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L’«inganno» della non differenza

maggio 26, 2017 Pietro Piccinini

Gli studi psicosociali dimostrano che i figli di genitori same-sex crescono allo stesso modo dei figli di coppie eterosessuali? Le cose non stanno così. Un’importante «analisi critica»

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

«Il diritto alla genitorialità da parte di coppie omosessuali è spesso motivato dai risultati delle ricerche condotte in ambito psicologico». E ci vuole coraggio per proporre una «analisi critica» delle «ricerche più significative condotte su questo tema dagli anni Novanta fino ad oggi». Ci vuole coraggio per gettarsi accademicamente in una disputa di così «grande intensità emotiva e ideologica», e per farlo proprio nei giorni in cui illustri colleghi sono chiamati a giustificarsi davanti al proprio ordine professionale per non essersi “aggiornati” al mainstream (vedi il caso Ricci). Il Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università cattolica di Milano questo coraggio ce l’ha. E infatti ha appena pubblicato Omogenitorialità, filiazione e dintorni (Vita e pensiero), un testo «denso e prezioso» in cui le principali “prove” della presunta uguaglianza tra genitori omosessuali ed eterosessuali sono analizzate e commentate con la serietà e il rigore scientifico trasmessi all’autrice Elena Canzi da due maestri indiscutibili come Eugenia Scabini e Vittorio Cigoli, che firmano la presentazione.

9788834333419Gli studiosi della Cattolica non cercano di nascondere gli «inevitabili squilibri» che sorgono nelle coppie dello stesso sesso che decidono di mettersi in casa un bambino («Un esempio: come affronta la madre sociale la preferenza dei bambini per la “madre di nascita”?»). Anzi, invitano a porsi sistematicamente il problema, superando il «must omologante» – Scabini e Cigoli lo chiamano proprio così – che «impone» a tanti ricercatori di equiparare le «assai diverse condizioni di relazione» e perciò li «rende incapaci di vedere gli aspetti differenziali dei tipi di coppie».

Il libro mette in fila, documentandole con 50 pagine di schede analitiche di alcuni degli studi più citati dalla letteratura scientifica, tutte le «problematiche (campioni di convenienza, loro limitatezza ed eterogeneità quanto a tipo di filiazione, povertà di ricerche longitudinali ecc.) già rilevate da chi ha a cuore il dibattito sulla ricerca più che l’affermazione ideologica che “la ricerca dimostra” come non vi siano differenze nello sviluppo tra bambini di coppie omosessuali ed eterosessuali».

Riguardo ai campioni utilizzati, spiega Canzi introducendo il capitolo centrale del libro, dedicato ai figli, «nella stragrande maggioranza dei casi non sono rappresentativi della popolazione e anche qualora lo siano, sono al loro interno molto eterogenei». Gli autori degli studi spesso sono costretti a espressioni generiche come “figli di almeno un genitore omosessuale”, dentro le quali però sono ammassati «sia figli “pianificati” di coppie omosessuali (tramite adozione, o tecniche di fecondazione artificiale), sia figli di coppie omosessuali ricostituite in seguito a un divorzio, sia figli che hanno un genitore omosessuale, ma non all’interno di una forma familiare omogenitoriale». Alla base di questa lacuna c’è la difficoltà di “ricostruire” le singole vicende e la scarsità di informazioni («l’ampiezza numerica degli studi longitudinali più citati si riduce di molto se consideriamo il fatto che molti utilizzano lo stesso database», ricordano Scabini e Cigoli). E per simili ragioni, nelle indagini sul grande problema del «vuoto d’origine» sperimentato dai figli della provetta, i dati a disposizione sono ancora meno significativi, tanto è «limitata» la «numerosità campionaria». Eppure la questione non è di poco conto, anche perché non riguarda solo le coppie gay. Idem per le ricerche sull’adozione.

Vince l’amore, perde la genealogia
Quanto alle fonti dell’informazione, si legge nel libro, «molte ricerche utilizzano strumenti self-report somministrati solo ai genitori (o uno di essi) e interpretano le informazioni raccolte come un dato relativo al benessere dei figli». Il che da un punto di vista metodologico non appare correttissimo, visto che i genitori omosessuali, «avendo investito moltissimo in questa causa e avendo una notevole pressione a dimostrare la propria adeguatezza, tenderanno a enfatizzare prevalentemente gli aspetti positivi della loro esperienza familiare». Un altro difetto che rende la produzione scientifica sull’omogenitorialità «frammentata e parcellizzata» è l’incompatibilità degli strumenti di misurazione adoperati nei diversi studi. Studi che risultano perciò «difficilmente confrontabili».

