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Va bene l’euro, ma se ci facessimo anche una moneta nostra? In Francia c’è già

aprile 15, 2013 Rodolfo Casadei

Il progetto di una valuta locale sta per diventare realtà a Nantes. Grazie a due bocconiani e alla spinta del socialista Ayrault.

Quando, durante la campagna elettorale per le Regionali, l’allora candidato di Lega Nord e Pdl Roberto Maroni evocò l’introduzione in Lombardia di una moneta locale da affiancare all’euro in caso di sua vittoria alle urne, da sinistra le reazioni furono di scherno o di allarme. Pier Luigi Bersani intervenne goliardicamente proponendo di chiamare “marone” l’ipotizzata moneta lombarda. Umberto Ambrosoli, candidato del centrosinistra, bocciò senza appello l’idea affermando che avrebbe portato all’“isolamento” dell’economia regionale e a un aumento dell’inflazione. E ancora venerdì scorso Ivan Berni su Repubblica sospettava il «lombard di Maroni di incostituzionalità e velleitarismo politico».

Chissà come commenterebbero tutti costoro la seguente notizia: a Nantes, in Bretagna, sta per entrare in funzione un sistema di moneta complementare voluto dall’amministrazione locale e realizzato con la decisiva consulenza di due professori dell’università Bocconi di Milano, Massimo Amato e Luca Fantacci. Il progetto era stato introdotto nel 2006 e poi strenuamente portato avanti dall’allora sindaco di Nantes, un certo Jean-Marc Ayrault: sì, proprio lui, l’attuale primo ministro socialista francese nominato l’anno scorso dal presidente François Hollande.
Esperienze di monete locali se ne danno in quasi tutti i paesi industrializzati: dalla Svizzera, dove nel 1934 è nato il Wir, la prima versione dei tempi moderni, agli Stati Uniti che ne vantano più di un centinaio; dalla depressa Spagna che le ha riscoperte a causa della crisi alla dominatrice Germania che pure ne ha una (il Chiemgauer) nella ricca Baviera. In Italia si danno le esperienze di Euro BexB che dal 2001 a oggi ha intermediato scambi per 250 milioni di euro, di Sardex.net, circuito di credito commerciale operante in Sardegna dal 2009 e del cosiddetto Arcipelago Scec che distribuisce fra gli affiliati i suoi Buoni locali che integrano in differenti percentuali i prezzi in euro di beni e servizi.

La moneta locale o complementare non è né di destra, né di sinistra: è uno strumento pensato per stimolare gli scambi economici in ambito locale, in tempi di crisi ma non solo. È un’intelligente trovata che potrebbe risolvere l’incancrenita questione dei debiti della pubblica amministrazione verso le imprese. Certo, è anche un’idea di moneta diversa da quella dominante, che considera il denaro una riserva di valore: nella moneta complementare conta solo il valore di scambio. Ma prima di addentrarsi in ipotesi di palingenesi finanziaria potrebbe essere utile capire cos’è e come funziona una moneta complementare, e che cosa può dare sin da ora, nel mondo del capitalismo finanziario in crisi del secondo decennio del XXI secolo. E chi meglio di Massimo Amato, il professore bocconiano chiamato a Nantes per tenere a battesimo la locale moneta complementare, potrebbe farlo? Lo abbiamo intervistato telefonicamente.

Professor Amato, lei è in Francia per sovrintendere all’esordio della moneta complementare promossa da Nantes e area metropolitana, che lei ha progettato insieme al professor Fantacci. Di cosa si tratta in sintesi?
Si tratta del progetto di una camera di compensazione che coinvolge imprese, lavoratori e servizi pubblici. Una camera di compensazione è uno strumento che serve a contabilizzare gli acquisti e le vendite che le imprese fanno fra di loro in un’unica contabilità chiusa su se stessa, in cui ogni volta che vendo ottengo un credito, ogni volta che compro ho un debito, e si tende a compensare i debiti con i crediti. Il sistema è multilaterale, nel senso che io posso comprare da un soggetto A e ripianare il mio debito vendendo a un soggetto C. Esperienze del genere esistono già, la novità di Nantes è quella di inserire anche i lavoratori. Le imprese potranno, se si metteranno d’accordo coi dipendenti all’interno di contratti di secondo livello, pagare una parte del salario in moneta locale. Che è ancorata all’euro con un rapporto di cambio 1 a 1, ma non è convertibile in euro: gli attivi e i passivi che ci sono all’interno della camera di compensazione non possono essere saldati o convertiti in euro. Bisogna perciò che ogni partecipante alla camera di compensazione trovi il modo di equilibrare il proprio conto facendolo ritornare periodicamente a zero. Sostanzialmente, pareggiando i crediti con i debiti. L’idea è di chiudere completamente il circuito, di far sì che questa moneta non esca mai dal circuito e in qualche modo si annulli. Viene creata dagli scambi ma viene anche distrutta da essi. Devo convertirla in beni, questa è l’idea fondamentale.

