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Che cos’è mai l’uomo, perché di lui ti ricordi? L’io, la crisi, la speranza

giugno 25, 2013 Gianfranco Lauretano

«Senza il Mistero, il mondo è più piccolo e assurdo, soprattutto la parte più interessante del mondo, cioè l’io, la persona»

Pubblichiamo l’invito alla lettura di Gianfranco Lauretano di Che cos’è mai l’uomo, perché di lui ti ricordi? L’io, la crisi, la speranza (edizioni Ares) di Giovanni Fighera

Questo libro di Giovanni Fighera è un percorso preciso e documentato, passo a passo, su una questione che l’autore ritiene fondamentale: senza il Mistero, il mondo è più piccolo e assurdo, soprattutto la parte più interessante del mondo, cioè l’io, la persona. È proprio questo il punto di partenza con cui inizia la meticolosissima indagine di Fighera: riportando alcuni dati antropologici incontestabili, l’autore definisce i punti salienti del «disagio dell’io», il primo dei quali è la situazione di diffusa incertezza esistenziale che viviamo:

Spenti tutti i lanternoni del passato, l’epoca contemporanea assiste all’accensione di un nuovo lanternone culturale che nega l’esistenza di qualsiasi verità assoluta, privilegia una finta tolleranza in nome di un presunto multiculturalismo, si rivolge all’esperto in ogni campo, una volta che tutte le figure di riferimento del passato sono cadute. Persa di vista l’unità del sapere e il senso complessivo della cultura, si assiste ad una parcellizzazione delle discipline che non sono più riconducibili ad un unicum, che non riescono a dialogare tra loro.

Spenta la lanterna della verità assoluta, l’uomo vive una stagione di apparente leggerezza che è come il sipario dietro cui si cela una «gaia disperazione», ossimoro assai centrato per esprimere quel misto di leggerezza e debolezza che è non solo il nocciolo del pensiero filosofico contemporaneo (ma l’autore avverte che la filosofia che impronta la mentalità di oggi passa preferibilmente attraverso i media di massa piuttosto che la scuola o le istituzioni tradizionalmente deputate alla cultura) ma la stoffa della stessa esistenza quotidiana di gran parte dei contemporanei. Il modello è quello virtuale dei divi, non dei maestri; neppure più dell’eroe antico, oggi palesemente ritenuto impossibile per la comprovata discrepanza tra azione e ideale.
Da qui deriva anche la percezione della realtà come carcere. Procedendo nella sua analisi che calibra in modo bilanciato descrizione del mondo e citazione di esempi tratti dalla storia dell’arte e del pensiero, l’autore ci ricorda che

tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, tre artisti, Pirandello, Van Gogh, Munch, anticipano in diverse arti quella percezione di crisi dell’uomo che caratterizzerà gran parte dei decenni successivi. Un uomo che è inerte, angosciato o addirittura paralizzato.

Ancora una volta, seguendo una precisa logica, siamo introdotti ad un elemento descrittivo della situazione d’oggi, che risulta centrale nel libro: il dramma della solitudine contemporanea. L’uomo ha sì desiderio di comunicare, ma, avendo negato a se stesso ogni verità, cosa c’è più da dire?

Tanta letteratura del Novecento documenta questa difficoltà o impossibilità a raggiungere la verità, il Mistero della realtà. Se non c’è una verità o se essa non è da noi conoscibile, non è possibile una reale comunicazione tra gli uomini, perché non si può pensare di mettere in compartecipazione una verità che sia portata da uno dei due interlocutori o che sia derivata da altri. Quando la verità è negata alle radici, ognuno continua a camminare nel proprio  tunnel di vetro trasparente in cui potrà vedere gli altri, senza, però, entrare realmente in contatto con loro.

Inizia a questo punto, già nella «parte prima» del libro un percorso dettagliato alla scoperta di come si sia formato un tipo antropologico come quello di oggi. I primi spunti ci raccontano di un uomo senza anima, vicino agli animali, solo più cattivo; poi di un’idea di uomo e società in cui a prevalere sono gli oggetti che danno soddisfazione al bisogno, le merci, in quello straordinario e terribile sovvertimento di gerarchia per cui non è più il prodotto a servire l’uomo ma, all’opposto, è l’uomo ad essere mezzo di produzione e il suo bisogno e desiderio è ridotto al piacere. Interessante è anche il punto di partenza storico che ci offre Fighera, cioè quel Montaigne da molti ritenuto un modello di umanesimo. Una lettura più attenta della sua opera ci porta sotto gli occhi un’idea decisamente diversa della concezione d’uomo del filosofo francese:

Il discorso di Montaigne, argomentato con situazioni ed esemplificazioni che a lui paiono inconfutabili, approda ad una conclusione: «Noi non siamo né al disopra né al disotto del resto; tutto quello che è sotto il Cielo […] è sottoposto ad una legge e ad una sorte uguale».

Ma attraverso questa strada non si giunge, come parrebbe, alla libertà e alla realizzazione dell’umano. Anzi, l’equiparazione di uomini e bestie, l’appiattimento sul possesso e sul piacere portano ad un distacco dall’amore alla vita e a sé, fino al revival «neomalthusiano» di pratiche contrarie alla vita, in nome, guarda caso, ancora della libertà e della salute. Menzogne come l’ideologia darwinista, spacciata dalla scuola in maniera indiscutibile quando è stata confutata persino dalla scienza, dimostrano come il vero scopo dell’imposizione di una certa mentalità -infiltratasi purtroppo persino nella maggioranza dei percorsi educativi- non sia affatto lo sviluppo dell’uomo e della cultura umanistica; persino l’ecologia è utilizzata per un secondo fine. I nuovi miti che si sono imposti, soprattutto quello tecnologico delle macchine e della falsa facilità di accesso ai servizi e di comunicazione immediata, contribuiscono invece a loro volta all’affermazione di un materialismo in cui l’uomo è ridotto a ricerca del benessere economico e la verità è passata attraverso il nichilismo di Nietzsche, la cui versione odierna è il relativismo: tutte le verità sono uguali e non assolute, cioè la verità non esiste.

