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La Francia chiude l’unico centro ufficiale per “curare” gli estremisti islamici

agosto 1, 2017 Leone Grotti

Pochi candidati, nessun risultato e un arresto legato al terrorismo jihadista: l’esperimento dei centri di deradicalizzazione voluti da Hollande è stato «un vero fallimento»

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Ha chiuso definitivamente in Francia l’unico centro ufficiale di deradicalizzazione incaricato di aiutare giovani musulmani attratti dalla guerra santa a ritornare sulla retta via. L’esperimento, durato meno di un anno, è stato catastrofico e così il nuovo ministro dell’Interno, Gérard Collomb, ha sbarrato gli austeri battenti del castello di Pontourny che ospitava il centro.

ADESIONE VOLONTARIA. Inaugurato nel settembre 2016, il centro situato a Beaumont-en-Véron, nella valle della Loira, era in grado di ospitare fino a 25 inquilini. Nessuno di loro, secondo le regole di ingaggio, poteva essere stato condannato per atti violenti (altrimenti sarebbe stato alloggiato in una prigione) né sottoposto a inchiesta giudiziaria, magari per un tentativo di partenza per la Siria. E poiché l’adesione poteva essere solo volontaria, erano gli inquilini stessi del centro, secondo i desiderata del governo francese, a dover ammettere di essere attratti dall’islam radicale, confidando di volersi disintossicare. Come se la religione, o una sua versione estremista, fosse una droga.

MANCANO I CANDIDATI. L’esperimento non è andato bene. Solo 9 posti su 25 sono stati occupati da settembre a febbraio, quando il centro si è svuotato definitivamente. Di questi, nessuno ha completato il percorso previsto, come rivela un comunicato del ministero. Nessuno, dunque, è stato deradicalizzato dall’esercito di 30 tra psicologi, insegnanti di storia, imam dell’islam e della République. Il verbo della laicità, che veniva trasmesso anche con l’alzabandiera e intonazione della Marsigliese ogni mattina, non ha cambiato nessuno. Assenza di candidati volontari e difficoltà a trovare le persone giuste da rieducare a parte, la decisione di chiudere il centro è stata fortemente influenzata dal caso di Mustafa S. Tra i primi ospiti del castello di Pontourny, era stato prima interrogato per una richiesta sospetta di permesso di uscire dal centro, poi indagato e infine arrestato a gennaio con l’accusa di essere membro di un’associazione a delinquere con scopi terroristici e di avere tentato di raggiungere la Siria. Il tentativo, attraverso la Germania, è stato attuato mentre era già in “cura” all’interno del centro. Una volta arrestato, ha dichiarato di non voler «tornare mai più» a Pontourny.

«UN VERO FALLIMENTO». L’esperimento dei centri di deradicalizzazione, voluto dal governo Hollande nel 2014, era già stato definito a febbraio da una commissione interna del Senato francese «un vero fallimento. L’iniziativa del governo è un fiasco. L’intenzione era buona ma questa politica è stata messa in piedi troppo frettolosamente per rassicurare la popolazione. L’obiettivo era giusto, ma ci vogliono degli esperti, dei professionisti rigorosi, non dei principianti allo sbaraglio».
Quello di Pontourny non è l’unico esperimento finito male. Altri fondi pubblici stanziati dallo Stato francese per prevenire la radicalizzazione dei giovani sarebbero stati inviati da un’associazione a jihadisti in Siria. Sotto accusa è finita in passato anche Dounia Bouzar, antropologa francese di origini algerine, autrice di libri contro la radicalizzazione islamica e famosa per aver ingaggiato nel suo centro Farid Benyettou, amico dei fratelli Kouachi (attentatori di Charlie Hebdo), che avrebbe abbandonato il jihadismo dopo cinque anni di carcere. Secondo Benbassa, a fronte di finanziamenti pubblici pari a 930 mila euro, Bouzar «avrebbe deradicalizzato molte giovani donne ma l’unica che ha mostrato a tutti i media alla fine è partita per la Siria». Fallimentare anche l’esperienza di Sonia Imloul a Seine-Saint-Denis.

QUAL È L’ALTERNATIVA? Ora il ministro Collomb promette che la battaglia contro l’islam radicale andrà avanti e che lo stesso servizio potrebbe essere svolto in «strutture più piccole», che servano da «alternativa al carcere». Il problema di fondo però resta sempre lo stesso: Parigi è attrezzata per comprendere davvero il fenomeno della conversione di molti giovani al terrorismo islamico? E che cos’ha di altrettanto convincente a livello ideologico da offrire il governo francese in cambio del paradiso che spetterebbe di diritto ai martiri islamisti? La Marsigliese non è sufficiente.

Foto Ansa

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