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Io, che per primo denunciai le gravi anomalie del Centro Immigrati di Isola Capo Rizzuto

maggio 24, 2017 Alessandro Sansoni

Intervista a Peppe De Stefano, già vicepresidente nazionale della Confederazione nazionale delle Misericordie d’Italia

Peppe De Stefano, 62 anni, è stato un uomo di primissimo piano nel mondo del Terzo Settore in Italia. Ex presidente del Centro servizi per il volontariato di Napoli ed ex consigliere di CSVnet, la rete nazionale dei CSV, ha ricoperto per diversi anni il ruolo di vicepresidente nazionale della Confederazione nazionale delle Misericordie d’Italia. «Oggi ne sono un semplice volontario», ci dice e nelle sue parole si avverte l’orgoglio di una lunga militanza di impegno civile e sociale. De Stefano non è meravigliato per lo scandalo che ha coinvolto la sua organizzazione, quello che vede protagonista il Centro Immigrati di Isola Capo Rizzuto in Calabria, colpito da un’inchiesta condotta dal procuratore della Repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri. Non è meravigliato perché fu lui 11 anni fa a denunciare per primo, in un consiglio direttivo della Confederazione, le gravi anomalie riscontrate nella conduzione di quello che a tutti gli effetti è il più grande centro di accoglienza per migranti d’Europa, pagando a caro prezzo il suo coraggio. Anomalie che stando all’inchiesta di Gratteri prefigurerebbero una contiguità strettissima tra l’amministrazione del centro e la ‘ndrina della famiglia Arena, che avrebbe di fatto gestito attraverso il presidente della Misericordia di Capo Rizzuto (e vicepresidente nazionale della Confederazione) Leonardo Sacco la struttura ed incassato circa un terzo dei 100 milioni di euro assegnati ad essa nel corso degli ultimi anni.
Il giorno dopo l’arresto di Sacco – spiega a Tempi De Stefano – la confederazione nazionale ha inviato un commissario a Capo Rizzuto. In realtà il presidente dell’Anac Raffaele Cantone aveva già messo tutto sotto amministrazione giudiziaria.

Era la locale associazione delle Misericordie a gestire il centro?
La gestione reale era affidata ad una srl, la Miser ICR, di cui l’associazione Misericordia di Isola Capo Rizzuto è socio unico.

Una srl?
Si tratta di una scelta perfettamente in linea con la filosofia della recente Riforma del Terzo Settore, che tende a privilegiare le imprese sociali a scapito delle organizzazioni di volontariato. Per certi aspetti la Miser ICR fino a qualche giorno fa rappresentava una sorta di modello, essendo l’impresa sociale più grande del paese, cui faceva capo l’amministrazione anche di altri centri di accoglienza in Calabria e in Sicilia.

Cosa accadde esattamente 11 anni fa, quando lei sollevò il caso in seno alle Misericordie?
All’epoca ero il numero due della Confederazione ed ebbi i primi segnali che qualcosa non andava.

Cioè?
Innanzitutto mi insospettì la crescita esponenziale, addirittura abnorme, del bilancio della Misericordia locale. Inoltre, alcuni ragazzi che lavoravano per l’associazione si vennero a lamentare da me, affermando di essere taglieggiati sullo stipendio. Su circa 1.000 euro netti erano costretti a restituire in nero il 15-30 per cento.

Cosa fece a quel punto?
Provai ad accendere i riflettori sulla vicenda, nel disinteresse generale (eravamo nel 2005-2006). Ne parlai con l’allora presidente nazionale Gianfranco Gambelli, che raccolse le testimonianze dei ragazzi, ma preferì minimizzarne la portata. Non mi diedi per vinto e mi rivolsi al cardinale di Firenze (la vera autorità religiosa per noi volontari delle Misericordie), che all’epoca era Ennio Antonelli: fu lui a chiedermi di denunciare pubblicamente, con elementi alla mano, la vicenda.

Lei non si tirò indietro…
No. Sapendo che lui sarebbe intervenuto ad una riunione del nostro Consiglio direttivo preparai una relazione di carattere generale, di cui possiedo copia, all’interno della quale segnalavo le inquietanti anomalie riscontrate nella gestione del Centro immigrati di Capo Rizzuto e la esposi all’assemblea. Sacco, all’epoca giovanissimo e già presidente dell’organizzazione locale, si difese caparbiamente sostenendo di iscrivere tutto in bilancio e il cardinale si lasciò convincere.

Ci furono altri episodi significativi in quel frangente?
Ne ricordo in particolare uno che vede, in qualche modo, protagonista don Edoardo Scordio, parroco di Capo Rizzuto e Correttore della Misericordia.

