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«La grande finanza detesta la libertà»

marzo 28, 2017 Alan Patarga

Intervista a Corrado Sforza Fogliani col coltello fra i denti su famiglia, scuola paritaria, Trump, Europa. «La riforma delle popolari? Voluta dalle banche d’affari»

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Se pensate che un liberale sia uno che tifa per multinazionali e banche d’affari, che preferisce il consumatore compulsivo alle famiglie che risparmiano e investono nel mattone, che predica il verbo della libertà purchessia e ritiene i preti e la Chiesa le avanguardie della reazione, allora ripensateci. O forse Corrado Sforza Fogliani, presidente di Assopopolari, l’associazione delle banche popolari italiane, è un liberale atipico. Difficile dirlo, visto che forse è l’ultimo rimasto in Italia, l’ultimo, almeno, che si definisca tale senza aggiungere altro. Cresciuto in una città, Piacenza, in cui ai tempi della Prima Repubblica il Pli superava in scioltezza il 10 per cento mentre altrove combatteva per sopravvivere (il segretario era lui), qualche settimana fa Sforza – con la collaborazione del Foglio e di Confedilizia, l’associazione della grande proprietà immobiliare di cui è stato a lungo presidente – ha perfino organizzato un “Festival della Cultura della Libertà” che ha messo insieme tutto quel che resta (o che promette di fiorire) del pensiero liberale nel nostro paese. Per due giorni, nella città in riva al Po, si sono ritrovati Raimondo Cubeddu, Franco Debenedetti, Carlo Lottieri, Nicola Porro, Carlo Stagnaro, Alberto Mingardi, Lorenzo Infantino e molti altri. E se allora è il momento di fare un bilancio sulla libertà in Italia, su quanta ce ne sia e soprattutto su cosa sia davvero, forse è questo avvocato di provincia la persona giusta.

Cominciamo da una citazione di John Acton che lei ha twittato qualche giorno fa: «La libertà non è il potere di fare ciò che ci piace, ma il diritto di fare ciò che dobbiamo». Non sembra esattamente il concetto corrente…
Ed è un problema. Mi viene in mente la famiglia, in molti modi messa in discussione di questi tempi. Ci sono confini che sono dati dalla natura dell’uomo e dal diritto naturale. Vale per la proprietà, come ci ha insegnato Locke, e vale per quella formazione sociale che abbiamo sempre chiamato famiglia. Come dice giustamente la Chiesa, il sovvertimento della famiglia naturale è un disordine che ricade sulla società. Padre e madre sono figure che si compendiano naturalmente e la loro unione è la più conveniente alla crescita dei figli e al bene comune. Possiamo chiamare le cose in tanti modi, ma cambiare loro nome è il passo necessario per ridurre gli spazi di libertà, non per fare il contrario.

Potremmo dire che sfasciare la famiglia è anche un problema economico: penso alle funzioni che in una casa – o in una rete di parentela – vengono svolte sussidiariamente rispetto allo Stato, dalla cura dei bambini a quella degli anziani. Se salta questa solidarietà naturale, tutto va sulle casse pubbliche.
Ma queste cose non si dicono. A Piacenza, due anni fa, ha chiuso il liceo diocesano, praticamente l’unica scuola privata di tradizione della città. Ho subito pensato che la chiusura non poteva arrivare in tempi peggiori: mai come ora c’è bisogno di scuole non statali. Questo è il tempo dei cattivi maestri che fanno e dicono cose buone, ma le fanno e le dicono a metà: si accompagnano i ragazzi, ed è un bene, a visitare i campi di sterminio nazisti, non si racconta però l’altra parte della storia. I milioni di morti per mano dei sovietici. Non si va a rendere onore alle vittime di Karaganda (oggi in Kazakistan, ndr), un campo grande quanto il Piemonte e la Lombardia, in cui hanno trovato la morte gli italiani dell’Armir ai tempi della Seconda Guerra mondiale, ma anche cristiani e oppositori del comunismo nei decenni successivi. Il punto è che chi dice una mezza verità, dice una falsità intera: la gente ha un bisogno quasi fisico di sentire più voci sui fatti di questo mondo. E invece il pensiero unico è il dramma del nostro tempo.

Dove vede i rischi maggiori di questa omologazione?
Dappertutto. Pensiamo alle banche, il settore di cui mi occupo da decenni (Sforza Fogliani è anche presidente del consiglio di gestione della Banca di Piacenza e vicepresidente dell’Abi, ndr). Ora si farà una commissione d’inchiesta, ma le dico io chi c’era dietro la legge che ha imposto la trasformazione in spa delle popolari con attivi superiori agli 8 miliardi di euro.

Chi c’era?
C’era Jp Morgan, c’erano le banche d’affari e i fondi che mirano ad appropriarsi del mercato italiano del credito, per creare un oligopolio. C’è questa idea sbagliata che la grande finanza sia la punta di diamante del liberismo: è vero il contrario. Per questo si combattono così efficacemente le banche del territorio. Cioè quelle banche che, avendo un radicamento forte, non prestano i loro soldi soltanto sulla base dei bilanci (che poi ognuno si redige quello che vuole), ma valutano la persona e il progetto che presenta. È il principio del merito creditizio. Invece, con una mossa a tenaglia in cui l’altra arma è l’iper regolamentazione, si punta a distruggere la concorrenza. Qualunque statistica dice che il credito è erogato con maggior facilità dove sono attive banche territoriali, e non per compiacenza: è che quegli istituti crescono se cresce l’economia locale. I grandi gruppi si arricchiscono invece riducendo gli spazi di concorrenza, e alzando i tassi.