Esiste fisicamente questa moneta locale? Quante imprese e che giro d’affari coinvolgerà il progetto di Nantes?
No, è una moneta elettronica. Non c’è bisogno di battere moneta e di stamparla. L’obiettivo è ambizioso: almeno il 10 per cento degli scambi che si fanno sul territorio della comunità nantese a regime potrebbero essere fatti in moneta locale, con 6-7 mila imprese che partecipano sulle 30 mila presenti. Ogni impresa porterà dentro i suoi clienti e fornitori per pagare i fornitori e farsi pagare dai clienti in moneta locale. I pagamenti non si faranno integralmente in moneta locale, ma in percentuale: a fronte di una fattura di 1.000 euro, 700 potrebbero essere pagati in euro e il restante in moneta di Nantes.

A Nantes la “camera di compensazione” fra le aziende aderenti al programma di moneta locale sarà gestita da una banca pubblica comunale. Perché non lasciare che siano le imprese stesse a creare la struttura che ritengono più adatta alle loro esigenze?
La banca è pubblica non perché usi fondi pubblici ma perché svolge una funzione pubblica. È chiaro che delle imprese in un dato territorio potrebbero consorziarsi, creare un istituto che riceve l’autorizzazione a gestire un sistema di pagamento, non c’è bisogno in senso stretto di passare attraverso istituzioni pubbliche. Però la dimensione pubblica resta importante perché queste camere di compensazione locali potrebbero diventare una soluzione sistematica al problema dei ritardi dei pagamenti delle pubbliche amministrazioni (Pa) nei confronti delle imprese. Se la Pa potesse pagare ed essere pagata in moneta locale, si libererebbero dai vincoli di bilancio tutti gli Enti del territorio che aderiscono al Patto di stabilità e quindi non possono spendere euro. I crediti delle imprese nei confronti della Pa diverrebbero immediatamente liquidi all’interno della camera di compensazione. Una volta accreditate le loro spettanze in moneta locale, potrebbero immediatamente spenderle presso altre imprese, quindi riattivare il circuito virtuoso dei pagamenti, bloccato a causa dei ritardi della Pa. Mentre oggi l’impresa che non viene pagata dalla Pa non riesce a pagare essa stessa i suoi fornitori e così via di seguito con un effetto domino che sta strangolando l’intera attività produttiva in Italia.

La moneta complementare è una misura anticiclica per tempi di crisi come quelli attuali o è il tentativo pratico di realizzare un’alternativa alla moneta così come la conosciamo?
È chiaro che in un momento di stretta creditizia un sistema di questo tipo non potrebbe che aiutare le imprese a trovare degli sbocchi. E nella misura in cui questo denaro è creato e distrutto all’interno della camera di compensazione, non si dipende dalla volatilità dei mercati finanziari e del mercato interbancario. Ma la moneta complementare non è semplicemente anticiclica, è aciclica: non dipende dal mercato finanziario, è largamente indipendente, è una moneta che si crea dove ci sono degli scambi da fare, e ce n’è sempre tanta quanta ne serve per fare tutti gli scambi che servono. È un modo alternativo di pensare la moneta e il credito.

Lei ha detto varie volte che la moneta complementare non è pensata contro le banche, ma potrebbe addirittura aiutarle. Cosa significa?
Una camera di compensazione gestisce una parte del credito che è necessario a un’impresa, ma non tutto il credito che è necessario ad essa. Non è adeguata a gestire investimenti di medio e lungo termine che si ripagano in 5 anni o più. All’interno di una camera di compensazione si finanzia il capitale circolante, quello che si paga da 30 a 90 giorni, 120 al massimo. Cosa resta alle banche? Tutto il resto. Con quale vantaggio? Che una camera di compensazione riduce di fatto l’esposizione creditizia delle imprese nei confronti del sistema bancario, quindi diminuisce l’indebitamento medio delle imprese. Ora un’impresa meno indebitata è un cliente più interessante e più sicuro per una banca. Una banca che finanzia solo il 20 per cento del fatturato dell’impresa anziché il 50 o il 70 ha garanzie sufficienti per poter considerare quel cliente non rischioso. Questo significa che potrebbero risparmiare in termini di riserve bancarie. Siccome le riserve dipendono dal rischio, una diminuzione effettiva del rischio ridurrebbe la necessità di riserve anche in misura sostanziale.

