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“Il tempo è un bastardo”, i flashback seriali e le illustri contaminazioni di Jennifer Egan

febbraio 2, 2012 Daniele Ciacci

La scrittrice americana confeziona un romanzo perfetto e conquista in un colpo solo Pulitzer e National Book Award. Merito della struttura temporale alla “Lost”, della scrittura moderna figlia di Facebook e degli Sms e soprattutto delle influenze inevitabili dei maestri della narrativa Franzen, Roth e Wallace

Il grande merito di Jennifer Egan è aver scritto un ottimo libro privo di banalità in America, il paese in cui il boom dell’editoria fai da te, delle serie televisive e dei new media sembrano relegare sempre più velocemente la letteratura in una dimensione anacronistica. Sarà per questo che A visit to the Goon Squad, pubblicato in Italia con il titolo Il tempo è un bastardo (Minimum fax, 391 pp., 18 euro) è riuscito a conquistare gli ambitissimi Pulitzer e National Book Award. La struttura ricorda vagamente la consequenzialità della serie tv Lost. Ogni capitolo narra un evento della vita di un personaggio e il capitolo successivo racconta il personaggio secondario comparso nel primo, in una concatenazione complessa. Tempo e spazio non sono mono-direzionali, ci sono inversioni, rivoluzioni, flashback che s’instaurano su altri flashback. I due “fuochi epidemici” da cui si moltiplicano i diversi episodi sono la vita di Bennie Salazar, direttore discografico nostalgico del punk degli anni 70 e della sua assistente Sasha Taylor, cleptomane senza futuro. Si viaggia da Los Angeles all’Africa, dall’Italia a New York, narrando le tre generazioni che da Blondie e Pattie Smith arrivano sino al futuro prossimo, dove chiunque è perennemente connesso a Facebook e il linguaggio si sta destrutturando in abbrevazioni frenetiche, tipiche degli Sms.

Circa settanta pagine sono scritte direttamente in Power Point. Allison, figlia di Sasha, racconta il rapporto con il padre e con il fratello – autistico appassionato delle pause musicali – come fosse una vera e propria relazione illustrata. Grafici, frecce e cornici spiegano il fragile rapporto che lega Sasha al marito e le inquietudini di una bambina che ancora non comprende il “mondo adulto”. L’esperimento può sembrare rischioso, eppure è ben riuscito. I due linguaggi sono armonici: le figure sono solidali con il messaggio e con la narrazione e viceversa. Se le modalità narrative della Egan possono finalmente considerarsi innovative ma non tutto è farina del suo sacco. Il profilo di Sasha si sovrappone a quello di Patty di Libertà, ultimo grande romanzo di Jonathan Franzen: entrambe affette da disturbi psicologici, entrambe auto-distruttive, entrambe vittime del giudizio altrui. Sia per Egan che per Franzen pesa la tradizione di Philiph Roth, che tratteggia con simili fattezze Merry, la figlia del protagonista di Pastorale Americana. Il nono capitolo di Il tempo è un bastardo, ricco di note a pie’ di pagina che coprono la quasi totalità del foglio, assomiglia ad alcuni passi di Brevi interviste a uomini schifosi del mai troppo compianto David Forster Wallace. Lo sviluppo della trama, a “salti” cronologici che scaturiscono da ricordi, ha qualcosa della Recherche di Marcel Proust, che la Egan ha letto ed apprezzato. «Il romanzo di Jennifer Egan è culturalmente più penetrante di un intero scaffale di libri di Don DeLillo» è il commento del Telegraph. Come dargli torto?

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