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La prima regina della Nouvelle vague. La segretaria di Goebbels

febbraio 12, 2017 Sandro Fusina

La prima rischiava il flop, la seconda ripensava a un’amichetta ebrea dai capelli rossi. Dove era finita mai? Certo era partita per la terra dei Sudeti liberata dagli slavi

Paulette-Germaine-riva

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Paulette Germaine Riva nacque il 24 febbraio 1927. Nacque a Cheniménil, nei Vosgi. Nacque da emigrati italiani, epigoni di quei maestri muratori che dai laghi lombardi si spargevano per l’Europa a costruire muri e volte. Se per i maschi c’erano la cazzuola e il filo a piombo, per le bambine non c’erano che l’ago e il filo, le forbici e gli spilli. Ma ai cartamodelli Paulette preferisce i libri: di teatro soprattutto. Vince una borsa di studio all’École nationale supérieure des arts et techniques du théâtre. È stata inaugurata nel 1941, quando il governo della Francia sconfitta sedeva nell’elegante stazione termale di Vichy. Nel 1958 Paulette è già Emmanuelle Riva, attrice di teatro. La romanziera belga Dominique Rolin la sceglie per il suo unico lavoro teatrale, L’épouvantail, lo spaventapasseri, al Théâtre de l’Œuvre.

Alain Resnais sta preparando il suo primo lungometraggio narrativo. Soggetto, sceneggiatura e titolo, Hiroshima mon amour, sono di Marguerite Duras. Digiuna di cinema, Emmanuelle Riva sarà la protagonista del primo vero film di un giovane d’avanguardia scritto da una sceneggiatrice principiante. Gli ingredienti per un insuccesso o per un’esistenza grama nei cinema d’essai ci sono tutti. La storia d’amore di un’attrice francese con un giapponese che riporta a un’altra storia vissuta dalla stessa donna a Nevers con un tedesco sarà il manifesto di quella grande stagione del cinema francese conosciuta come Nouvelle vague.

I talenti di Emmanuele sono numerosi: scatta fotografie memorabili di Hiroshima; pubblica libri di liriche; si dedica soprattutto al teatro. Ma il cinema l’ha scoperta. Accetta qualche proposta, da Gillo Pontecorvo, per esempio. Nel 1962 è premiata a Venezia. Più di trent’anni dopo anni dopo sarà la madre di Juliette Binoche in Trois Couleurs: Bleu di Krzysztof Kieslowski. Ma vecchia, nel 2012, per Michael Haneke interpreterà con il vecchio Trintignant Amour, sulla vecchiaia, la malattia e la morte: l’ultimo capolavoro. È morta venerdì 27 gennaio.

Brunhilde Pomsel nacque l’11 gennaio 1911. Nacque a Berlino. Era troppo piccola per ricordare, quando nel 1914 il padre partì fiducioso di conquistare il mondo per il Kaiser. Lo vide tornare quattro anni dopo, deluso, ma sempre convinto dei valori prussiani. L’impero era svanito, la miseria rodeva, ma la vecchia disciplina era salda, regolata dal battipanni.

Brunhilde fece onore al suo nome di walkiria. Studiò stenodattilografia e mentre la Germania veniva inondata da colorate Notgeld, banconote d’emergenza dal valore nominale strabiliante e dal valore d’acquisto scorante, trovò impiego presso un avvocato ebreo e un nazionalista antisemita (per un periodo, contemporaneamente). Si iscrisse nel ’33 al partito nazionalsocialista. Fu assunta alla radio del Reich. Raccomandata dal suo rigore, venne trasferita al ministero della Propaganda, nello staff di Joseph Goebbels.

Qualche volta ripensava a un’amichetta ebrea dai capelli rossi. Dove era finita mai? Certo era partita, come volevano le voci ufficiose, a ripopolare la terra dei Sudeti liberata dagli slavi. Era una segretaria modello. Non leggeva quello che non doveva essere letto e apprezzava i modi eleganti del suo capo e della sua famiglia. Quando una bomba inglese le colpì l’alloggio, Frau Gobbels la consolò con l’abito più bello che mai avrebbe desiderato. Coi russi alle porte, seguì nel bunker di Hitler la famiglia del principale. Quando i Gobbels si suicidarono dopo avere avvelenato i figli, si unì ad altre segretarie per ricavare da certi sacchi di tela la bandiera bianca della resa. Per cinque anni fu ospite di prigioni. Testimoniò la sua buona fede, la sua dovuta ignoranza di segretaria, senza accusare nessuno. Tornò alla radio: a sessant’anni andò in pensione.

Continuò a chiedersi della ragazzina rossa, finché lesse il suo nome, il giorno dell’ingresso ad Auschwitz e quello della sua morte nell’accurato registro delle vittime del minuzioso massacro. Rivide il giudizio su Goebbels. È morta venerdì 27 gennaio.

Foto Ansa

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