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E in mezzo l’Europa

aprile 7, 1999 Martynov Ivan

Quella brutta faglia balcanica che spacca e riunisce il mondo davanti alla guerra. Da Mosca i segni di un risentimento popolare alle buone intenzioni occidentali. Dagli Stati Uniti la caduta nei sondaggi di Clinton e il nervosismo dei media per il mancato spettacolo

Mosca. I bombardamenti NATO in Jugoslavia sono stati accolti dalla popolazione e dall’establishment russo con incredulità: nessuno pensava che ci si sarebbe veramente arrivati, in fondo, si pensava a Mosca, nei Balcani se ne erano viste di peggiori e nessuno se ne curava. Le reazioni ufficiali, politiche, diplomatiche, gli articoli dei giornali traducono tale incredulità in fermo sentimento di indignazione nei confronti degli americani e dei loro “burattini” inglesi, tedeschi, francesi e italiani. Nutriti gruppi di moscoviti si radunano a ondate davanti alle ambasciate degli “aggressori” NATO, tirano pietre e coprono i muri di insulti spray. Altri gruppi si organizzano per accorrere come volontari in soccorso dei fratelli serbi (da sempre i più amati dai russi nella famiglia degli slavi), addirittura qualcuno impugna il bazooka e tenta di centrare l’ambasciata americana. L’indignazione, dunque, ribolle, ma con uno strano sottofondo, con un sapore diverso, come di un sentimento meno confessabile: l’attacco del ricco occidente ai popoli slavi, ecco, ci voleva. Era ora di rimettere le cose a posto, di finirla con le commediole dell’amicizia e della pace. Gli americani sono il nemico, lo sono sempre stati. Ed ecco che la guerra può addirittura apparire un sollievo. Non a caso un proverbio russo dice che “la guerra lava via tutto”. Così, dopo una decina d’anni di fornicazioni, si può finalmente gridare a gran voce la propria indignazione, sentirsi a posto, al fianco del fratello serbo, dalla parte giusta. Altro che mondo occidentale civilizzato! Basta sentirsi dare dei barbari slavi, sono loro i mostri, che per nascondere gli scandali dei presidenti con le segretarie bombardano a destra e a manca, e dopo arabi e africani hanno alzato il tiro contro i nostri! È finita l’ipocrisia della “pace fredda”. Quel mondo artificiale che si è cercato di contrabbandare negli anni ’90 si è dissolto.

Questo è il primo risultato della guerra in Kosovo, e bisogna rendersi conto che si tratta di un risultato irreversibile, al di là delle conseguenze immediate, siano esse massimamente tragiche o generalmente trascurabili. Al di là del numero delle vittime, delle perdite economiche, degli imbarazzi politici interni dei paesi NATO o di quelli solidali con la Serbia, ora sappiamo che ci apprestiamo a iniziare il nuovo millennio in un clima di ostilità tra i popoli, di nuova divisione tra le nazioni a livello europeo e mondiale.

Non una nuova era di fraternità, ma il costante pericolo della guerra e della distruzione, o perlomeno l’aspra concorrenza tra sistemi politici, visioni del mondo, gerarchie di valori etici, religiosi, ideologici e quant’altro. Tanto vale cominciare a farci la bocca; per quanto amaro sia, questo è il calice da bere. L’inconfessabile senso di sollievo che riscalda gli animi dei russi è visibile nell’assoluta unanimità dei consensi, nel disprezzo a buon mercato rivolto al “nemico” ritrovato e ai cosiddetti “economisti” (termine ormai succedaneo a quello di “nemico imperialista”) che a caldo hanno detto che, in fondo, era meglio comunque far buon viso a cattivo gioco e intascarsi i crediti internazionali, e chissenefrega dei serbi. Rinasce il senso di unità nazionale, al di là delle sfumature politiche e delle simpatie macroeconomiche. La destra si riavvicina alla sinistra, il Parlamento ritiene doveroso appoggiare il Presidente, il popolo guarda con rinnovata fiducia ai capi politici. Si rimuovono i sensi di colpa per le nefandezze commesse dai russi in Cecenia: in fondo lí ci siamo andati con le scarpe rotte e la baionetta e le abbiamo pure prese, questi invece si limitano a schiacciare bottoni e ad assistere al massacro dei civili per televisione! Tutto viene perdonato, magari anche i debiti internazionali: non siamo tenuti a ripagare gli assassini! I primi giorni di bombe NATO sono già sufficienti a determinare l’esito delle prossime elezioni politiche e presidenziali in Russia, anzi più durano i bombardamenti più sarà tutto semplice. Chiunque vincerà (e sarà comunque la sinistra nazionalista) in realtà ha già vinto, perché il popolo ora ha una ragione per amarlo, dato che è di nuovo permesso odiare gli altri.

