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Dio c’è e parla geroglifico

marzo 23, 2017 Pier Giacomo Ghirardini

Perché il faraone si sarebbe dovuto impressionare davanti ai bastoni tramutati in serpenti da Mosè se era un trucco usato anche dai suoi maghi? La grande scoperta del nostro egittologo su come Jahvè parla all’uomo

geroglifici

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Ora vi fu un tempo dove gli dèi regnarono prima degli uomini. Gli ultimi furono Thot e Maat. Thot, dio della saggezza, regnò per 7726 anni: così è scritto nel Canone Reale del Museo egizio di Torino. Così scrive Thot in un papiro del Metropolitan Museum of Art di New York: «Io sono Thot, signore delle parole divine (i geroglifici), che mette le cose al posto (giusto). Io dono le offerte agli dèi e ai beati. Io sono Thot che mette Maat per iscritto per l’Enneade (scrive la verità, l’ordine e la giustizia per i nove dèi di Eliopoli, il demiurgo Ra-Atum, Shu, Tefnut, Geb, Nut, Osiri, Isi, Seth e Nefti)». Dopo regnarono i semidei, successori di Horo. Venne pertanto il tempo delle dinastie degli uomini. E proprio all’epoca in cui veniva compilato il Canone Reale di Torino (viene fatto risalire alla XIX dinastia) sorse sull’Egitto un nuovo re che mise i figli di Israele ai lavori forzati, imponendo loro dei sovrintendenti: gli studiosi moderni identificano in Ramses II «il faraone dell’oppressione». Non si conosce il nome del faraone con cui poi si confronterà Mosè e che gli stessi studiosi distinguono dal precedente chiamandolo «il faraone dell’Esodo», quello che con il suo rifiuto di lasciar partire gli ebrei attirerà sull’Egitto le dieci piaghe.

È un fatto però che dopo l’interminabile regno di Ramses II (date congetturali 1290-1224 a.C.) salì al trono in età avanzata Merenptah, il tredicesimo figlio di Ramses II e della grande sposa reale Isinofret, per regnare una decina d’anni (1224-1214 a.C.). Ed è un fatto che nella Stele di Merenptah, ritrovata nel 1896 da Flinders Petrie e conservata al Cairo, si possano leggere siffatte parole: «Israel è desolata, non c’è più il suo seme, la Palestina è divenuta vedova per l’Egitto, chi era turbolento è stato legato dal re Merenptah, sia egli dotato di vita come Ra, ogni giorno». Si tratta della prima testimonianza storica extrabiblica riferita al popolo ebraico.

Le evidenze “nascoste”
Ma come più volte ci insegna il grande egittologo Sir Alan Gardiner nel suo Egypt of the Pharaohs, quando ci si accosta a testi antichi, come una stele egizia o un passo della Bibbia, l’evidenza storica, in termini scientifici, emerge di regola da indizi minori, indiretti, involontari, spesso completamente avulsi rispetto ai reali intendimenti (religiosi, politici, ideologici, celebrativi, apologetici) di chi li ha scritti o commissionati. Questo è il caso della storia che vorremmo raccontare. Una storia che non ci risulta sia mai stata raccontata, probabilmente perché la piccola scoperta che ci attribuiamo – con modestia e fino a prova contraria – presume una conoscenza, a livello grammaticale e ortografico, dell’egiziano geroglifico, oltre che una dimestichezza con le fonti bibliche. Questo viaggio indietro nel tempo prende il suo avvio dai seguenti brani del libro dell’Esodo. Non saprei consigliarvi cosa migliore che leggerli nella recente edizione quadriforme curata da Roberto Reggi, che raccoglie il testo ebraico masoretico e la versione greca dei Settanta (con le rispettive traduzioni interlineari a calco), la versione latina della Nova Vulgata e il testo Cei 2008. Apritelo alle prime pagine e sulla facciata sinistra troverete il titolo in ebraico שמות shemòt «Nomi» e sulla facciata destra il titolo in greco ΕΞΟΔΟΣ éxodos «Uscita». Lasciatevi per un attimo sopraffare dalla bellezza della scrittura e poi andate ai brani di cui tratteremo e che riguardano uno dei prodigi che il Signore farà compiere a Mosè affinché sia gli ebrei che il faraone credano che il messaggio di cui è latore provenga da Dio.

