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L’aura mitica del boss latitante, tutto casa, clan e simbiosi col territorio

giugno 11, 2017 Alfredo Mantovano

Che in un angolo d’Italia le mani di chi ha diretto micidiali traffici di droga siano baciate sotto i riflettori va vissuto come un oltraggio all’onore della Nazione

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Per anni indagini e processi hanno cercato di dimostrare la presunta trattativa intercorsa tra lo Stato e la mafia: presunta, è il caso di ricordare, per l’assenza di condanne a carico di coloro di volta in volta individuati come i responsabili della “trattativa” medesima. Analogo interesse, non necessariamente giudiziario, finora è mancato per un’altra trattativa, ben più evidente e radicata: quella, nei fatti confermata quotidianamente in talune aree ad alta densità mafiosa, tra fasce consistenti della popolazione ed esponenti delle cosche. L’ultimo episodio in ordine di tempo è accaduto qualche giorno fa a San Luca, sull’Aspromonte, e ha conosciuto l’onore delle cronache nazionali: i carabinieri arrestano Giuseppe Giorgi, uno dei capi della ’ndrangheta da tempo latitante; mentre lo conducono via, una piccola folla si avvicina e qualcuno riesce pure a baciargli la mano. È uno dei tanti luoghi tra Sicilia, Calabria, Campania e Puglia, nei quali il consenso sociale viene manifestato verso criminali di spessore invece che verso rappresentanti delle istituzioni: un consenso che è molto più esteso della cerchia degli affiliati o dei partecipi, e che non è frutto del caso. Dalle associazioni mafiose è cercato in vario modo: dall’allestimento di un welfare sui generis, fatto di protezione economica quando ve ne è bisogno, alla strumentalizzazione delle cerimonie religiose, con le processioni che si “inchinano” davanti all’abitazione del boss.

Perché è cercato, se i clan dispongono di mezzi di persuasione che non ammettono obiezioni? Intanto per garantire nascondigli sicuri negli stessi centri abitati – o nelle immediate vicinanze – che rappresentano il cuore dell’attività criminale. Non abbandonare la propria zona costituisce una delle componenti del potere che si esercita sul territorio; la consapevolezza che il boss c’è, che non va disturbato, che se possibile va tutelato non dipende “solo” da omertà o da assoggettamento. Dipende da qualcosa di più e di più significativo: una sorta di simbiosi, non si è collusi col clan del luogo ma se ne conoscono e se ne rispettano le logiche, le modalità, il peso anche politico.

Giuseppe Giorgi, arrestato a casa sua dopo 23 anni di latitanza, non è una eccezione. Se si scorre l’elenco dei boss di rilievo catturati nell’ultimo quarto di secolo, emerge quale dato comune la tendenziale coincidenza fra il luogo dell’arresto e il luogo di origine o di residenza del criminale. Totò Riina viene arrestato a Palermo il 15 gennaio 1993, in via Bernini, a breve distanza dall’abitazione nella quale vive. Il 24 giugno 1995, a Palermo, dove abita, è catturato Leoluca Bagarella: esponente di primo piano della fazione corleonese, uno dei registi della stagione delle stragi. L’arresto di Bernardo Provenzano, avviene l’11 aprile 2006, dopo oltre quarant’anni di ricerche, in un casolare di campagna a due chilometri di distanza dal suo paese, Corleone. E così via, l’elenco completo occuperebbe svariate pagine di questo giornale.

La filiera “corta” del comando
Stare sul posto – scelta in apparenza incomprensibile, dal momento che lì si concentrano gli sforzi investigativi tesi alla cattura – permette in realtà che la catena di comando tra i capi, gli affiliati e il contesto sociale ed economico nel quale opera il clan sia effettiva, perché si mantiene corta. L’“imprendibilità” (finché dura) dei vertici aumenta il tasso di intimidazione e fa crescere l’assoggettamento. Il boss latitante acquista una dimensione mitica, che concorre a rendere il gruppo più potente: lui c’è, tiene tutto sotto controllo, è in condizione di intervenire con violenza contro chi non rispetta le sue regole. Si conoscono episodi, anche recenti, di vere e proprie aggressioni della popolazione alle forze di polizia che procedono all’arresto, o quanto meno a manifestazioni di forte vicinanza verso chi viene catturato.
Finché questa modalità di appoggio sociale mantiene radici, i pur importanti successi conseguiti dalle forze di polizia e dall’autorità giudiziaria nel contrasto alle mafie non avranno ricadute diffuse. Coraggiosi vescovi operanti nelle aree più a rischio hanno dato, e fanno eseguire, disposizioni rigorose sui funerali dei boss e sullo svolgimento delle processioni. È importante, ma non sufficiente: l’investimento di tempo, intelligenze ed energie per recuperare consenso alle istituzioni e sottrarlo alle mafie dev’essere più ampio e coinvolgere chiunque abbia peso sociale. Che in un angolo d’Italia le mani di chi ha diretto micidiali traffici di droga siano baciate sotto i riflettori va vissuto come un oltraggio all’onore della Nazione.

Foto Ansa

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