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Le imprese chiedono sgravi fiscali per assumere, contratti più flessibili e norme certe per operare

maggio 8, 2013 Matteo Rigamonti

La riforma Fornero non ha portato nulla di buono; anzi, ha ridotto la flessibilità in entrata, disincentivando le assunzioni, quando, invece, occorreva fare il contrario. Intervista a Jenny Padula (Cpl Concordia)

Riconoscere sgravi fiscali per chi vuole assumere a tempo indeterminato e rendere più flessibili e semplici i contratti a termine e l’apprendistato, liberando quest’ultimo da obblighi di formazione non direttamente legati a mansioni operative. A parlare della difficile situazione del mercato del lavoro in Italia è Jenny Padula, direttore delle risorse umane presso Cpl Concordia, una cooperativa operante nel settore energetico, produzione e distribuzione comprese, che dà da lavorare a 1600 addetti, in tutta Italia e all’estero, con un fatturato superiore ai 400 milioni di euro. Padula ha ribadito quello che già altri imprenditori hanno detto a tempi.it, giudizio negativo sulla riforma Fornero compreso.

In questo momento di crisi economica di cosa hanno bisogno le imprese?
In questa fase le aziende chiudono principalmente per la mancanza di risorse finanziarie, quindi è indispensabile che il sistema metta a disposizione delle imprese la liquidità che la Banca centrale europea ha immesso nel sistema bancario dell’Unione europea. Analogamente tante aziende sono costrette a chiudere per i mancati pagamenti della pubblica amministrazione a fronte di lavori eseguiti a volte da anni. Questi sono i costi e i tempi della burocrazia, di cui si parla da sempre senza riuscire, da parte della classe politica, ad invertire una tendenza tutt’altro che virtuosa: già risolvere queste problematiche sarebbe un segno di svolta non piccolo. Imprese come la nostra chiedono inoltre certezza delle regole e contenimento dei tempi dei giudizi in caso di contenzioso (di qualsiasi tipo esso sia). Questo e altri aspetti rendono infatti le imprese italiane meno competitive rispetto alle imprese straniere, e soprattutto non incentivano l’ingresso di player internazionali nel nostro Paese.

La riforma Fornero che cosa ha portato di buono per voi? Che cosa, invece, è rimasto come prima?
Di positivo, a dire il vero, nulla, almeno per noi. La riforma, infatti, ha ridotto la flessibilità in entrata e quindi, di fatto, ha disincentivato le assunzioni proprio in un momento in cui, a causa dell’aumento della disoccupazione, occorreva fare il contrario. In più ha ulteriormente innalzato il costo del lavoro che era già elevato.

L’apprendistato aiuta le imprese ad assumere i giovani?
Da diversi anni vari governi promuovono l’apprendistato come strumento principale d’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro: in realtà, guardando al reale utilizzo dell’apprendistato rispetto ad altre forme contrattuali, questo strumento non funziona come dovrebbe, nonostante sia un contratto che riconosce degli sgravi. Va senz’altro semplificato nelle procedure e reso più flessibile in termini di percorso professionale che il giovane può compiere, e deve essere eliminata la formazione esterna su tematiche del tutto estranee al lavoro e alle esperienze curriculari del giovane.

Il nuovo ministro del lavoro, Enrico Giovannini, ha detto che la riforma va cambiata. Alla luce della vostra esperienza di imprenditori, in che cosa va cambiata?
Sulla riforma del lavoro, alcuni cambiamenti che occorre fare al più presto sono: ridare flessibilità in ingresso, quindi riportare le finestre tra un contratto a termine e l’altro ai periodi precedenti; rendere lo stesso contratto a termine più flessibile nella causale; riformare (semplificandolo) il contratto di apprendistato; abbassare e non aumentare il costo del lavoro, riconoscendo sgravi all’assunzione e alla trasformazione a tempo indeterminato. Occorre, inoltre, dare tempi e costi certi alle aziende nei casi di riduzioni/licenziamenti di personale (il nostro sistema è tale per cui una stessa fattispecie viene giudicata in modo opposto da una provincia all’altra, i tempi di giudizio sono biblici e pertanto molto costosi). Anche il mondo del lavoro, come ogni settore in Italia, è pervaso da una burocrazia inutile (procedure, modulistiche e software diversi per gestire le stesse pratiche inerenti il rapporto di lavoro, diversità inspiegabili da provincia a provincia, mancata digitalizzazione, ecc.) che va eliminata.

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