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Fondazione Welfare Ambrosiano, «un mix di pubblico, privato e volontariato»

maggio 17, 2012 Carlo Candiani

Parla Romano Guerinoni, direttore generale di Fondazione Welfare Ambrosiano: «Diamo sostegno ai lavoratori che non hanno più accesso ai crediti bancari. E li ascoltiamo, perché spesso sono persone sole».

Recessione, crisi economica, accesso al credito per le piccole imprese a conduzione familiare, oltre che ai nuclei familiari stessi, disoccupazione, occupazione giovanile: sono tanti i problemi con i quali la società italiana si scontra quotidianamente. E che costituiscono i motivi di difficoltà spesso insormontabili che popolano quella zona grigia in cui si incrociano le povertà e i fenomeni di esclusione sociale. Contingenze che il microcredito potrebbe aiutare a superare. Questa è in sintesi la “mission” di Fondazione Welfare Ambrosiano, aperta poco più di un anno fa. Le sue origini sono da ricercare agli inizi degli anni ’80 «quando i sindacati sul territorio milanese stabilirono, nei rinnovi dei contratti aziendali, una quota per iniziative di carattere sociale». Romano Guerinoni, direttore generale della FWA, racconta a Tempi.it «che quelle risorse furono usate per la realizzazione di mense e di asili nido, due problemi urgenti. Dopo quegli interventi, le somme sono rimaste congelate per anni. Tre anni fa le sigle sindacali hanno coinvolto il Comune (con la giunta Moratti), la Camera di Commercio e la Provincia, rilanciando l’utilizzo di queste quote e approfittando della disponibilità dei soggetti coinvolti per istituire una Fondazione che rispondesse alle nuove necessità che il mondo del lavoro milanese pone.

L’opera della Fondazione agisce su due fronti che caratterizzano l’economia italiana: la media e piccola imprenditoria e le famiglie. Realtà, che in questo momento, sono tra i soggetti più deboli del panorama economico e fiscale italiano.
Più che sulle medie e piccole imprese, noi operiamo su tutti i lavoratori, con ogni forma di contratto. Ci fermiamo alle ditte individuali, perché la nostra garanzia è sulla persona, società con capitali o gestite da più soci non rientrano nella nostra missione. Diamo sostegno alle realtà più deboli perché normalmente in una condizione di difficoltà economica diventano anche “non bancabili”, nel senso che non riescono ad avere più merito creditizio. La funzione della Fondazione, con l’iniziativa del microcredito, è proprio quella di aiutare questi soggetti “non bancabili” ma sostenibili, nel senso che, se aiutati, ce la possono fare.

Spesso le banche sono accusate di abbandonare al proprio destino persone che con il supporto giusto potrebbero migliorare la loro situazione.
Fino a tre anni fa, a dir la verità, le banche erano state fin troppo generose. Ma quando è arrivata la crisi, le persone che fino a qualche anno fa non avevano solo l’apertura di credito sul conto corrente, ma anche il mutuo, il finanziamento dalla società finanziaria, la “Carta Revolving”, improvvisamente non erano più meritevoli di credito e la banca ha smesso di elargire denaro facilmente.

La Fondazione invece ha attivato un circolo virtuoso con le realtà bancarie. Come avete fatto?
Con la pazienza. Abbiamo fatto capire alle banche disponibili che il credito garantito dalla Fondazione a questi soggetti è una possibile via d’uscita. Sappiamo benissimo che le banche non sono assistenti sociali, a loro abbiamo chiesto di correre un piccolo rischio, garantendo alla fine un reddito buono.

In che modo usate solidarietà e accoglienza verso chi, d’istinto, non avrebbe il coraggio di uscire allo scoperto, denunciando la propria situazione?
Noi operiamo sul territorio con una ventina di sportelli attraverso i quali diamo ascolto alle persone in difficoltà che spesso sono da sole, non hanno parenti con cui parlare. Per noi fare rete è fondamentale.

Il ruolo del volontariato è importante?
Assolutamente sì. Senza il volontariato la Fondazione non potrebbe funzionare. Abbiamo un sessantina di volontari che ci danno una mano altrimenti non potremmo sopportare a livello di costi una struttura del genere.

Le famiglie italiane generalmente hanno un buon rapporto con il risparmio, ma quanto potrà durare ancora?
Da quello che vediamo, il risparmio è stato bruciato. Chi si rivolge a noi è già parzialmente indebitato, ma ci sono situazioni così estreme che rendono impossibile l’operazione del microcredito.

Come giudica le attuali iniziative legislative in ambito fiscale che riguardano le famiglie?
Sono come sempre un po’ deboli. L’Italia è un paese strano: per cultura e per attenzione nei dibattiti pubblici il termine famiglia è sempre molto utilizzato ma poi, nella concretezza, tra la teoria e la pratica c’è uno scarto notevole.

La Fondazione opera sul territorio metropolitano milanese. Avete notizie di esperimenti simili  avviati nel resto del territorio nazionale? O rimanete un unicum?
Ci sono già state iniziative di microcredito in giro sul territorio, ma la nostra originalità sta nella composizione dei soci: un mix di pubblico e privato sostenuto dal volontariato.

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