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Gentile onorevole Marzano, non sarebbe più civile rispettare il “diverso” fin dall’inizio della sua esistenza?

aprile 20, 2015 Alfredo Mantovano

La deputata Pd loda l’autenticità e la gioia del video pubblicato da un giovane veneto per il fratello affetto da sindrome di Down. Le propongo un passo ulteriore

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Pubblichiamo la rubrica di Alfredo Mantovano contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Gentile onorevole Michela Marzano, il giorno di Pasqua ho letto con interesse il suo editoriale su Repubblica, e l’ho sinceramente condiviso. Lei ha scritto a margine del breve e simpatico video che Giacomo Mazzariol, 18 anni, di Castelfranco Veneto, ha dedicato a suo fratello Giovanni, 12 anni, che ha la sindrome di Down. È un corto che ha spopolato sul web: con intelligenza e ironia, ma con passaggi toccanti, rappresenta un colloquio di lavoro fra un freddo selezionatore e Giovanni. Non provo a sezionare il suo articolo in citazioni: va gustato per intero perché altrimenti perde senso; lei segnala l’autenticità e la gioia di questi pochi minuti di filmato, e la necessità per i “normali” di guardare chiunque con umiltà, oltre la soglia della presunta “anormalità”.

Approfitto di Tempi per proporle un passo ulteriore: mi creda, non all’insegna della polemica ma dello sviluppo coerente di quanto lei osserva in modo così convincente. Se 13 anni fa la mamma di Giovanni si fosse uniformata alla mentalità egemone, che dal 1978 è formalizzata nella legge 194 e che nei decenni è sacralizzata dalle pronunce della Corte costituzionale, avrebbe fatto esercizio di autodeterminazione; la legge e la sua costante applicazione permettono senza problemi di sopprimere un bambino down – l’indicazione contenuta all’articolo 4 di quella legge parla di «previsione di anomalie o malformazioni del nascituro» –, perfino se è vitale: per l’articolo 6 ciò può accadere fino al sesto mese di gravidanza.

Come si legano da un lato la possibilità giuridica e materiale, col sostegno del Servizio sanitario nazionale, di uccidere un essere vivo e spesso vitale, solo perché vi è la «previsione» – neanche la certezza, che comunque non cancella l’umanità del concepito – di «anomalie», e dall’altro la sollecitazione a guardare dentro di sé quando si ha di fronte una persona con quelle «anomalie»? Mi spiego meglio: come si può costruire il doveroso rispetto per l’altro, superando il suo incasellamento nella categoria del “diverso”, quando all’inizio dell’esistenza proprio il richiamo a quella categoria ne legittima la soppressione?

Sarebbe per me irrispettoso nei suoi confronti utilizzare le sue considerazioni per ipotizzare la riforma della legge 194, pur non nascondendo che per me quella legge è ingiusta e disumana. Traggo spunto dalle sue riflessioni per sperare che l’attenzione al presunto “diverso” sia credibile proprio perché non conosce deroghe temporali; perché si collochi già all’avvio della vita dell’uomo e si traduca, di fronte al comprensibile smarrimento di ciascuna gestante per la possibilità che suo figlio non rientri nei canoni della “normalità”, in un aiuto e in un conforto reale verso quella donna. Perché non la si lasci sola davanti a una scelta drammatica, se mai permettendole di cogliere, con la delicatezza necessaria, la gioia che sprizza dal video dei fratelli Mazzariol.

Uno sforzo culturale prima della nascita, quando la vita già c’è, rende semplice e naturale proseguire dopo. Non è una questione partitica, e neanche confessionale: come la categoria escludente del “normale” penalizza chi la adopera prima ancora che coloro che ne vengono esclusi, così la riflessione sul punto di partenza del rispetto dell’altro, chiunque egli sia, senza discriminarlo in base alle condizioni fisiche né all’età, penalizza la civiltà se viene ridotta a diatriba politica. Che ne dice?

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7 Commenti

  1. mery scrive:

    bravo come sempre Mantovani. non si illuda di stanare la furbetta filosofa, che magari parteciperà ancora a qualche tavola rotonda di famiglia cristiana o alle rubriche strappacuore di tv2000, ma difficilmente farà mea culpa o rivedrà la sua linea abortista.

