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È morto Ottavio Missoni. L’intervista a Tempi in cui raccontò la sua vita, avventurosa e colorata

maggio 9, 2013 Chiara Rizzo

El Alamein, la prigionia e la fuga dalla Dalmazia. Poi Rosita, il colpo di fulmine e un solido matrimonio. Infine, l’impero (e gli scialli delle nonne)

È morto a 92 anni lo stilista Ottavio Missoni. Nato l’11 febbraio 1921 a Ragusa, in Dalmazia, Missoni si è spento nella sua casa di Sumirago (Va). Tempi lo aveva incontrato e intervistato a fine 2008. Ecco cosa ci aveva raccontato

Casa Missoni si apre con un grande salone illuminato da ampie porte finestre. Tutt’intorno alla villa di Sumirago, il paese nel Varesino dove Ottavio e la moglie Rosita vivono dal 1953, si estende un parco, gran parte del quale è curato dal “Tai” (così in famiglia chiamano lo stilista) in persona. La casa è un tripudio di fantasie. Righe sottili, grandi fiori stilizzati: sulle poltrone o sulle tazze colorate, che si affacciano dalla credenza di legno chiaro. Intorno, quadri, foto di nipotini e ninnoli andini e africani, ricordi di viaggi. Non fosse per quelle cime alpine che si intravedono all’orizzonte, a chi varca la soglia non parrebbe più di essere in Lombardia. Piuttosto, in un colorato paese latino. O, perché no, nel mondo delle fiabe come lo si disegnava da bambini, con i pastelli. Per la casa vale una regola applicabile ai Missoni tout court. Se qualcun altro proponesse un arredamento così fantasioso, i risultati sarebbero discutibili. A casa Missoni l’esito è di un’eleganza raffinata e accogliente. È come per le loro creazioni. Bellissime, ma non tutti le indossano con la stessa grazia di Ottavio e Rosita. La ragione probabilmente sta in quello spirito solare che caratterizza il Tai. Uno che ama trasformare le interviste in “ciacolate”, chiacchierate, preferibilmente intorno a un desco. Non disdegna la battuta tagliente né la sana autoironia. Eppure la sua vita è sempre stata intercettata dalla Storia.
Durante il secondo conflitto mondiale combatté a El Alamein, dove nel 1942 fu catturato dagli inglesi. In prigionia trascorse i successivi quattro anni. Al ritorno, Missoni, cresciuto a Zara, fu uno dei 350 mila dalmati e istriani che vissero il dramma dell’esilio (per lui a Trieste). Nel 1948 partecipò alle prime Olimpiadi del Dopoguerra, a Londra: avrebbe conquistato il podio nella staffetta 4×400, se un compagno di squadra non si fosse infortunato. Fu in quell’occasione che incontrò la futura moglie Rosita, con cui dal 1953 ha avviato un’attività nell’industria dell’abbigliamento. Insieme sono diventati un riferimento nella moda dei mitici Sixties, e si sono imposti sulla scena mondiale. Oggi le loro linee colorate, i zig zag, sono un marchio riconoscibile ovunque. Tre figli, nove nipoti e un impero economico dopo, il Tai però ama ancora prendersi in giro. Esemplare quello che è successo lo scorso 22 febbraio, quando gli è stata conferita la cittadinanza onoraria a Trieste, un riconoscimento solenne per uno zaratino illustre adottato dalla città, ma Ottavio ha preferito sdrammatizzare con una “storiaccia”, riproposta anche a Tempi, nel suo italiano colorito dall’immancabile dialetto: «In particolare, l’onorificenza l’ho accettata per Pino Tomic, in arte Pinuccia, che lavorava nei cabaret milanesi. Un precursore, come tanti illustri zaratini. Nel ’46, un mattino, lo rivedo dopo anni in Stazione centrale, con un altro comune amico, il giocatore di basket Tullio Rokic. Ad un certo momento Tullio s’accorge che c’era qualche “dissonanza”. “Ma Pino”, gli dice, “stamme un poco de omo!” (comportati da uomo, ndr). Al che il Pino gli confessa la sua metamorfosi in donna. Tullio s’arrabbia: “Ma come, che figura ci fai fare a noi altri di Zara?”. E Pino: “Ah, non te preoccupa’, mi nel mio campo sono il numero uno!”».