Non c’è proprio più nulla che possa distinguere l’uomo dalla bestia e l’homo religiosus è definitivamente ridotto a homo oeconomicus. L’uomo non è più domanda di Infinito, esigenza di felicità, di amore, di bellezza, ma è materia pensante. Anche la natura del desiderio è così ridotta alla stregua dei bisogni materiali.

La parte seconda del volume è un’ulteriore, documentata declinazione storica dell’idea di uomo e del suo rapporto con la verità e il Mistero. Occorre riaccennare all’uso che Fighera fa della letteratura: l’ampia messe di esempi che riporta e il tipo di lettura che ne fa rinverdiscono il vero senso della letteratura stessa, il motivo per cui le opere del passato e del presente sono state scritte. Esse sono infatti un tentativo di conoscenza, una risposta data alle domande fondamentali dell’uomo: sono un aiuto alla comprensione dei dati dell’io. Così le usa e le interpreta l’autore: prima che un oggetto scaturito da una qualche forma di tecnologia linguistica o ispirazione sciamanica, sono l’appassionato risultato di un uomo in ricerca.  Questo uomo ha cambiato stile e concezioni nell’arco dei secoli, i cui capitoli fondamentali sono rintracciati nella classicità greca e romana, nel Medioevo, negli albori della modernità, fino all’Illuminismo-Romanticismo e all’epoca novecentesca delle ideologie. Di ogni fase Fighera dettaglia la mentalità, certificando mediante l’uso dei testi letterari il suo formarsi e mutare nel tempo.

Le ultime parti, più brevi, tentano di scorgere le strade per un possibile riscatto dell’umano, così privato delle sue istanze migliori. Il primo punto è il desiderio, che non solo è connaturato nell’uomo ma in più, come dice Teresa di Lisieux, è attivato di fronte alla comparsa del suo oggetto, e in qualche modo rilanciato ulteriormente. Anche il desiderio è quindi bersaglio delle mire del potere, che vorrebbe ridurre l’uomo a consumatore e che proprio sul desiderio basa i suoi stimoli in questa direzione. Perciò occorre conservare un atteggiamento di stupore, così inteso:

L’atteggiamento di stupore proprio del bambino rappresenta l’impeto dell’uomo che entra con curiosità nell’avventura della realtà per conoscerla. Proprio questo stupore è l’atteggiamento da cui nasce la filosofia.  Il fascino che la realtà desta diventa il mezzo che attira e che cattura il bambino tanto da far sorgere in lui le domande: «Che cos’è questo oggetto? Come si chiama? A che cosa serve?». La conoscenza avviene attraverso la creazione di un legame con l’oggetto incontrato fino al desiderio di comprendere il suo fine  e la sua utilità.

Fino al passaggio successivo:

In realtà l’atteggiamento di domanda stupita non è naturale solo del bambino, non è fanciullesco, ma è proprio di un uomo che sia interessato al reale, cioè che sia pienamente coinvolto nella vita. Lo stupore non ci fa fermare all’immagine immediata, ma ci sprona ad andare oltre l’apparenza, a cogliere per così dire l’oltranza, il significato, la ragione, la provenienza di ciò che vediamo e che accade. Allora l’atto della conoscenza diventa un impeto, un movimento, una tensione e una propensione verso il Mistero che si coglie nella realtà e che si desidera conoscere. Chi mi ha regalato questi fiori? Chi mi ha dato la Luna piena così splendente in cielo, da guardare? Chi ha creato la bellezza del mondo? Quando è guardata con stupore la realtà viene colta come segno e, in un certo modo, come via veritatis, strada per la verità. Lo sguardo stupito fa cogliere nella realtà un’unità profonda, un Mistero che accomuna tutto.

Questo Tu che ha creato il mondo apre le porte all’amore, vero fulcro della conoscenza, e all’appartenenza ad esso, per cui la solitudine che contraddistingue i contemporanei è sconfitta con l’adesione e l’appartenenza alla Verità. Rinasce così anche la capacità di costruzione di un mondo più umano, attraverso la responsabilità, che è etimologicamente un rispondere a qualcuno. Gli ultimi argomenti del libro, dopo aver attraversato gli elementi basilari di una ricostruzione dell’umano nella sequenza desiderio-stupore-amore-appartenenza-responsabilità, affrontano tutte le questioni legate al mondo di oggi, soprattutto quelle che riguardano l’uso vero della ragione, così mistificato dal razionalismo, e della fede, sempre connessa alla ragione, di cui nessun cristiano ha mai paura, anzi; quelle infine che riguardano la cultura e l’idea di popolo, fino alle accezioni più concrete della politica e della società. Fighera lo fa tenendo sempre presente i suoi modelli, che lo accompagnano quotidianamente nel suo lavoro di insegnante e di scrittore, i quali non sono solo gli scrittori stessi, ma tutti i maestri della Chiesa e della società che non si stancano di indicarci una visione positiva dell’uomo e della sua capacità di costruire la civiltà, costruendo l’io.

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