  2. Nino scrive:

    Magari … se il “peso” (e non ho messo a caso le virgolette) non dovesse cadere completamente sulle spalle dei genitori, forse certe scelte sarebbero diverse. Molti non hanno idea di cosa vuol dire, in termini di fatica non solo mentale ma anche fisica (ed ovviamente economica), avere a che fare con la diversità. Ed occuparsi di qualcuno che prima o poi non avrà più i genitori, o i fratelli, ad occuparsi di lui … Ma lo stato, se non completamente assente, su questi temi è quantomeno molto ma molto distratto

  3. maurizio scrive:

    Nino,senza voler dare giudizi e nel rispetto della libertà delle persone,concordo perfettamente con quello che dice Mantovano.Certo,é vero,il peso cade completamente sulle famiglie ma,a parte che ci sono realtà e strutture che sono lì proprio per aiutare le famglie,io personalmente conosco almeno due realtà di questo tipo e le assicuro che proprio in virtù di tale aiuto ma,soprattutto,della fede e della compagnia cristiana…nulla togliendo al dramma umano che in quelle circostanze si vive inevitabilmente…esse lo hanno e lo stanno vivendo in piena serenità e consapevolezza ed i loro figli sono ben accolti e partecipi di questa compagnia.Insomma c’é una ragione più forte che permette di vivere tutto positivamente e si chiama Cristo e compagnia cristiana cioè Chiesa,nelle sue varie espressioni..sono lì che ci aspettano(tutti)sempre!!

    • Nino scrive:

      @Maurizio: non metto in dubbio quello che scrivi, di realtà simili ne conosco anche io. Conosco anche realtà in cui manca qualsiasi supporto (parlo di realtà periferiche, spesso abbandonate dai servizi) e che comunque vanno avanti. Ma se uno la fede non ce l’ha? In fondo la fede è un dono, non si ha a comando, quindi?

      Se uno la fede non ce l’ha, dovrebbe avere almeno la consapevolezza di non essere lasciato solo dallo stato, cosa che invece non c’è

  4. angelo scrive:

    Non mi fido neanche un po’ della gente del PD.
    Faccio notare che una consigliera comunale del PD di Milano (tale Rosaria Lardino), incitava a partecipare alla “contromanifestazione” al corteo del comitato No194 che si è tenuta a Milano lo scorso 11 Aprile. Contro-manifestazione indetta dai soliti noti (Centri Sociali, “sentinelli”, rifondaroli, femministe autogestite, ecc, ecc.).
    Ed era pure lei in piazza assieme a quelli che urlavano invettive, insulti e volgarità contro i pacifici manifestanti (che avevano l’ autorizzazione della questura, e tutto il diritto a manifestare senza subire intimidazioni e aggressioni, fisiche o verbali).
    Al di là del problema dell’ aborto, la prassi della “contromanifestazione” è una prassi antidemocratica, intimidatoria e sostanzialmente “fascista”, che denota un DNA totalitario e incapace di ammettere la libertà degli altri.
    Comunque questo è lo “stile” degli abortisti. Del resto è logico che chi è contro la vita sia anche contro la libertà e la democrazia.

  5. Emanuele scrive:

    Caro Nino,

    i bambini si ammalano anche dopo nati e alcuni diventano gravemente disabili… Che scelte dovrebbero fare i loro genitori? Su quali spalle graveranno questi piccoli malati?

    Esistono dunque genitori di serie A, quelli per cui la medicina ha scoperto indagini precoci prenatali delle malattie dei figli, e di serie B, quelli che si ritrovano figli malati perché non esiste screening prenatale o perché i figli si ammalano dopo la nascita.

    Ai primi è permesso liberarsi del fardello, ai secondi no… perché? Eppure gli aiuti ststali mancano per tutti…

    Forse se iniziassimo a considerare il punto di vista dei bambini malati, le differenze pre e post nascita sarebbero meno definite…

    • Nino scrive:

      @Emanuele: capisco il tuo ragionamento, tutto sta a decidere se un embrione a 8-10 settimane è una persona o no. E ritengo (mia opinione personale) che non ci sia una risposta univoca a questo dilemma (per la chiesa il dilemma non esiste, lo so bene). La differenza è che un bambino appena nato è senza ombra di dubbio una persona. Se un genitore ritiene che anche un embrione sia una persona allora è ovvio che non può, anzi non deve, far altro che fare di tutto per farlo nascere e sopportarne il “peso” (sempre tra virgolette), se un genitore ritiene che un embrione non sia una persona (e la legge lo consente) posso capire il suo dubbio e la sua sofferenza, e mi astengo dal giudicare la sua scelta. Di quella risponderà a chi di dovere in piena coscienza.

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