Cos’è significato nella sua vita essere un esule zaratino?
Noi dalmati siamo italiani due volte. Una per nascita, l’altra, la più importante, per scelta. Eppure solo dal 2004 ci hanno dedicato il Giorno del Ricordo. Dopo sessant’anni, Walter Veltroni e la sinistra si sono ricordati di scusarsi: se aspettavano ancora un po’, non avrebbero trovato neanche a chi chiedere scusa. C’è stata una piccola differenza tra l’essere stati liberati dagli americani o dai comunisti nazionalisti di Tito.

E dire che lei da Zara dovette fuggire dopo essere stato appena liberato dagli inglesi.
Me piaz dire che sono stato ospite speciale di Sua Maestà britannica per quattro anni.

Cosa ricorda di quell’esperienza? Cosa le è successo?
Niente. Siamo stati lì in mezzo al deserto, circondati da filo spinato, e passavamo il tempo ciacolando. Avevo 22 anni quando mi hanno preso: avevo rifiutato la cobelligeranza. Mi avevano mostrato l’invito ad accettare di un certo signor Badoglio. Gò detto: «Ma io questo signor Badoglio proprio non so chi sia». Ma gli inglesi insistevano, e allora io: «Mi ti firmo, ma devi dirmi che vantaggio avrò». Sa c’osa m’han dito? «Potrai lavorare». È lì che han sbagliato. Gli avrei voluto rispondere: «Ci vuol ben altro che Sua Maestà britannica per farmi lavorare».

A questo punto, nella chiacchierata interviene la moglie Rosita, che ricorda: «È stata la frase con cui si è presentato ai miei genitori. Immaginate la reazione!».

Signora Missoni, come vi siete conosciuti lei e Ottavio?
Nel ’48 ero a Londra a studiare e sono andata a vedere i giochi olimpici, dove lui gareggiava: era italiano, bello, un campione. La domenica successiva, amici comuni, per puro caso, ci presentarono. L’ho visto arrivare all’appuntamento, alla metropolitana di Piccadilly Circus, e ho capito che era l’incontro della vita. Io avevo 16 anni. Quando ho saputo che lui ne aveva 27, mi sono disperata: «Oddio, gliene davo 21, invece è un matusalemme!».

Com’è ha fatto a convincerla, Ottavio?
Io? Come ha convinto lei me! Mi voleva da subito. Ci siamo sposati nel 1953.

Il vostro matrimonio è stato anche un sodalizio professionale. Insieme avete fatto il grande salto dall’azienda di maglieria, ereditata dai genitori di Rosita, alla moda. Com’è andata?
Rosita. Quello è stato un momento magico. Tra il ’64 e il ’65 nacque il prêt-à-porter, e noi eravamo lì. Facevamo le maglie in un sottoscala, anche per Biki, la famosa sarta milanese. Finché la Rinascente, che all’epoca era una vetrina fantastica per il prêt-à-porter (Giorgio Armani lavorava lì proprio come vetrinista), scelse alcune nostre produzioni. Così lo stilista francese Pierre Cardin ci conobbe e chiese di incontrarci. Ma ci propose di produrre a nome suo, così rifiutammo. Lì a Parigi abitava una conoscente, la stilista Emmanuelle Kahn. Ci invitò a casa sua, dove erano invitati anche i proprietari di Dorothée Bis, il negozio-tabernacolo della moda giovane di Parigi. Ci hanno convinti loro. Così, per puro caso, è nata la prima collezione.

E la prima sfilata?
Ottavio. La prima sfilata, nel 1966, fu al Teatro Gerolamo di Milano. Destammo scandalo. Dissero che sfilavano le prostitute. Vicino al teatro c’era un albergo a ore. Le nostre modelle sembravano arrivare dritte da lì. Una di loro, Rosanna Armani, sorella di Giorgio, si precipitò sul proscenio ruotando con la mano una borsetta.