Mosè replicò dicendo: «Ecco, non mi crederanno, non daranno ascolto alla mia voce, ma diranno: “Non ti è apparso il Signore!”». Il Signore gli disse: «Che cosa hai in mano?». Rispose: «Un bastone». Riprese: «Gettalo a terra!». Lo gettò a terra e il bastone diventò un serpente, davanti al quale Mosè si mise a fuggire. Il Signore disse a Mosè: «Stendi la mano e prendilo per la coda!». Stese la mano, lo prese e diventò di nuovo un bastone nella sua mano. «Questo perché credano che ti è apparso il Signore, Dio dei loro padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe». (Es 4,1-5).

Il Signore disse a Mosè e ad Aronne: «Quando il faraone vi chiederà di fare un prodigio a vostro sostegno, tu dirai ad Aronne: “Prendi il bastone e gettalo davanti al faraone e diventerà un serpente!”». Mosè e Aronne si recarono dunque dal faraone ed eseguirono quanto il Signore aveva loro comandato: Aronne gettò il suo bastone davanti al faraone e ai suoi ministri ed esso divenne un serpente. A sua volta il faraone convocò i sapienti e gli incantatori, e anche i maghi dell’Egitto, con i loro sortilegi, operarono la stessa cosa. Ciascuno gettò il suo bastone e i bastoni divennero serpenti. Ma il bastone di Aronne inghiottì i loro bastoni. Però il cuore del faraone si ostinò e non diede loro ascolto, secondo quanto aveva detto il Signore. (Es 7,8-12)

Si impongono, a questo punto, varie domande. Perché il prodigio del bastone cambiato in serpente avrebbe dovuto persuadere il faraone della origine divina del messaggio di Mosè? Perché il faraone si sarebbe dovuto impressionare per tale prodigio se i maghi egizi erano capaci di fare altrettanto e forse di più? Cosa significa infine che «il bastone di Aronne inghiottì i bastoni» dei sapienti egizi? In egiziano il geroglifico che rappresenta il «bastone da passeggio» (ossia il segno S43 della lista compilata da Gardiner nella sua monumentale Egyptian Grammar) può essere usato sia per scrivere la parola «bastone», sia come scrittura abbreviata dei termini «parole, discorso», dal momento che tali lessemi egizi condividono il medesimo scheletro consonantico (mdw, come illustrato nel vocabolario pubblicato qui sotto). Il segno I10 della Lista Gardiner è un serpente, più precisamente il «cobra», e tale geroglifico poteva essere usato come scrittura abbreviata del verbo «dire» (dd). Ora ci sarebbe enormemente piaciuto entrare più nel dettaglio delle regole e dell’ortografia che governano la scrittura geroglifica, ma non sarebbe bastata una pagina per spiegare compiutamente perché queste due o tre parole si scrivono così. Ciò nonostante, anche il lettore più refrattario all’apprendimento delle lingue antiche avrà intuito che se si mettono assieme il segno del bastone e quello del serpente cobra, si forma una frase essenziale, ma di senso compiuto: «dire le parole», traslitterata scientificamente con dd mdw (la d sottolineata è la g dolce di gioco e la w è la u nella parola inglese Walter), e che possiamo pronunziare, approssimativamente e convenzionalmente, ged medu.

Un significato univoco
Perché una frase così semplice e dal contenuto quasi lapalissiano – se si dice qualcosa è ovvio che si dicano parole – dovrebbe essere degna della nostra attenzione? Il bastone e il cobra messi assieme sono scolpiti, incisi e dipinti ovunque sui monumenti egiziani, perché ged medu è una formula ben precisa che ha, nelle centinaia di migliaia di esempi che ci sono pervenuti, unicamente due utilizzi: nella sontuosa epigrafia monumentale essa è usata come formula di apertura del discorso di un Dio che si rivolge al faraone (ad esempio, «il dire le parole da parte di Amon-Ra» o, traduzione meno letterale, «il discorso di Amon-Ra»); nei papiri a contenuto magico-religioso precede e invita alla lettura a voce alta di una formula magica o di una giaculatoria devozionale (in questo caso è più conveniente tradurre la frase con «recitare le parole»).