E i poveri serbi? E i poveri albanesi? C’è qualcuno che ha interesse a parlare di loro? In realtà non ci poteva essere guerra più opportuna, se proprio guerra doveva essere, in Europa. Il conflitto serbo-albanese in Kosovo, in sé, non interessa proprio a nessuno; è difficile trovare due popoli così orfani e privi di qualità evocative. Gli uni sono slavi, gli altri antico-illirici, questi vagamente musulmani e quelli ortodossi di montagna; non hanno beni naturali né ricchezze nascoste.

Da sempre i Balcani meridionali sono un’ottima palestra di esercitazioni guerresche, il posto ideale per accendere tutte le micce e i fornelli senza far male ai parenti del signor padrone. Il Kosovo è per eccellenza la terra della sconfitta, del destino tragico, della fine delle epoche. Ce ne dimenticheremo presto, di questo strano incubo balcanico di fine millennio, per svegliarci purtroppo in un mondo meno finto e più cattivo.

Silvia Kramar da New York ew York. Durante la guerra del Golfo, otto anni fa, il Pentagono sfamava la grande sete di notizie dei media americani con due briefing al giorno, da Washington e dall’Arabia Saudita. Precisi e ordinati, i portavoce leggevano la lista degli attacchi, i target colpiti e i movimenti delle truppe irachene. Dopo pochi giorni i media erano insorti, protestando sull’ovvia censura americana, ma il Dipartimento alla Difesa aveva preso in mano la situazione e non avrebbe permesso a nessun reporter d’assalto, a nessun cameraman da premio Pulitzer di mandare in giro per il mondo notizie e filmati esclusivi, che trasformassero la guerra contro Saddam da grafico di cartone in teatro di stragi e perdite umane. Ma a confronto con l’assoluta scarsità di notizie sulla guerra in Serbia, e con l’impossibilità dei grandi network americani di farne un film di ventiquattr’ore per la diretta, quella guerra viene oggi rimpianta da molti giornalisti, perché la nuova politica del Pentagono prevede un silenzio assoluto sui dettagli degli attacchi Nato mentre laggiù, sul tetto di quell’albergo di Belgrado che secondo molti sarebbe dovuto diventare il centro stampa come quello di Bagdad, da cui inviare immagini via satellite e interviste dei grandi giornalisti della Cnn e dei tre network, i serbi hanno staccato le prese della corrente.

I network soffrono, mentre gli americani non hanno voglia si seguire una guerra che comunque non volevano: ne è riprova l’improvvisa discesa dell’appoggio politico a Clinton, negli ultimi sondaggi: gli americani che l’avevano sostenuto contro Kenneth Starr, contro Monica e che volevano un presidente colomba, un pacifista, non sono contenti di ritrovarsi in mezzo ad una guerra. E poi, anche se Wall Street sembra reggere al contraccolpo degli aerei invisibili e delle prime perdite umane, il Kosovo non appassiona. Che noia, per molti, accendere il televisore non per godersi lo spettacolo dei missili che illuminavano a giorno la notte di Bagdad, ma il mezzo busto di politici, ministri ed esperti militari che cercano di raccontare quel poco che sanno della guerra.

Certo anche stavolta ci sono i piccoli eroi: l’inviato del Los Angeles Times, l’unico miracolosamente rimasto a Pristina, che invia reportage incredibili sulle stragi umane, e sull’assassinio di un avvocato e della sua famiglia. E poi la grande curiosità della prima notte, di quel mercoledì quando i serbi hanno bloccato le trasmissioni via satellite e quando un giornalista della CBS, in diretta al telefono da Pristina, è scomparso nel silenzio mentre diceva:
”Vedo che le luci…”, lasciando il presentatore Dan Rather, in studio, con una faccia spaventata, mentre cercava di farsi rispondere:” Allen, ci sei, Allen che succede?”.

Ma oltre a questi pochi momenti televisivi – e oltre al discorso di Clinton, che si è fatto riprendere con alle spalle le bandiere americane, un busto di Abramo Lincoln e una foto di Chelsea mentre mostrava l’ubicazione del Kosovo sulle mappe – gli americani stavolta seguono la guerra più sulla carta stampata che non sul piccolo schermo. E alla sera i rating confermano che si guardano ancora i film, le serie televisive, lo sport che ricomincia la sua stagione, i programmi economici che indicano che l’indice della Borsa, anche lui, la guerra la guarda poco.

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