Tre anni dopo fu un nuovo scandalo a catapultarvi nell’olimpo della fama, giusto?
A Firenze nel ’69 abbiamo presentato una collezione di camicette in lurex. Le modelle avevano tutte reggiseni di colori diversi, che si notavano sotto il tessuto, così la Rosita disse loro di toglierli. Mi ricordo una modella tedesca: «Oh Rozita, io non avere pvoblemi, io entrave anche cozì nuta…». Eravamo in uno sgabuzzino mezzo buio, non si vedeva nulla. Ben diverso fu quello che si vide in sala, sotto i riflettori. I giornali titolarono: “Crazy Horse a Palazzo Pitti”. L’anno dopo non ci invitarono, ma fu la nostra fortuna. Camilla Cederna infatti scrisse: «Mentre a Parigi Saint Laurent lancia il nude look, i Missoni non vengono invitati a Firenze».

Un tratto distintivo del vostro marchio sono sempre stati i colori, che trasmettono gioia di vivere. Cosa rappresentano per lei?
Sono cose che ho capito dopo: allora facevo solo il mio mestiere, de far ’ste maje. Ma dietro quella scelta di colori c’era tutto un retroscena di esperienze fatte, di quello che avevo visto. I famosi “fiammati”, per esempio, prendono spunto dai vecchi scialli delle nonne: trovammo i disegni di quei tessuti negli archivi matasse dei genitori della Rosita. E noi, lavorando ogni giorno su materia e colore, abbiamo finito per rompere gli schemi e la gente se n’è accorta. C’è stato tutto un passaparola, così siamo arrivati anche alle prime copertine. Per me il colore è armonia, un’idea che si applica anche nella musica. Le note sono sette, ma quante armonie sono state composte! I colori di base sono quattro o cinque, ma esistono migliaia di tonalità diverse. È misterioso per me stesso il modo in cui si arriva ad ottenere l’armonia. Ma posso raccontarle una cosa?

Prego.
Una volta a Venezia incontro il famoso architetto Marco Zanuso (uno dei padri del design in Italia, ndr) che si lamenta con me: «Ho disegnato una penna vent’anni fa e me l’hanno copiata tutti». E io: «E lo dici a me? Sulla fascia delle Ande sono duemila anni che mi copiano!».

Dalla moda a un’altra sua passione, lo sport. È vero che corre ogni mattina?
Come no! Mi sveglio, a mezzogiorno, prima non riesco, poi mi metto in tuta e “corricchio” con un peso in mano, faccio qualche flessione. Lo scorso settembre ho partecipato anche ai Mondiali master di Riccione. La categoria sarebbe over 85, ma io preferisco dichiararmi un under 90. Comunque era roba seria. Novemila iscritti, 87 nazioni. Divertente. Ho fatto il getto del peso. Ma sono arrivato secondo. M’ha battuto un canadese, m’ha battuto.

Lei è un esempio in controtendenza nel suo ambiente. È innamorato della stessa donna da oltre cinquant’anni. Ha avuto tre figli, poi nove nipoti. Da capotribù, come ama definirsi, ci dice cosa pensa di chi come Giuliano Ferrara combatte in difesa della vita, con la moratoria per l’aborto?
Guardi, io sono amico di Umberto Veronesi. Per me su questi temi bisognerebbe sentire di più qualche donna. La questione è proprio che voi donne avete questa cosa straordinaria, la maternità, mentre noi uomini no, ghe xem un cazo! Le racconto un’ultima cosa. Anni fa a mio figlio Luca e a mia nuora i medici dissero che la bambina che aspettavano sarebbe nata con un handicap. Luca e sua moglie ci pensarono, poi decisero. Quando Rosita mi ha detto «Tai, la fanno nascere», gò risposto: «Vuol dire che le vorremo più bene». Adesso ha 12 anni, guardi in questa foto com’è bella.

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