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Di Rosa (Csm): «Il pacchetto svuota-carceri positivo ma insufficiente»

dicembre 19, 2011 Daniele Ciacci

Approvato il pacchetto svuota-carceri dei ministri della Giustizia e dell’Interno Severino e Cancellieri. Il magistrato del Csm Giovanna Di Rosa a Tempi.it: «Positiva l’idea di combattere il sovraffollamento ma bisogna fare di più per il reinserimento»

I detenuti delle carceri italiane vivono in condizioni disumane. Le 206 strutture presenti sul territorio non sono in grado di contenere i 68.050 prigionieri e il sovraffollamento è un problema reale. Questa mattina Paola Severino, ministro della Giustizia e Anna Maria Cancellieri, ministro dell’Interno, hanno presentato un decreto di legge per far fronte a questa emergenza, il cosiddetto pacchetto svuota-carceri.

Nel pomeriggio la proposta è stata approvata. Tre i provvedimenti principali: l’abolizione della detenzione in carcere per le persone colte in flagranza di reato e in attesa di giudizio, che invece saranno ospitate nelle camere di sicurezza degli uffici di polizia. L’ampliamento della norma Alfano da 12 a 18 mesi: i detenuti quindi potranno svolgere attività socialmente utili rimanendo agli arresti domiciliari. Infine, la novità della “messa in prova”: nessun processo per chi commette un reato punibile fino a 3 o 4 anni, ma la commutazione della condanna in lavori socialmente utili. Tempi.it analizza il provvedimento con Giovanna Di Rosa, magistrato del Csm.

Secondo il decreto presentato oggi i processati per direttissima non verranno più ospitati in carcere ma nelle camere di sicurezza della questura. Può essere un’idea vincente per combattere il sovraffollamento?
«Innanzitutto mi lasci ribadire un concetto: le camere di sicurezza della questura sono luoghi in cui la legalità esiste, non ci si può far suggestionare da episodi –  certamente gravi – come l’assassinio di Cucchi. Evitare il passaggio in carcere è importantissimo, perché permette di saltare adempimenti costosi e poco utili. Da questo punto di vista è una buona cosa. È anche vero che le camere di sicurezza però sono altrettanto piene».

Quali potrebbero essere le alternative?
«Strutture sostenute da attività no-profit. La presenza di volontari con generi di conforto potrebbe essere ordinata e conformata e fornirebbe ausilio a un costo contenuto limitando l’impiego di capitali. L’Italia è piena di infrastrutture lasciate in rovina, caserme dismesse, locali della pubblica amministrazione non occupati. Si potrebbe offrire una branda e qualcosa da mangiare: in questo modo si eviterebbe il sovraffollamento e si alleggerirebbero i costi dello Stato».

E si lavorerebbe meglio al reinserimento del detenuto nella società…
«E’ proprio questo il punto, c’è bisogno di un cambiamento culturale. La radice vera del reinserimento sta nella ricostruzione della propria vita, ed è possibile farlo solo con il lavoro. Bisogna muoversi insieme agli enti del territorio per trovare attività di lavoro utili e un domicilio, anche approssimativo, per i detenuti. Questo conterrebbe l’assorbimento delle persone nelle carceri e ridurrebbe le spese. È una strada vincente».

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