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Discriminati per la loro fede. Per la Corte Europea è giusto così

settembre 5, 2012 Benedetta Frigerio

Ieri l’audizione alla Corte Europea dei diritti umani sui quattro casi di inglesi licenziati per le loro convinzioni religiose. Secondo la Corte la fede non deve avere espressione pubblica

Una è una cittadina londinese impiegata della British Airways, una un’infermiera in un ospedale pubblico della contea di Devon. C’è poi l’ex ufficiale all’anagrafe del comune di Islingon a nord di Londra e lo psicologo di Bristol. Sono loro che ieri hanno ricevuto quello che sembra l’anticipo di una sberla che potrebbe dare una svolta alla secolare storia della democrazia occidentale, fondata sulla libertà religiosa.

I quattro avevano fatto ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani, rappresentando tante altre categorie di lavoratori inglesi che, da quando vige la legge sull’uguaglianza, sono stati discriminati a causa della loro fede. Di fatto le nuove norme più che proteggere alcune categorie le privilegiano a discapito di altri. Per proteggere gli atei, i non cristiani e gli omosessuali, ad esempio, accade che in pubblico si possa esprimere solo quanto accettato dalla morale in voga. Questo dunque il centro dell’accusa dei legali dei ricorrenti. Per cui «nel Regno Unito chi segue le proprie convinzioni sul luogo di lavoro, a fronte di leggi antidiscriminatorie molto vaghe, viene licenziato». Nadia Evedia al banco del check-in fu licenziata perché portava la croce al collo, lo stesso è accaduto all’infermiera Shirley Chaplin. Per Gary Mcfarlane e Lilian Ladele l’accusa è quella di discriminazione degli omosessuali. Il primo disse ai colleghi di non credere alla bontà di una terapia sessuale offerta a coppie dello stesso sesso, mentre Ladele si rifiutava di sposare omosessuali facendo obiezione di coscienza.

Che l’audizione di ieri non sarebbe andata troppo bene ce lo si aspettava, data la formazione dei giudici chiamati a esaminare il caso. La parola data a James Eadie, rappresentante del governo inglese, è risultata impietosa. Per lui il divieto imposto ai lavoratori non sarebbe discriminatorio e non lederebbe la libertà religiosa, dato che «non impedisce di praticare la propria religione in privato». E rispondendo a chi faceva notare che la libertà religiosa consiste nella sua espressione pubblica, ha proseguito distinguendo la sfera pubblica da quella lavorativa, motivando così: «La Convenzione protegge il diritto degli individui a esprimere il loro credo nella sfera pubblica. Il che non significa che valga lo stesso sul luogo di lavoro». Strano. Nel caso della Evadia, ella lavorava con persone libere di indossare il velo musulmano, la Kippah ebraica o il turbante indiano.

Una speranza per i ricorrenti sembra aprirsi nel caso in cui la decisione sia presa dalla commissione dopo novembre, quando alcuni dei suoi membri, che si erano già espressi contro la presenza del crocifisso sui muri delle scuole italiane, termineranno il loro mandato.

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9 Commenti

  1. Cagliostro scrive:

    Dott.ssa Frigerio mi tolga cortesemente una curiosità.
    Cosa c’entra la legge sull’uguaglianza (meglio nota come Equality Act del 2006) con i casi in questione?
    Questi casi non riguardano l’Equality Act ma regolamenti interni dei luoghi di lavoro in cui lavoravano: anche nelle sentenze non si cita per niente la legge sull’uguaglianza.
    Poi non capisco chi siano i “tanti lavoratori inglesi” discriminati a causa della loro fede e non si capisce come – a causa della legge sull’uguaglianza – gli atei, i non cristiani e gli omosessuali siano più privilegiati.
    Ma conosce nel concreto i casi di cui lei scrive in questo articolo?

    • Alberto scrive:

      La sua curiosità se la può togliere leggendo l’articolo con maggiore attenzione.

      • Alberto scrive:

        Eppoi uno che nel suo blog ha riportato come veritiera la ionosferica balla lanciata da un “autorevole” sito americano dal nome significativo “Milk the Bull” (mungi il toro), secondo il quale la nota catena di ristoranti “Chick fil a” avrebbe inserito nel suo menu un panino dallo scabroso nome “God hates Fags” (buum!), farebbe tanto bene ad evitare muovere critiche a chiunque, figuriamoci poi una giornalista seria come Benedetta Frigerio.

        • Cagliostro scrive:

          Alberto, lei è l’avvocato o il portavoce della sig.ra Frigerio per caso? Forse la sig.ra Frigerio è matura abbastanza per difendersi da sola.
          Come detto l’Equality Act non c’entra nulla con i casi in questione infatti non viene neanche citato nelle sentenze dei tribunali britannici.
          Se poi lei pensa che nell’articolo sia presente la risposta ai miei dubbi me lo faccia notare e mi dica dove è scritto perché non lo trovo.
          Son contento che segue il mio blog: troverà un articolo anche su questi casi.

          • Alberto scrive:

            Sul suo blog ci sono finito cercando conferme alla balla del panino omofobo di cui sopra.
            Va da sé che dal momento che nel suo blog lei è usa riportare balle sideree spacciandole per notizie vere, è ovvio che per ridere delle sue infondate obiezioni la signora Frigerio non necessiti di alcun tipo di patrocinio.

            • Cagliostro scrive:

              Ha ragione chela sig.ra Frigerio non necessità di nessun patrocinio però vedo che Lei è disposto ad offrirglielo ugualmente.
              Faccia una bella cosa. Visto che conosce già il mio blog ci entri e troverà un articolo riguardo questi casi con i collegamenti (tranne che per il caso Chaplin) alle sentenze di appello. Ovviamente sono in inglese e non so se si trova a suoi agio: spero proprio che non dica che anche le sentenze dei tribunali britannici sono delle “balle”.

              Cordialmente.

              • Alberto scrive:

                No, grazie, già è pesante sopportare le concioni e i sofismi degli gli spara-balle che incontro per disavventura, non vedo perché farmi del male andandoli a cercare sui loro blog personali.

  2. viccrep scrive:

    la sigra in questione che mostra il girocollo con croce è stata licenziata con la scusa del regolamento della divisa di cui la sua collega mussulmana si copre la testa o il suo collega indiano si porta il suo bel copricapo indù segni religiosi molto più vistosi, che però stranamente ai laicisti non danno fastidio. forse perché la croce è il segno del figlio di dio morto e risorto e presente in mezzo a noi e ciò ripeto da enormemente fastidio ai laicisti.
    Segno per cui molti cristiani, milioni di cristiani sono stati perseguitati in questi 2000 anni di storia e ancora oggi continua questa persecuzione, in europa con metodi più occulti e più raffinati, con buona pace dei laccasti che sentono offesa la loro libertà per questo segno d’amore e così cercano in tutti i modi di ridurre la libertà dei cristiani.
    vic

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