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Il caso di Sofia, la malaria «e la troppa approssimazione»

settembre 7, 2017 Caterina Giojelli

Le ipotesi, gli errori mediatici e la profilassi. Intervista a Giuliano Rizzardini, direttore del Dipartimento di Malattie Infettive dell’Ospedale Luigi Sacco di Milano

Marco e Francesca, i genitori della piccola Sofia . +++ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA+++

«È un caso estremo, morire in Italia a 4 anni di malaria. Ma morire di malaria non lo è affatto, è una delle infezioni che miete più vittime al mondo. Nel 2015 l’Oms ha segnalato oltre 200 milioni di casi che hanno portato a quasi 500 mila morti, soprattutto bambini di età inferiore ai 5 anni. E non solo nelle zone più povere del mondo: nel nostro paese ogni anno contiamo circa 6/700 casi di malaria di importazione. Non è una malattia estinta, è una malattia mortale». Giuliano Rizzardini, direttore del Dipartimento di Malattie Infettive dell’Ospedale Luigi Sacco di Milano, parla a tempi.it del caso della piccola Sofia, uccisa da malaria cerebrale nella notte tra domenica e lunedì all’ospedale di Brescia dove era stata trasferita d’urgenza da Trento. Ha lavorato per anni in Uganda, ha preso la malaria due volte, nell’ultima settimana ha ricoverato dieci casi, di cui un paio gravemente compromessi. «Ecco perché, senza minimizzare l’attenzione sul caso della bimba di Trento, che non ha mai messo piede in una zona endemica, non è assurdo parlare di malaria in Italia. La metà di questi ricoverati ha contratto la malattia durante un viaggio di piacere o di lavoro senza avere eseguito alcuna chemioprofilassi: non si tratta di famiglie che andavano a ricongiungersi nei paesi di origine, l’ultimo era un ingegnere di una grande compagnia petrolifera. Il mondo è diventato piccolissimo, in 24 ore puoi raggiungere qualunque destinazione, e questo significa che non servono i migranti per andare a prenderci la malaria, ce la prendiamo e portiamo a casa benissimo da soli. Spesso informandoci su internet, fidandoci di agenzie approssimative. Su cento persone a cui raccomando di fare una visita prima di partire per stabilire una profilassi adatta alla propria storia clinica ne viene uno solo. Tutto per non pagare 30 euro di ticket o il costo dei farmaci».

KALONGO. Quando lo scorso anno è tornato in Uganda del Nord, a Kalongo – dove nel febbraio 1987 ha vissuto la terribile esperienza dell’evacuazione dell’ospedale, punto di riferimento di tutto il paese, al fianco del suo fondatore, il medico e missionario comboniano padre Giuseppe Ambrosoli – Rizzardini ha assistito ai tragici effetti della sospensione del programma “Indoor Residual Spray” (promossa dalla Oms, una sorta di disinfestazione a tappeto delle capanne attraverso un insetticida) che ha permesso alle zanzare di riprodursi e che è venuta a sovrapporsi alla diminuita immunità naturale della popolazione alla malattia generata dalla riduzione all’esposizione al parassita degli ultimi anni. «La recrudescenza dei casi ha portato ufficialmente a decretare una vera e propria epidemia di malaria che ha devastato la zona. Nei dieci giorni che sono stato a Kalongo su 50 posti letto erano ricoverati 250 bambini. Di questi 180 avevano la malaria, più di dieci sono morti in una settimana perché non c’era sangue per le trasfusioni».

BRAVI NELLA DIAGNOSI. Dall’ospedale di Trento, intanto, si dicono certi che il parassita che ha causato la malaria a Sofia sia lo stesso che ha fatto ammalare due bambini di ritorno dal Burkina Faso che erano in pediatria nella stessa struttura negli stessi giorni della piccola: il plasmodium falciparum. «Ci sono quattro tipi di plasmodium, che danno origine a malaria con caratteristiche diverse, il malariae, l’ovale, il vivax e il falciparum», spiega il medico. «Quest’ultimo è uno dei più frequenti dell’Africa, il più aggressivo e può portare a morte: è presumibile che sia lo stesso degli altri bimbi ricoverati per il semplice e banale fatto che presenta una sintomatologia più pesante; mentre gli altri riesci a trattarli eventualmente anche a domicilio, per questo è necessario il ricovero». Sofia è morta di malaria cerebrale, trasferita da Trento a Brescia dove è presente una rianimazione pediatrica. A causa delle complicazioni e della diagnosi tardiva il supporto dell’infettivologo non bastava più, «ma sono stati bravi comunque ad arrivare alla diagnosi: se una bambina non è stata in zone endemiche pensi a tutto tranne alla malaria».

I BAMBINI DEL BURKINA FASO. E allora perché Sofia è stata uccisa da questo parassita? Le ipotesi, riportate dai giornali, sono soprattutto tre: il contagio con il sangue di una persona infetta, il contagio tramite una zanzara autoctona che abbia punto in precedenza un malato (in questo caso, danno per assodato i giornali, i bimbi del Burkina Faso), il contagio tramite una zanzara proveniente da paesi malarici e trasportata all’interno di un container o di un bagaglio da viaggio. «Non è sufficiente un semplice contatto col sangue, come nell’ipotesi di un contatto epidermico tra soggetti infettati. Ci vogliono grandi quantità e trasfusioni. Le zanzare Anopheles che possono trasmettere il plasmodium, poi, sono solo una trentina su 400 tipi: fosse anche stata una di queste a causare la malaria di Sofia ci vogliono in media 15 giorni perché la zanzara replichi il parassita e possa trasmetterlo, e altri 15 perché si sviluppi nel soggetto punto. In altre parole, stando ai tempi dei ricoveri, la zanzara non avrebbe potuto infettarsi col parassita di uno dei bambini del Burkina Faso per poi trasmetterlo a Sofia».

ZANZARA DA VIAGGIO. Resta l’ipotesi della “zanzara da viaggio”, «solitamente questi casi si registrano all’interno degli aeroporti o nelle zone immediatamente limitrofe. In linea teorica per quanto rara il trasporto nella valigia può essere un’ipotesi. Ma questo lo chiariranno gli esperti. Quello che non vorrei è che del triste caso di Sofia restasse solo una corsa alle ipotesi e le polemiche evitando l’essenziale. E cioè che la malaria uccide. Qualunque causa l’abbia scatenata, è una malattia che se non diagnosticata in tempo è mortale. Anche una profilassi non eseguita correttamente o sintomi sottovalutati dopo un viaggio in zone a rischio diventa un rischio mortale. Pensiamo di poter far fronte a tutto, ma siamo ancora qui a registrare epidemie di morbillo in Italia. Non tutto è in mano nostra, non tutto è evitabile. Ma l’approssimazione di certi commenti sul caso di Trento la dice lunga sull’approssimazione che c’è ancora nell’affrontare il pericolo di questa malattia».

Foto Ansa

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