Rientrerebbero più facilmente nei parametri di Basilea e della Unione Europea. Se si creano squilibri all’interno della “camera di compensazione”, con un’impresa che ha troppi crediti e un’altra troppi debiti, che si fa?
Bisogna evitare di arrivare a una tale situazione. Bisogna trovare fin dall’inizio un equilibrio tra la capacità di spesa e la capacità di acquisto di un’impresa all’interno del circuito. Si tratta di fare degli attivi che siano compatibili col ritorno all’equilibrio. Per favorire ciò applichiamo una delle idee del progetto di camera di compensazione internazionale del 1944 di J. M. Keynes: si pagano interessi passivi tanto sulle posizioni debitorie che sulle posizioni creditorie. Chi ha un attivo e non lo usa, è in qualche modo tassato come chi ha un debito e non lo salda.

È molto diverso dal meccanismo classico dell’interesse.
Paghi un interesse passivo perché stai impedendo al sistema di circolare. Non stai ripagando il sistema dei servizi che ti ha reso. Il sistema ti ha aiutato a vendere, e tu devi fare il favore di comprare.

La diffusione della moneta complementare non rischia di abbattere il gettito fiscale dello Stato e di aggravare così il problema del debito pubblico?
Nemmeno un po’, la moneta locale è fiscalmente neutra. È semplicemente un mezzo di pagamento a fronte di una fattura che è emessa integralmente in euro. Lei vende per 1.000 euro, emette una fattura da 1.000 euro, e riceve poi 700 euro e 300 unità locali. Inoltre, trattandosi di pagamenti elettronici su presentazione di fattura, è un sistema completamente impenetrabile all’evasione fiscale. Ci sono imprese che vorrebbero entrare nei circuiti di moneta complementare, ma sono troppo esposte col nero e utilizzare questi circuiti le metterebbe in chiaro. La moneta si chiama complementare proprio perché non tutti i pagamenti li posso accettare in moneta locale, in quanto le tasse le devo pagare in euro. Certo che se in un circuito di moneta locale almeno le tasse locali potessero essere pagate in moneta locale, allora la cosa diventerebbe davvero interessante. L’idea di compensare i debiti della Pa con i crediti verso di essa attraverso una moneta locale è estremamente sensata e una camera di compensazione sarebbe il luogo migliore e più adeguato per procedere in modo sistematico, e non per decreti come si sta tentando di fare, a risolvere questo problema dei ritardi dei pagamenti.

Nei suoi libri critica la moneta “riserva di valore” creata dal capitalismo negli ultimi 400 anni e le contrappone la moneta mezzo di scambio/unità di conto, come sarebbe la moneta complementare. Ma sarebbe possibile rinunciare interamente alla moneta “riserva di valore”, cioè all’idea di risparmiare i soldi per poterli usare al momento del bisogno?
Nel lungo periodo ci si può completamente rinunciare senza svantaggi per nessuno. Intanto si può cominciare ad affiancare alla moneta riserva di valore una moneta che non lo sia. In prospettiva si tratta di eliminare dalla scena economica quell’elemento di freno che consiste nel fatto che io ho denaro e siccome lo posso detenere indefinitamente, mi faccio pagare per rimetterlo in circolazione. Riserva di valore vuol dire che la moneta non perde nominalmente il suo valore mai. Una banconota da 50 euro vale 50 euro da qui alla fine del mondo. E questo è un vantaggio indebito rispetto a ogni altra forma di risparmio. Non si tratta di scoraggiare il risparmio, ma di trasferire l’attitudine al risparmio dal risparmio di denaro al risparmio di beni. E secondariamente di legare l’attività di risparmio all’attività di investimento. Il denaro risparmiato non è di per sé un elemento favorevole al funzionamento del sistema economico: ogni volta che risparmio tolgo del lavoro a qualcuno. Non bisogna solo pensare ai pensionati e alle famiglie che risparmiano, ma ai fondi di investimento, alle banche, ai trader, a coloro che il denaro lo usano per motivi speculativi e non precauzionali. La posta in gioco politica delle monete locali è dimostrare che si possono costruire dei sistemi di credito efficienti che non hanno bisogno della moneta come riserva di valore. Una moneta che non è riserva di valore implica una finanza che sia veramente al servizio dell’economia reale.

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2 Commenti

  1. Giovanni scrive:

    Credo che nel breve termine, anche in Italia si svilupperà un maggior interesse per i sistemi di Baratto Multilaterale per far fronte alla crisi di liquidità delle aziende.
    Infatti, in Italia sono già attive diverse Aziende, locali, regionali, Nazionali e Internazionali (vedi Ormita), che stanno operando nel settore aiutando le nostre Aziende a muovere delle cifre interessanti di Scambi in Merce, anche indiretti grazie ad un sistema di Conto elettronico che fa da camera di compensazione, permettendo ai loro membri di acquistare Merci e servizi, senza ricorrere alla propria liquidità o a finanziamenti difficili da ottenere.
    Complimenti a chi si sta impegnando nel promuovere questo sistema “anticrisi”

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