Anche la grammatica di Grandet e Mathieu, di cui Christian Orsenigo ha curato una recente edizione italiana, non documenta altri utilizzi del gruppo geroglifico formato dal bastone e dal serpente cobra, se non quello di un «enunciato-titolo» destinato per lo più a comparire nelle didascalie di innumerevoli scene che rappresentano il faraone che celebra un rito alla presenza di una divinità, didascalie che riportano invariabilmente il discorso di un dio al faraone. Ulteriori contributi filologici hanno infine portato ad escludere l’utilizzo di questa formula nella lingua parlata e in quella letteraria. Che sia Amon-Ra piuttosto che il dio Mont, che la divinità in questione parli al Sesostri I piuttosto che al Ramses II di turno, i discorsi pronunciati dal dio di volta in volta tirato in ballo dicono sempre la stessa cosa: la regalità di cui è investito il re gli è stata conferita dalla divinità – e pure le varianti sono stereotipate. Insomma, se compare un bastone e un serpente vuol dire che, da lì a poco, c’è un dio che parlerà.

Esempio

Traduzione: Parole dette da Amon-Ra che presiede a Ipet-Sut (a): «Io sono tuo padre, o Sesostri. Io ti ho dato l’eredità di Geb (b), proprio la sua». Note: (a) designazione della parte del tempio di Amon-Ra a Karnak situata a est del quarto pilone; (b) il termine l’«eredità di Geb», nel contesto della cultura faraonica, designa la «regalità»: Geb è il dio padre Terra, contrapposto a Nut, la dea madre Cielo.

Alla luce di queste acquisizioni linguistiche e filologiche è quindi facile dare una interpretazione più pregnante e più coerente dei brani del libro dell’Esodo citati in precedenza. Il prodigio del bastone cambiato in serpente rappresenta infatti una inequivocabile frase geroglifica «vivente» rivolta dal Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe al faraone e agli ebrei esposti all’inculturazione egizia. Lo scopo di questa frase è quello di anticipare infatti una ambasciata divina e il prodigio non sta tanto nel segno miracoloso della mutazione bastone-serpente quanto nel rimando semantico all’annuncio di uno specifico messaggio divino rivolto al faraone.

La ragione del Signore
L’Esodo sottolinea: «Questo perché credano che ti è apparso il Signore». Ma nel contesto culturale dell’Egitto faraonico, il mero ricorso alla scrittura geroglifica è comunque tout court un rimando alla parola divina, perché i geroglifici, i medu necer, sono per definizione le «parole divine», donate in origine agli uomini dal dio della saggezza Thot. Si dovrebbe pertanto comprendere come ai grandi saggi israeliti che, fra il V e il IV secolo a.C., compilarono questi e altri brani del libro dell’Esodo, a partire dalla tradizione orale e da precedenti scritti frammentari, fosse ben presente, se non il dato tecnico della scrittura geroglifica, il fatto che quel prodigio parlava della parola e della ragione di Dio, della sua capacità – o della sua impotenza – nel farsi largo nel cuore degli uomini. Non si tratta della lotta fra Mosè e Aronne e i maghi per fare il prodigio più mirabolante – le scritture ci dicono che «anche i maghi dell’Egitto, con i loro sortilegi, operarono la stessa cosa» –, ma fra l’eloquenza di Aronne e quella dei sapienti egizi.

Un indizio confortante
Sappiamo infatti dalla scritture che Dio affianca Aronne al riluttante Mosè nella sua difficile ambasciata («io non sono un buon parlatore») proprio perché Aronne è eloquente («Io so che lui sa parlare bene», dice infatti il Signore). E l’epilogo del brano del prodigio («Ma il bastone di Aronne inghiottì i loro bastoni») non ci restituisce effetti speciali hollywoodiani, ma è pensato sottilmente, ancora una volta in egiziano geroglifico: i bastoni sono parole, e le parole di Aronne ebbero alla fine ragione delle parole dei sapienti al servizio del faraone – anche se il faraone non volle sentire.

Si capisce allora come nel libro dell’Esodo rimangono, come altrimenti inspiegabili massi erratici, i relitti di una precedente tradizione orale, parlata in egiziano e strutturata nel pensiero in geroglifico. Questa nostra sottolineatura potrebbe costituire per l’erudito un indizio volto ad avvalorare l’ipotesi «documentale» sulla formazione dei primi cinque libri della Bibbia, formulata dallo studioso biblico e orientalista Julius Wellhausen. Per noi uomini semplici rappresenta un confortante indizio che Dio c’è e che conosce i geroglifici. 

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