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Gelmini: «Bene il concorso per i docenti. Ma non si dimentichino i Tfa»

agosto 27, 2012 Chiara Rizzo

L’ex ministro dell’Istruzione sulle misure portate avanti da Profumo: «Il nuovo bando è positivo, ma si dovrebbe pensare anche ai giovani iscritti ai Tfa»

Dopo più di 13 anni, nel 2013 si terrà un nuovo concorso per mettere in ruolo 11 mila 892 docenti: È questa la più attesa delle misure a cui sta lavorando il ministero dell’Istruzione guidato da Francesco Profumo. Intanto, già da questo settembre, in ruolo entreranno 21 mila insegnanti, il 50 per cento provenienti dalle graduatorie ad esaurimento per le supplenze, l’altro 50 per cento dalle graduatorie dei vecchi concorsi. L’anno prossimo, oltre agli 11 mila vincitori del concorso, verranno messi in ruolo i rimanenti iscritti alle graduatorie ad esaurimento, per un totale complessivo di 21 mila docenti di ruolo. Di questa misura, e delle altre relative alla scuola e università, con tempi.it parla il predecessore di Profumo al ministero, Mariastella Gelmini (Pdl).

Dal 1999 non si bandivano più concorsi per docenti. Ora si parla di 21 mila nuovi docenti in ruolo, cosa ne pensa?
Per il momento sono notizie un po’ sommarie. Penso che di per sé la selezione tramite concorso sia un fatto positivo, ma la mia preoccupazione va ai giovani, che non dovranno essere penalizzati. Questo rischio lo si corre perché al concorso non potranno partecipare coloro che non hanno ancora conseguito il Tfa (Tirocinio formativo attivo), cioè proprio i più giovani. Forse, allora, sarebbe valsa la pena aspettare che si concludesse il ciclo del Tfa. Poi bisogna capire le regole di reclutamento di questo concorso.

Chiarezza sulle regole di reclutamento è la stessa richiesta che avanza al ministro la Cgil: per la prima volta anche lei si trova d’accordo con il sindacato?
Sì tutto può accadere, anche questo. Anche se, per la precisione, la Cgil chiede chiarezza in riferimento ai giovani che sono nelle graduatorie, mentre io penso più ai giovani del tfa che chissà quanto dovranno aspettare. Ma con un concorso i criteri di reclutamento dovranno essere meritocratici e premiare i migliori: ecco perché lo saluto positivamente, purché vengano salvaguardate queste accortezze.

Su Tempi, Giorgio Israel ha criticato il Tfa, dicendo che avrebbe potuto essere una buona occasione per la scuola ma è stata sprecata, a causa dei costi elevati o degli errori commessi nei test d’accesso. Lei cosa ne pensa?
Il problema dei costi elevati è un dato su cui sono d’accordo anche io. Per quanto riguarda la qualità della scrematura in accesso, purtroppo sono cose che capitano: è un errore che va corretto, ma dal passato si può imparare. Rispetto la posizione di Israel sull’apertura delle abilitazioni a prescindere dal numero di posti disponibili per gli insegnanti, credo, tuttavia, che ci debba essere una proporzione tra il fabbisogno effettivo di nuovi docenti e le persone, o almeno che si lasci una percentuale di poco superiore di docenti abilitati, tipo del 30 per cento in più rispetto ai posti disponibili. Altrimenti si rischia di lasciare troppe persone disoccupate. Sono d’accordo che ci siano dunque posti in più nell’abilitazione, con attenzione alle proporzioni.

Come giudica gli stanziamenti a favore degli Its, 14 milioni di euro?
Questo è un fatto assolutamente positivo. L’investimento per gli istituti di formazione secondaria è in linea con la necessità di abbassare il tasso di abbandono scolastico giovanile. Quindi puntare non solo sull’istruzione tecnica, ma sull’istruzione tecnica superiore la cui sperimentazione è stata avviata proprio da me, conferma la bontà della nostra intuizione.

Quali passi ritiene ora fondamentali per l’università?
Per quanto riguarda l’università è già positiva l’attuazione piena della riforma portata avanti dal ministro Profumo: consentirà un ricambio generazionale negli atenei, darà un aiuto nel reclutamento dei giovani. Inoltre è stata positiva la distribuzione delle risorse non più a pioggia ma effettuata in base ai risultati. Così come positivo è il sistema di valutazione: bisogna dare quanto prima al paese la possibilità di un sistema di valutazione avanzato. Credo che il nostro modello di università non debba appoggiarsi solo sui fondi pubblici e da questi dipendere, ma aprirsi anche alle realtà produttive. Nelle aziende, l’università trova un mondo a cui aprirsi, mentre le imprese possono rilanciare la propria competitività attraverso gli investimenti nella ricerca; questo, a mio avviso, è un binomio vincente.

E quali passi vanno ora fatti per la scuola?
Il sistema di valutazione da noi introdotto e attuato da Profumo è un sistema su cui investire. Mi auguro che non ci si fermi alla valutazione dell’apprendimento ma si punti anche alla valutazione dell’insegnamento. Il nostro paese, infatti, ha bisogno di rilanciare la qualità dell’insegnamento e in questo senso per la valutazione del docente non andrebbe considerata solo la carriera: non si può cioè pensare che l’avanzamento professionale sia collegato solo all’anzianità, ma andrebbe valutata anche la passione educativa di ciascuno. Questo è un altro punto su cui si dovrà concentrare il prossimo governo che verrà.

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