Quindi bisognava azzoppare le popolari?
Esattamente. Con la conversione in spa, i grandi fondi d’investimento europei e americani stanno diventando i padroni delle nostre banche. E si badi che non si tratta di un percorso inedito nella storia economica italiana: nel ’27 il fascismo fece più o meno lo stesso. Le piccole banche furono decimate in quanto espressione del liberalismo democratico e del mondo cattolico. Nei loro consigli, poi, non sedevano esponenti di nomina politica, contrariamente a quanto avveniva nelle casse di risparmio, e questo per il regime era intollerabile. Sa oggi chi difende le piccole banche?

Non vedo molti difensori, e spesso c’è la tendenza a farsi del male da sé, direi.
Donald Trump prende le parti delle piccole banche. D’altro canto, la candidata di Wall Street era Hillary Clinton, certo non lui. Mia figlia, che ora studia alla Columbia, un giorno mi ha aperto gli occhi: «Papà – mi ha detto – guarda che Trump è completamente diverso da come viene dipinto: lo votano i poveracci, mica le élite». Siamo alle solite: non bisogna perdere gli anticorpi, altrimenti si crede ciecamente ai giornaloni e al pensiero unico internazionale. Per quello, quando ho avuto occasione di parlare con l’amico Cerasa (Claudio, direttore del Foglio, ndr), gli ho chiesto di pubblicare qualche intervento integrale di Trump: per dare l’opportunità ai lettori di giudicare le sue parole e non quello che certa stampa gli mette in bocca. Lo ha fatto e sa cosa le dico? Io, liberale da una vita, il suo discorso di insediamento alla Casa Bianca lo sottoscrivo tutto, dalla prima parola all’ultima.

Da questo colloquio emerge che a suo giudizio i capisaldi della libertà sono la famiglia, la scuola privata che dà un’interpretazione alternativa della realtà, la concorrenza in economia. Ce ne sono altri?
La casa, cioè la proprietà. Che è presidio di libertà e indipendenza economica, e quindi anche intellettuale. Dal governo Monti in poi, gli italiani sono stati depauperati dall’iper tassazione sugli immobili. Le altre nazioni hanno superato la crisi scoppiata nel 2007-2008, noi ci siamo ancora dentro, checché se ne dica. E il motivo è che manca la fiducia. Einaudi parlava della «superbia satanica dei politici», io adatterei ai tempi e parlerei di «superbia satanica degli economisti», che predicano sempre di tassare il mattone. Vede: se un italiano aveva una casa, prima della crisi, che valeva centomila euro e ora si ritrova con lo stesso immobile che ne vale cinquantamila perché l’imposizione fiscale ha contribuito a deprezzarlo, quale fiducia può avere nel futuro dell’Italia?

Se ne può avere, invece?
Oggi è difficile. Con la Bce di Draghi l’Europa continua questa sua politica di tassi bassi ed enorme liquidità. Ma lo aveva detto Milton Friedman e constatiamo ora che è vero: i soldi gettati dall’elicottero non servono a niente. Non portano l’effetto inflazionistico che volevano portare, in spregio peraltro alle regole e ai princìpi con cui erano nati l’euro e la stessa Banca centrale europea.

Fosse vivo Einaudi, oggi, cosa direbbe?
Ero appena laureato quando lo conobbi. E quello è stato, senza dubbio, l’incontro che ha condizionato tutta la mia vita. Direbbe, probabilmente, che lo Stato che abbiamo ereditato dal Cinquecento, quello della “plenitudo poteris”, è ormai superato. Uno Stato che ci spoglia del 60-70 per cento del nostro reddito senza nemmeno darci indietro servizi degni di questo nome, spesso.

Qualche giorno fa lei ha scritto su Twitter: «Il furto è proibito, lo Stato non tollera concorrenti». Una provocazione?
Nemmeno per idea. Noi pensiamo che lo Stato nato nel Rinascimento sia connaturato alla natura umana. Ma è una parentesi della storia. Il Medioevo, che non è stato affatto un periodo oscuro come ci hanno raccontato dall’Illuminismo in poi, era caratterizzato dal pluralismo degli ordinamenti giuridici. C’era molta più vivacità, allora. Oggi dovremmo andare sempre più verso comunità costituite su base volontaria, regolate da patti di diritto privato. L’esempio che mi viene in mente è il condominio. Allo Stato si possono lasciare pochi compiti essenziali. Un tempo, tra questi, avremmo messo l’ordine pubblico. Ma anche quello è un retaggio del passato: la necessità delle ronde nei paesi, per scoraggiare i furti nelle abitazioni, sono la prova che nonostante il fisco opprimente questo Stato non riesce nemmeno a garantire la sicurezza. Meglio fare da soli.

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