Colui che, secondo la Procura di Catanzaro, è stato l’ideatore del “sistema” e il garante dei rapporto tra associazione e clan…
Esatto. Ricordo che quando incominciai ad occuparmi della faccenda, ebbi un incontro con il vescovo di Crotone, che all’epoca era don Andrea Mugione. Mugione fu molto contento del mio interessamento, perché anche lui desiderava mettere ordine in quella situazione e provammo insieme ad intervenire. Riscontrammo una commistione pressoché totale tra le attività della parrocchia e quelle dell’associazione e la giudicammo una patologia inaccettabile. Il vescovo prese una posizione molto energica e pretese che fosse ripristinata una corretta e completa distinzione tra le iniziative messe in campo dai due enti. Dopo qualche settimana don Mugione fu investito per grazia di Dio e disposizione della Cei della guida della diocesi di Benevento.

Insomma l’impressione che si ricava dal suo racconto è che è mancata la volontà politica di intervenire per sanare la situazione…
Personalmente ritengo di sì. Dopo quel mio intervento in consiglio, ebbe inizio un profondo contrasto tra me e la dirigenza, che si concluse con l’elezione nel 2011 di Roberto Trucchi a presidente nazionale della Confederazione delle Misericordie e dello stesso Lorenzo Sacco a vicepresidente.

Come riuscì Sacco ad ottenere un incarico così importante?
La sua forza era direttamente proporzionale al suo peso economico, pari ad almeno un quarto del nostro bilancio complessivo. Al nazionale spetta, infatti, il 5 per cento delle entrate delle articolazioni locali. Sacco ha continuato a ricoprire la carica fino ad un anno fa e rieletto consigliere il giorno prima del suo arresto.

Secondo lei il vertice nazionale ha delle responsabilità su quanto è successo?
Quanto meno una culpa in vigilando. Anche dopo la mia non sono mancate le segnalazioni: in questi anni l’Espresso ha dedicato ben tre inchieste al Centro di Capo Rizzuto, nel 2015 ci fu un’intera puntata della trasmissione Servizio Pubblico di Michele Santoro dedicata all’argomento e anche il parlamento dedicò al caso alcune audizioni. Come può oggi la Confederazione dire che non sapeva niente?

Qual è lo stato d’animo dei volontari in questo momento?
Ho rilevato due approcci molto diversi. C’è chi è disgustato per quanto accaduto e teme che l’organizzazione abbia perso di credibilità e tradito i propri principi (fatto gravissimo per un’associazione di volontariato). Ma c’è anche un’altra parte (temo maggioritaria), allineata con la dirigenza, la quale sostiene che per un’organizzazione che ha otto secoli di storia alle spalle questo sia un semplice incidente, con responsabilità esclusivamente personali che ricadono su Sacco e don Scordio.

In che misura la recente riforma del Terzo Settore si interseca con questa brutta storia?
La riforma non scioglie due nodi fondamentali. Il primo riguarda il ruolo delle organizzazioni cosiddette di secondo livello: a che servono? A che titolo ricevono quote di affiliazione e partecipano ai tavoli istituzionali se poi non vigilano sull’operato delle associazioni di base? Il secondo attiene alla contiguità, non sempre virtuosa, tra Pubblica Amministrazione e Terzo Settore. Entrambe gestiscono, a titolo diverso, risorse pubbliche e dovrebbero farlo nel modo più appropriato. Sono come due fratelli. Il problema è che spesso sono fratelli siamesi, senza soluzione di continuità.

Questa vicenda è l’ennesima conferma che sull’immigrazione si gioca un business senza scrupoli. Che ne pensa?
Direi di sì. Aggiungo che ho l’impressione che esista una qualche forma di coordinamento tra chi gestisce i centri di accoglienza e i “caronte” del mare, ovvero le famose Ong, per garantire un flusso costante di ospiti. Anche sotto questo aspetto le organizzazioni di secondo livello spesso giocano un ruolo opaco e, invece di essere garanti della correttezza delle attività, finiscono per diventare i registi politici di ciò che non va fatto. Un esempio paradossale servirà a spiegare meglio cosa intendo.

Mi dica…
Per anni la Misericordia di Palermo ha gestito in modo irreprensibile il centro immigrati di Lampedusa, in condizioni logistiche drammatiche. Poi per un gioco di appalti gli fu tolta la gestione. Sa a chi fu affidata?

Sono tutt’orecchi.
Alla Misericordia di Capo Rizzuto. Mi creda: i veri peccati, prima che in Calabria, vanno cercati a Firenze.

Foto Ansa

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