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Il “popolo della Rete” non è né democratico né spontaneo. Come il ’68

maggio 15, 2012 Redazione

«La democrazia è lenta, tortuosa, talvolta inconcludente. La velocità rock dei movimenti è più elettrizzante». Ma chi lo dice che sia migliore? L’analisi di Pierluigi Battista.

I Pirati in Germania, Occupy negli Stati Uniti, il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo in Italia. Realtà diverse, unite però da un denominatore comune: la ribellione all’establishment politico, ai «mastodonti della politica fondata sull’imperativo della “governabilità”». Scrive l’editorialista del Corriere della Sera Pierluigi Battista: «Non solo contro la “linea” dei partiti, ma contro la loro stessa esistenza, per la farraginosità delle loro procedure, per la decrepitezza dei loro messaggi, per la voracità predatoria della loro presa sulla società».

«Ma i “movimenti” – si chiede Battista – stanno forse inventando qualcosa di meglio, di più leggero, di più aperto? Oppure dietro il volto dinamico e seducente dello spontaneismo si annidano le forme di una gestione manipolatoria dei movimenti “nuovi”?». Una domanda retorica accompagnata da questa analisi: «Oggi, due grandi opportunità hanno spalancato prospettive insperate per in nuovi movimenti in tutta Europa, dai “pirati” in Germania fino a Beppe Grillo. La prima è la dimensione elefantiaca di partiti che hanno perduto la loro funzione storica per trasformarsi in truppe di capillare occupazione di ogni segmento della vita nazionale e locale delle istituzioni. La seconda è l’illusione di libertà illimitata generata dalla Rete, la sensazione di poter partecipare in una grande piazza virtuale scavalcando tutte le mediazioni. Un’opportunità. E un’illusione».

Un’illusione che però nasconde un meccanismo noto, perché a decidere alla fine non è il grande “popolo della Rete” ma pochi noti più o meno invisibili: «L’ideologia dello spontaneismo non si interroga su chi prende le decisioni – insiste Battista – su chi sceglie il modo di impostare le battaglie. Non riconosce la decisione come frutto di gruppi dirigenti invisibili, non selezionati da meccanismi democratici collaudati. Chi decide per i manifestanti di Occupy? Come nel ’68: chi riconosceva i grandi strateghi dell’assemblearismo, che dietro il paravento antiautoritario e iperdemocratico dell’assemblea rendeva invisibili i centri della decisione politica?».

Per questo si può dire che «la democrazia è lenta, tortuosa, talvolta inconcludente. La velocità rock dei movimenti è più elettrizzante. Che sia migliore di quello che intende sostituire, questo non è affatto certo».

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