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«Estremisti islamici usano la blasfemia per distruggere le comunità»

maggio 31, 2012 Leone Grotti

Intervista a Peter Jacob, segretario esecutivo della Ncjp, Commissione della Chiesa cattolica pakistana, che si batte contro la blasfemia: «Casi orchestrati ad arte come per Asia Bibi, che però sta bene».

«Troppa gente negli ultimi anni è stata assassinata per la legge sulla blasfemia e troppi casi vengono orchestrati ad arte. Asia Bibi è solo uno dei casi. Il governo dovrebbe fare un’analisi seria dei numeri per rendersi conto di quanto è peggiorata la situazione e di come viene abusata questa legge». Parola di Peter Jacob, segretario esecutivo della Commissione nazionale di Giustizia e Pace della Chiesa cattolica pakistana, che si occupa della difesa dei diritti umani dal 1985 e si batte fin dal 1990 per l’abolizione della legge sulla blasfemia, occupandosi della difesa delle persone accusate, musulmani e cristiani. Due giorni fa il rappresentante Onu per l’indipendenza dei giudici e degli avvocati, Gabriela Knaul, ha dichiarato: «Mi preoccupano molto i casi di blasfemia, so di molte cause in cui i giudici sono stati costretti a condannare gli accusati anche in mancanza di prove». «Sono parole davvero pertinenti», afferma Jacob a tempi.it.

Chi è che costringe i giudici a giudicare gli imputati contro la legge?
Gli estremisti islamici, che minacciano giudici e avvocato, impedendogli di giudicare liberamente. Sono sempre insicuri e devono calcolare il rischio a cui vanno incontro se scagionano chi viene accusato di blasfemia. La legge purtroppo viene usata molto male: troppi uomini e donne negli ultimi anni sono stata assassinati per questa legge, che limita la libertà religiosa.

Quali sono le dimensioni del fenomeno?
Ci sono tantissimi casi di cui i media non parlano e che non riescono ad uscire sui giornali. Noi vorremmo che il governo facesse un’analisi seria dei numeri, dovrebbero rendersi conto della situazione e di quanto viene abusata questa legge. Negli ultimi 18 anni, e noi non possiamo ovviamente conoscere tutti i casi, sono state accusate 1.151 persone, 64 casi all’anno. Soprattutto musulmani e ahmadi (islamici considerati eretici dagli ortodossi, ndr), e poi cristiani. Si può essere accusati per molti motivi e la pena è l’ergastolo o la morte, a seconda dei codici penali che vengono toccati.

Il Pakistan è una Repubblica islamica. È così piena di blasfemi?
No, ovviamente. Le ragioni per cui le persone vengono accusate sono diverse. L’intenzione è spesso quella di distruggere le comunità usando come mezzo le tensioni religiose. La maggior parte dei casi sono orchestrati ad arte.

Come quello di Asia Bibi. Come la sta la madre cristiana, condannata a morte per blasfemia in primo grado?
Asia Bibi sta bene, è tuttora nel carcere femminile di Sheikhupura ma non la trattano male, la sua salute è buona e il suo spirito alto.

Quando comincerà il processo di appello?
Di solito passano tre anni tra il primo grado e il processo di appello. Sono già passati più di 12 mesi, quindi si tornerà in aula tra un anno e mezzo circa.

È passato più di un anno dalla morte del ministro cattolico per le Minoranze Shahbaz Bhatti, assassinato da estremisti islamici per aver difeso Asia Bibi e per essersi battuto per l’abolizione della legge sulla blasfemia. La situazione delle minoranze è migliorata?
Il Pakistan è in una situazione davvero difficile dal punto di vista politico, economico e delle relazioni internazionali. Noi non ci aspettiamo un miracolo, la situazione non migliorerà di colpo. Tutti i problemi sono collegati, serve una lunga battaglia per i diritti delle persone ma anche per la democrazia. Il Pakistan è uscito da poco da una lunga dittatura, ora ha intrapreso la via della democrazia ma è una strada nuova per noi e sarà lunga.

Ci sono segnali concreti positivi di miglioramento?
Grazie al cielo sì: il fatto che il rappresentante dell’Onu abbia fatto quelle dichiarazioni è molto importante perché significa che il Pakistan è aperto alla comunità internazionale. È positivo anche che stiano migliorando le relazioni con l’India, perché così avremo più occasioni di instaurare un processo democratico.

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