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Egitto, chiuso il Monastero di Santa Caterina. Si temono gli attacchi degli islamisti

settembre 5, 2013 Redazione

Il celebre monastero, meta di pellegrinaggi e turismo, dava lavoro agli abitanti della zona. La sua chiusura sta affamando l’intera zona

Tratto dal sito erebmedioriente.tumblr.com Le autorità ne hanno ordinato la chiusura a causa del rischio attacchi dopo gli assalti islamisti avvenuti dal 14 al 17 agosto. Nel corso degli ultimi 50 anni, il Monastero di Santa Caterina ha chiuso le sue porte per due volte: nel 1977, quando l’ex presidente Anwar Sadat ha fatto la sua storica visita a Gerusalemme, e nel 1982, quando l’esercito egiziano è entrato Sinai dopo il ritiro delle forze israeliane.

Fondato nel IV secolo dopo Cristo, il monastero è da secoli meta di pellegrinaggi e turismo. La sua chiusura sta affamando l’intera zona che vive proprio grazie al luogo di culto.

“Stiamo soffrendo una grave crisi – p. Paolos, monaco – non possiamo coprire le spese del monastero e delle decine di famiglie che vivono grazie a noi”.

Con i suoi oliveti, viti, produzione di miele e altri impianti agricoli, il monastero di Santa Caterina impiega 400 lavoratori della comunità locale. Nella città di Santa Caterina del Sinai, molte famiglie di beduini che vivono grazie alla presenza dei monaci sono state costretta a vendere i loro cammelli per poter sopravvivere.

Nonostante gli appelli della comunità e delle autorità religiose, lo Stato non sta facendo nulla per la popolazione, anche se da anni trae beneficio dal luogo. Per entrare nella città di Santa Caterina, ogni turista deve pagare un biglietto di 5 euro. L’amministrazione del monastero spiega che tra il 2004 e il 2011 la media è stata di 4mila alla settimana.

Santa Caterina è anche un crocevia per il turismo d’avventura dei safari. La tribù Jabaleyya offre da 1600 anni i suoi cammelli per la traversata dal Cairo al Sinai. I suoi uomini, tutti musulmani, proteggono da secoli la comunità ortodossa che vive nella cerchia del monastero. Ahmed Mousa, 17 anni, racconta che per sfamare la sua famiglia ha dovuto vendere il suo unico cammello. Suo padre è morto circa 7 anni e dalla tenera età di 10 anni è lui il capo famiglia. “Nutrire un cammello – spiega – costa circa 80 euro al mese. Quando accompagnavo i turisti riuscivo a fare tutto questo, ora è impossibile. Grazie a Dio, ho venduto il cammello per un prezzo equo, ma questo è sufficiente solo a sfamare la mia famiglia per qualche mese e nel momento in cui il turisti torneranno non sarò nemmeno in grado di riprendere il lavoro!”.

Sostenere la popolazione costerebbe al governo circa 64mila euro al mese, denaro che potrebbe ricavare dagli introiti dei biglietti, mai spartiti con la comunità locale. “Non stiamo chiedendo al governo milioni di dollari – afferma Ahmed – stiamo solo chiedendo cibo per i cammelli. Venderli significa distruggere la nostra vita per sempre”.

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