescindere dalle sorti del collettivo (appassionanti fino a un certo punto) le grane ora sono tutte politiche. In primis per chi, singolarmente (da Basilio Rizzo, presidente del Consiglio Comunale, a Mirko Mazzei, presidente della Commissione Sicurezza) ha dimostrato nei confronti di Macao una simpatia forse eccessiva, dato che di occupazione abusiva (seppur colorata, partecipata e creativa) si tratta. E soprattutto perché se ora il Comune dovesse accettare la corsa di Macao al bando dell’ex Ansaldo, l’effetto finale sarebbe sgradevole.

Quali sono le prossime mosse? «Dopo tutto quello che hanno combinato, non credo che avranno il coraggio di partecipare» auspica il capogruppo Pd, Carmela Rozza. «E poi non ho ancora capito qual è il loro progetto. Se ce n’è uno. Di certo è un loro diritto: i bandi sono aperti. E non è assolutamente vero, come qualcuno ha vaneggiato, che avrebbero saltato la fila. Il problema sta proprio nel mancato rispetto della legalità: non si può pensare di poter entrare senza colpo ferire nel palazzo che ti piace di più». E se dovessero decidere di occupare l’ennesima sede? «Spero proprio di no, è una vicenda che personalmente mi ha stancata. Ovviamente per quanto ci riguarda, ad ogni occupazione seguirà uno sgombero immediato».

Come si è arrivati a questo punto? E che cos’è Macao? Di certo qualcosa di molto diverso dal movimento orizzontale di cui qualcuno si è illuso di far parte. Si tratta piuttosto di una rete di soggetti, ben definiti, che operano in tutta Italia: Lavoratori dell’arte, Cinema Palazzo di Roma, Teatro Valle Occupato di Roma, Sale Docks di Venezia, Teatro Coppola di Catania, Asilo della Creatività e della Conoscenza di Napoli, Teatro Garibaldi Aperto di Palermo. La lotta, insomma, se così la si vuole chiamare, è iniziata molto prima dell’occupazione della Torre Galfa.

A Milano i “lavoratori dell’arte” esistono dal 2009, anno in cui oltre cinquemila firme vengono raccolte a sostegno di un appello al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che richiama l’attenzione sulle emergenze del sistema culturale italiano. Esprimono la convinzione che sia necessario conquistare per l’arte e la cultura lo status di “beni comuni” per costruire “un nuovo welfare culturale”. Già a settembre 2011 in un documento si faceva riferimento a una “precarizzazione” del mondo dell’arte, invitando «tutti i lavoratori dell’arte ad aprire uno spazio di discussione, di azione politica e di espressione artistica, che diventi luogo dove reclamare i diritti ed elaborare un diverso immaginario di produzione culturale». A maggio, si decide di occupare la Torre Galfa («Un luogo in cui gli artisti e i cittadini possono riunirsi per inventare un nuovo sistema di regole per una gestione condivisa e partecipata», comunicato stampa del 5/5/2012).

Insomma, Macao non è diventato un movimento elitario, lo è sempre stato. Nonostante i tentativi, con qualche birra a due euro e una manciata di concerti gratuiti, di coinvolgere la cittadinanza. Inoltre, girava voce nei giorni trafelati dello sgombero, che Palazzo Citterio era, fin dall’inizio, l’obiettivo principale. Questo spiega il rifiuto di scendere a compromessi con Giuliano Pisapia e la presuntuosa freddezza con cui è stato trattato l’assessore alla cultura, Stefano Boeri. Avvolto in un sacco a pelo come un boy-scout, aveva raggiunto gli occupanti per spiegare come, in città, di spazi vuoti ce ne siano moltissimi. Sfitti, invenduti, da mettere a disposizione alla vita culturale della città. E per invitare (morbidamente, non come un De Corato qualsiasi) a sgomberare Via Galfa, ridotta a campeggio per tre giorni. Concorrendo, tramite regolare bando, come fanno tutti: «Spero che la prossima assemblea potrà essere all’Ansaldo. Con tutte le realtà che vogliono arricchire Milano, da tutti i punti di vista». Risposta? Quasi seccata: «Andando via dal quartiere deluderemmo le persone che ci sono vicine, che sono scese dalle finestre. Che ci hanno portato da mangiare».

Qualcuno borbotta “ma chi?”, ma è troppo tardi: «Abbiamo una visibilità enorme, io mi occupo della parte multimedia, e vi assicuro che gli articoli arrivano anche dal Giappone». «Siamo stati attaccati dal potere, ma anche oggi siamo tantissimi e bellissimi». Si disserta di occupazioni «diversamente legali» e di «cultura verticale», di situazionismo e di Deleuze. «Stiamo qui e strutturiamoci, gli architetti stanno pensando alle case mobili».

Il secondo schiaffo a Pisapia, quello ufficiale, è arrivato qualche giorno dopo. “Non fate troppo casino”, aveva chiesto il sindaco ai ragazzi di Macao, accampati in via Galvani. Convocando, a stretto giro, un primo incontro pubblico all’ex Ansaldo. Con tanto di comunicato stampa: «È un invito ai cittadini e agli operatori dell’arte, dello spettacolo e della conoscenza di Milano. L’intento è quello di avviare un percorso collettivo in cui affrontare insieme le questioni delle nuove forme di rappresentanza e delle nuove regole di partecipazione e accesso ai luoghi di produzione culturale».

Anche questa volta, nel timore di perdere consenso, il tono era più che accondiscendente. Tanto che il centrodestra l’ha definita una resa incondizionata. Ad ogni modo, il “messaggero” di Macao non solo non ha partecipato all’assemblea, limitandosi a leggere (direttamente da un Mac, al posto del vetusto foglio di carta) un comunicato, ma ha rifiutato la mano tesa del sindaco. Davanti a un Boeri visibilmente infastidito, e a un Dario Fo in grande imbarazzo. Dopo essersi precipitato a sostenere il progetto, dopo aver fatto un tifo entusiasta e palese per i precari dell’arte, è stato lasciato sulla sedia con l’ingrato compito di doversi scusare con la platea.  E ha esternato la sua palese irritazione: «Il rifiuto di parlare con l’Amministrazione lo trovo decisamente stupido. E sono riusciti a inimicarsi anche parte della sinistra. Mancano le idee chiare, e un po’ di sana umiltà».

Il terzo schiaffone è arrivato con l’occupazione di Palazzo Citterio. Ben diverso da un edificio privato. Con tanto di striscione in bella vista, rivolto alla giunta: “La vostra politica crea il vuoto”. E adesso? La festa è finita? Lo sgombero di ieri, nonostante il solito appello (“ci sgomberano, accorrete”) si è svolto nell’indifferenza generale. Anzi, sulla rete i commenti sarcastici si sono sprecati: si va da «cosa vi aspettavate, una medaglia?» al «tempo fa si diceva “Birra Gratis” per far venire gente alle serate». «Siete in silenzio stampa? Giusto, almeno finché non si chiarisce la posizione di Ibrahimovic». «C’è chi rincara: «La gente c’ha da lavorare!». Qualcuno riassume così: «Macao paraculao». Insomma, si sta sfiorando il ridicolo. E Pisapia non può permettersi altri passi falsi.

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