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Ecco la lista nera degli “omofobi”, colpevoli di aver difeso il matrimonio fra uomo e donna

gennaio 10, 2013 Benedetta Frigerio

Sono stati pubblicati alcuni nomi di persone licenziate o sanzionate per aver espresso un parere o per aver fatto obiezione di coscienza.

L’associazione The Coalition for Marriage ha pubblicato una lista di alcune persone punite per aver difeso, in diversi casi e per diversi motivi, la necessità di preservare l’unicità del matrimonio tra uomo e donna. In Gran Bretagna, Adrian Smith, è stato retrocesso e il suo salario decurtato del 40 per cento solo per aver detto che per la Chiesa il matrimonio omosessuale è «un’uguaglianza che si spinge troppo in là». Ha scritto queste parole sulla sua pagina privata di Facebook, visibile solo agli amici, fuori dall’orario di lavoro, ma questo non è servito alla sua difesa.
A pagare 3 mila e 600 sterline per aver deciso di affittare le camere matrimoniali del proprio Bed&Breackfas solo a coppie sposate (non le davano neppure a fidanzati o conviventi eterosessuali) sono invece Peter e Hazelmary Bull.
Mentre l’autista inglese Arthur McGeorge ha subìto azioni disciplinari da parte del suo datore di lavoro solo per aver firmato una petizione sul matrimonio naturale, proponendola anche ai suoi colleghi.
Ugualmente, il preside di una scuola inglese, Bill Beales, ha ricevuto una chiamata di sospensione dopo aver fatto notare durante un’assemblea scolastica che molte persone erano messe sotto accusa solo perché convinte che il matrimonio debba essere unicamente tra un uomo e una donna.
C’è chi è arrivato al licenziamento, come Lillian Ladele, ufficiale di stato civile inglese, che aveva chiesto ai propri datori di lavoro di non apporre la sua firma sui documenti relativi alle unioni omosessuali.
Anche in America i casi di discriminazione al contrario non sono pochi. Angela McCaskill, impiegata presso l’università di Gallaudet di Washington Dc, è stata sospesa per aver fatto firmato una petizione in cui si chiede che siano i cittadini a scegliere se ridefinire il matrimonio o meno.

LE MINACCE DI MORTE. E se le azioni giudiziarie o le sanzioni lavorative si possono ancora contare, le minacce o le discriminazioni verbali sono invece di più. Tra le più note, quelle di morte giunte al parlamentare inglese David Burrowes, che ha sostenuto che il matrimonio gay, soprattutto dopo il riconoscimento delle unioni civili, è inutile. Insieme a lui, l’arcivescovo di York, John Sentamu, che, avendo espresso disapprovazione circa l’azione del governo per la ridefinizione del matrimonio, ha ricevuto una grave email di minaccia su cui la polizia sta indagando. Anche la giornalista inglese del Daily Mail Melanie Phillips è stata minacciata di morte al telefono e via email per aver denunciato l’intolleranza dilagante verso chi solo la pensa diversamente dall’opinione dominante.

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