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Lettrice a Tempi: «Se la scuola non può scegliersi gli insegnanti, non sarà mai di qualità»

giugno 26, 2012 Elena Dell’Orto

Riceviamo e pubblichiamo l’intervento di una lettrice sul reclutamento diretto degli insegnanti da parte delle scuole: «Il nostro sistema scolastico è potenzialmente eccellente, ma in Italia vince il centralismo».

Una lettrice scrive a Tempi sull’importanza del reclutamento diretto degli insegnanti dopo aver letto l’intervista al consigliere regionale Mario Sala dal titolo: «Ma perché solo la scuola non può avere regole di buon senso?».

Egregio Direttore,

leggo con delusione che l’articolo 8 della legge Misure a favore dello sviluppo, della crescita e della occupazione, approvata dal consiglio regionale lombardo lo scorso aprile, è stato impugnato dal governo Monti davanti alla Corte Costituzionale. Tale articolo riguarda la possibilità per le scuole di scegliere, in via sperimentale, i propri supplenti annuali in modo autonomo, e non più in base alle graduatorie: sono evidenti i benefici che ne deriverebbero in termini di continuità nella gestione delle docenze a vantaggio degli alunni e quindi della scuola stessa. A febbraio, avevo accolto l’approvazione di questo articolo come il primo passo verso una modernizzazione della scuola italiana, di questi tempi più che mai necessaria, e come un primo spiraglio per il futuro di chi, come me, a seguito di una solida preparazione, desidera fare dell’istruzione e dell’educazione il proprio lavoro. Oggi, ancora una volta, sono invece costretta a constatare come in Italia continuino a vincere la burocrazia e il centralismo.

Da un anno lavoro come insegnante madrelingua in una scuola superiore del Regno Unito ed ho così avuto la possibilità di conoscere a fondo il sistema scolastico inglese, testimonianza di come la questione del reclutamento sia fondamentale e costituisca il vero discrimine per una scuola di qualità. Solo scegliendo direttamente i propri insegnanti, infatti, una scuola può monitorare la loro professionalità e competenza. La modalità di reclutamento poi si ripercuote sul sistema di abilitazione, come appunto ci dimostra il caso Gran Bretagna. Qui, il Qualified Teacher Status, ossia l’abilitazione, si può ottenere portando a termine uno dei due programmi – GTP o PGCE – riconosciuti dal governo. Tali programmi vengono gestiti da Università o istituti governativi che, dopo aver esaminato il curriculum del candidato, e averlo incontrato per un colloquio, possono elargirgli consistenti borse di studio, chiedergli il pagamento di una retta tramite prestiti d’onore, o semplicemente non ammetterlo al proprio programma, senza per questo negargli la possibilità di abilitarsi altrove. Niente test assurdi all’italiana: per entrare in un programma di abilitazione britannico non occorre dimostrare di avere una memoria fuori dal comune e di essere campioni della Settimana Enigmistica, ma piuttosto di possedere le qualità necessarie a un buon insegnante. Così, mentre solo i migliori vengono invogliati a intraprendere questa carriera, l’opportunità di essere abilitati non viene tolta a nessuno. Università e istituti non sono poi tutti uguali: abilitarsi presso una sede prestigiosa è più difficile, ma aumenta le probabilità di essere assunti in futuro. E qui si ritorna al problema del reclutamento, vero cuore della questione: un sistema di abilitazione simile funziona solo in un mercato libero, dove non c’è un posto garantito per tutti e il merito viene realmente premiato.

Amo il mio Paese e credo abbia un sistema scolastico potenzialmente eccellente: i nostri Licei, gli Istituti Tecnici e Professionali come anche i nuovi CFP esprimono tutta la ricchezza culturale italiana. Ciò si declina anche in un’attenzione straordinaria ai singoli studenti che, a differenza di quelli inglesi, possono scegliere tra un’ampia gamma di indirizzi tutti egualmente validi. È triste che, per non correre il rischio di innovare, venga contestato l’articolo 8, sprecando così l’occasione di dare spazio a nuove modalità che premino la qualità, vera risorsa sui cui puntare per rilanciare la scuola italiana. Di questi tempi si discute tanto di giovani, di merito, di fughe di cervelli, ma pare che non si faccia nulla di concreto.

A settembre inizierò un GTP presso il National Centre for Languages, il più importante centro di abilitazione per l’insegnamento delle lingue nel Regno Unito. La selezione, che ho superato e che mi ha assegnato una borsa di studio, è stata difficile e quello che  mi aspetta è un anno duro; ma so che, così come la mia formazione ed esperienza sono state valorizzate nel processo selettivo, in futuro mi verrà riconosciuto il valore del percorso fatto. Mi spiace che tutto questo in Italia non sia possibile.

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3 Commenti

  1. L scrive:

    Ma no, in Lombardia non bisogna imparare nulla per insegnare, non si deve studiare nulla a memoria ad eccezione dello Statuto di CL!

  2. Jesus scrive:

    Egregia “insegnante” di “madrelingua” nel Regno Unito, visto che ha fatto una proposta intelligentissima per il reclutamento degli insegnanti (non concorsi o graduatorie, ma chiamata diretta). Volevo chiederle di spiegarmi quali sarebbero i criteri di assunzione diretta dei docenti da lei previsti. Il criterio sarebbe uguale a quello adottato per gli “insegnanti” di religione? Se è così, le chiedo se converrebbe cominciare a coltivare delle amicizie con qualche alto prelato o qualche esponente di Comunione e Lottizzazione. Attendo una sua risposta. Grazie

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