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«Appoggiamo l’iniziativa del ministro Severino. I detenuti sono una risorsa, non un peso»

giugno 12, 2012 Carlo Candiani

Emanuele Pedrolli (Incontro e Presenza) è favorevole all’impiego di detenuti nella ricostruzione delle zone terremotate dell’Emilia: «Il lavoro è un ottimo modo per favorire il reinserimento».

Anche se i media l’hanno ricacciata subito nell’oblio, la proposta del Ministro della Giustizia Paola Severino riguardo la possibilità dei detenuti di partecipare alla ricostruzione nelle zone terremotate dell’Emilia e della Lombardia, continua a suscitare reazioni tra gli operatori penitenziari. «L’iniziativa del Ministro Severino ci sembra ottima. Anche dopo il silenzio generale dei media in questi giorni, mi auguro, possa ripartire». Ne è convinto Emanuele Pedrolli, direttore di Incontro e Presenza, associazione che conta un centinaio di volontari operanti all’interno delle carceri di San Vittore, Bollate, Opera, Beccaria e che gestisce progetti di reinserimento e accoglienza. «Sarebbe una delle poche occasioni per vedere i carcerati come una risorsa e non più come soggetti malvagi da contenere in luoghi chiusi. E non sto facendo un discorso astratto: già lo sperimentiamo con iniziative nelle carceri in cui siamo present».

Qualche esempio?
La Colletta Alimentare
. Sono due anni che portiamo questa iniziativa dentro le case di pena: quando siamo partiti eravamo molto spaventati, ci domandavamo come potevamo chiedere agli ultimi di aiutare li ultimi, di poter spendere i pochi soldi che avevano per comprare cibo da donare ad altri. Sembrava una follia, ma invece è stato un successo. Queste persone, davanti a una proposta seria, hanno dato cento volte di più di quello che ci aspettavamo.

Quindi l’ostacolo quale sarebbe, l’organizzazione?
Questo problema non me lo porrei: tentativi di questo tipo sono già in atto da anni. Mi vengono in mente i detenuti, circa una ventina, che a Milano escono dalla cella per andare a lavorare per l’Amsa. Gli esiti sono ottimi e a questi si aggiungono i detenuti che escono in art. 21 e vanno a lavorare nelle varie cooperative e aziende.

Con la sicurezza come la mettiamo?
È necessario un sguardo attento agli aspetti di sicurezza, non tutti i detenuti possono essere autorizzati a uscire: vanno selezionati e accompagnati.

Come dichiarato dal direttore del carcere di Trieste, Enrico Sbriglia, il problema è mettere in pratica l’art.27 della Costituzione Italiana, che afferma che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato.
Purtroppo questo non accade, ma il tentativo del ministro va in questa direzione, anche se va a sbattere con la solita polemica sterile: «Come si sentiranno le persone “normali” accanto ai detenuti?». Con questa corrente di pensiero l’art. 27 resterà sempre lettera morta. Il lavoro, qualunque lavoro, aiuta il detenuto nel suo reinserimento sociale.

Per Sbriglia la rieducazione è un problema che riguarda tutta la società.
Sono d’accordo. La società concepisce il carcere come una forma di giustizialismo. Benedetto XVI, durante la sua visita a Rebibbia, disse: «Comunemente pensiamo che giustizia sia dare all’altro ciò che gli è dovuto: questo è il compito della legge. Giustizia vuol dire dare all’altro ciò che è giusto per l’altro».

Il problema della giustizia nel nostro Paese dipende dalle leggi, dalle strutture o dagli uomini?
È un problema culturale. Le risorse sono poche, gli uomini anche: ma questi limiti sono superabili se si concepisce il reale valore della giustizia. Molti dei magistrati con i quali siamo in contatto come associazione, hanno la sensibilità del momento rieducativo. Purtroppo però, i magistrati italiani hanno in carico anche cinquecento detenuti: come fanno a occuparsi di tutti, a incontrarli?

Questo compito spesso è assolto dalle associazioni di volontariato come la vostra.
Anche se le situazioni cambiano da carcere a carcere, mi sembra di capire che le istituzioni si stanno accorgendo che per reinserire una persona diventa indispensabile il privato sociale, che sia un associazione di volontariato o una cooperativa. La nostra esperienza sta tutta nel nome: la modalità con cui ci muoviamo è un incontro, teso a riconoscere una presenza. La proposta al detenuto che incontriamo non è l’offerta di un servizio, ma un rapporto amicale. È inevitabile che l’amicizia possa offrire anche beni materiali, dalle case di accoglienza, al vestiario, al pacco alimentare, alla ricerca di lavoro. Ma sempre come amico, non come detenuto, che io accompagnerò anche fuori dal carcere.

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