E mentre l’analisi critica del Centro Famiglia della Cattolica avanza, sullo sfondo incombe sempre quel «must omologante» che spinge tutte le indagini nella stessa direzione (l’arcobaleno), e che qua e là assume un’evidenza incontestabile generando incoerenze clamorose. Non di rado, ad esempio, nei sondaggi sull’esercizio del ruolo genitoriale, le coppie gay risultano migliori delle altre. Il che è perfettamente logico: si tratta in maggioranza di coppie di donne, e se tutto quel che conta per essere genitori è “l’amore”… Che ne è, però, del padre? Il «must» è talmente radicato che alcune ricerche danno per scontato, senza fornire spiegazioni, che il ruolo paterno sia svolto dalla madre sociale. Ma «che cosa hanno in comune le madri sociali lesbiche con i padri eterosessuali? Il fatto di non essere la madre di nascita?», domanda Canzi.

L’aspetto simbolico dimenticato
Per tutti questi motivi, Scabini e Cigoli hanno un giudizio molto netto riguardo al «corpus delle ricerche presentate»: la «tesi della “non differenza”» risulta «di tutta evidenza» una «forzatura». Mentre «trattare gli esiti di un più o meno buon adattamento [dei figli delle coppie omosessuali] separandoli dalla struttura della relazione» è addirittura un «inganno». Un esempio? «Quando si evidenzia qualche dato problematico sul benessere dei figli (che nei campioni esaminati comprendono abitualmente bambini frutto di precedenti relazioni eterosessuali) viene invocata come possibile spiegazione il fattore instabilità familiare». Ma è appunto un inganno, perché «l’instabilità è strettamente inerente il cambiamento di orientamento sessuale del genitore».

Nonostante le carenze delle ricerche esaminate, comunque, Canzi è riuscita a rintracciarvi diverse indicazioni utili per provare a comprendere almeno in parte quello che Scabini e Cigoli definiscono il «complesso mondo interiore di questi ragazzi». In particolare, riguardo allo sviluppo del loro orientamento sessuale, spesso tutt’altro che semplificato dal paradossale desiderio dei genitori di vederli crescere “etero”. «Alcuni adulti intervistati – scrive l’autrice riportando i risultati di una indagine – avevano nascosto il proprio orientamento sessuale per paura delle reazioni dei familiari, amici e conoscenti, ma in primis dei loro genitori omosessuali, temendo di deluderli». Drammatiche poi le pagine in cui Canzi descrive le «relazioni con i pari», quasi sempre segnate, soprattutto nell’adolescenza, dall’incomprensione e dalla stigmatizzazione da parte dei compagni, da faticosi tentativi di riscatto e da struggenti lotte interiori tra la volontà di proteggere i genitori e il rimorso per averne provato vergogna.

Severa, invece, la valutazione di Scabini e Cigoli in merito alla povertà della maggior parte degli studi sul rapporto tra i figli cresciuti da coppie gay e il loro «genitore mancante», tema particolarmente «critico» secondo i due professori, con ripercussioni immaginabili anche sul legame con i «genitori sociali». «A questo proposito – osservano – disponiamo più di ricerche con questionari e che quindi ci danno percentuali di risposte a domande secche formulate dal ricercatore e poche interviste che possano far emergere la costellazione di significati soggiacenti le varie risposte. E questo la dice lunga sulla chiusura dei ricercatori nei confronti degli aspetti simbolici».

Domande «ineludibili»
Ma perché tanta avventatezza in un ambito scientifico così delicato? Scabini e Cigoli propongono una spiegazione che non è solo tecnica: «Nella cultura del mondo occidentale fondata sull’individuo (la sua felicità) e su ciò che la tecnologia offre, è la scelta e con essa il desiderio, sia esso del singolo o della coppia, a fare la differenza. A lì tutto si rimanda come se scelta e desiderio fossero in se stesse garanzia di salute piuttosto che apertura drammatica sulla vita, vale a dire esposta tanto alla generatività che alla degeneratività. Sfuoca, inoltre, e la cosa non è di poco conto, la concezione del figlio in quanto generato, in relazione stretta coi suoi generanti, a favore dell’attenzione, specie psicologica, all’individuo, sia esso bambino, adolescente, adulto, anziano».

Insomma, è solo avendo deciso a priori che certi problemi non sono problemi che si può sostenere la tesi della non differenza tra genitori omosessuali e genitori eterosessuali. Perché di per sé «la ricerca non dimostra, piuttosto produce conoscenza e prove all’interno di una cornice di pensiero (…), retta da valori/guida che influenzano e selezionano inevitabilmente le scelte operative».

«Ineludibili» le domande con cui si conclude il contributo di Scabini e Cigoli: «Possiamo evitare di parlare di origine e di essere originato da una relazione? Possiamo, nel legame di filiazione, operare una scissione tra l’aspetto genetico e quello simbolico cercando di dimostrare che i legami di filiazione stanno in piedi “indipendentemente” dal legame genetico perché quello che conta è la qualità della relazione (percepita) e non la famiglia come struttura? Possiamo evitare di prendere in considerazione responsabilmente i rischi anche psichici che si corrono quando si sceglie di dar vita ad un nuovo essere umano silenziando aspetti cruciali della sua storia genealogica?». No che non possiamo. Ma i tribunali professionali lo permetteranno?

Foto gay pride da Shutterstock

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