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La destra spiegata bene per una coalizione unita e vincente

giugno 23, 2017 Alessandro Giuli

Per i “patriofobici”, suggerisce Marcello De Angelis in Cosa significa oggi essere di destra, non vale il monito di Simone Weil: «La distruzione del
passato è il delitto supremo»

destra-ansa

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Questo numero di Tempi doveva intitolarsi “la Destra spiegata bene” e voleva essere un tentativo di rimettere in questione i fondamentali di una storia incompiuta che va dall’abbandono della casa del Padre (nascita di An nel 1995) alle macerie della casa finiana di Montecarlo (cronaca recentissima). L’occasione è offerta dall’arrivo in libreria di un pamphlet scritto da uno dei protagonisti della pubblicistica post missina, l’ex senatore Marcello De Angelis (Cosa significa oggi essere di destra?, Luigi Pellegrini editore). De Angelis è stato fondatore e direttore della più acuta e durevole rivista della componente sociale aennina, Area. A distanza di alcuni anni dal tramonto di quella esperienza, ha rimesso in fila fatti e misfatti politici e culturali che hanno impresso il marchio dell’incompiutezza al processo di maturazione definitiva d’una destra di governo. Ma che senso ha – ed è l’autore del libro a riconoscerlo per primo – indugiare in una retrospettiva lagnosa o autoassolutoria, oggi che una nuova e forse inattesa possibilità di vittoria si apre davanti a un centrodestra ben ripensato?

Come dimostrano i risultati delle elezioni amministrative, il tripolarismo italiano non nega la necessità di una dialettica tra destra e sinistra; anzi, induce a semplificare il messaggio politico e a modellarlo in una forma massimamente inclusiva. La sinistra (post)renziana già rimpiange i cespugli dell’Ulivo e sta puntando le sue ultime fiches sulla scommessa di strappare a Beppe Grillo quella parte di elettori pentastellati che milita per la cittadinanza globale, l’umanitarismo apolide con frontiere spalancate senza discernimento, il benecomunismo di risulta e l’indifferentismo etico. È la posizione dei “patriofobici”, ovvero coloro che temono e in cuor loro detestano anche soltanto l’idea d’una comunità nazionale radicata in un passato da proteggere, custodire e attualizzare ogni giorno. Per costoro, suggerisce De Angelis, non vale il monito di Simone Weil: «La distruzione del passato è il delitto supremo». E a costoro il centrodestra può ragionevolmente opporre una visione patriottica declinata in senso europeista ma senza complessi d’inferiorità rispetto alle tecnoburocrazie di Bruxelles. Una visione in cui il liberalismo popolare di ascendenza crociana respinge la tirannia dello Stato predatore e onnifacente, afferma “l’amor di Patria” senza cedere al “cinico e stolido nazionalismo”, s’incontra con una destra sociale che esprime un pensiero comunitarista e alimenta quell’orgoglio nazionale che Jean Jaurès definiva «il solo bene dei poveri» sconosciuti alla sinistra elitaria votata alla lotta di genere.

E qui entrano in campo i protagonisti principali: Silvio Berlusconi, che del bipolarismo inclusivo è stato l’artefice principale anche grazie alla originaria e fulminante intuizione chiamata Forza Italia; e Giorgia Meloni, che del post fascismo di governo sopravvissuto alla tempesta degli ultimi anni è l’effigie più credibile e promettente. Tempi li ha intervistati entrambi, ne è nato un dialogo a distanza che ha valicato i confini della “Destra spiegata bene” per diventare un inno-appello all’unità ritrovata, o per lo meno il suo prologo. E Matteo Salvini? Amministra con loro la Liguria e il Lombardo-Veneto, sfida le sinistre e i Cinquestelle nelle consultazioni locali, non dovrebbe temere di mettere i propri consensi al servizio di un progetto comune e vincente. La paura di sbagliare è già un errore.

Foto Ansa

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