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«Il decreto cinema di Franceschini allinea l’Italia a Francia e Stati Uniti»

ottobre 5, 2017 Francesca Parodi

Intervista al critico cinematografico Fabio Melelli: «La riforma può rivelarsi utile, a patto che si punti su qualità e varietà delle produzioni»

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Fa discutere il decreto legislativo sul cinema italiano voluto dal ministro della Cultura Dario Franceschini e approvato lunedì dal Consiglio dei ministri dopo diverse polemiche. La nuova normativa, ha spiegato Franceschini, mira «ad aiutare, tutelare e valorizzare il cinema, la fiction e la creatività italiana» toccando palinsesti e investimenti. La riforma impone alle televisioni nazionali che il 60 per cento delle opere trasmesse nell’arco della giornata sia di produzione europea, di cui per la Rai almeno la metà dovrà essere “made in Italy” (per le altre emittenti il minimo obbligatorio è di un terzo). In particolare, nella fascia prime time (quella dalle 18 alle 23, che raccoglie maggiori ascolti), la Rai dovrà trasmettere almeno due tra film, fiction e documentari di produzione italiana la settimana (cioè il 12 per cento del palinsesto), mentre le altre televisioni almeno uno la settimana (il 6 per cento). Le stesse cifre dovranno valere anche per le produzioni online di Netflix e Amazon. Per quanto riguarda gli investimenti, le televisioni private dovranno destinare il 15 per cento degli introiti nell’acquisto di produzioni italiane ed europee, mentre per la Rai la percentuale sale al 20.

Questa riforma è stata vista da alcuni come una forte e benefica spinta al cinema italiano, mentre da altri è stata additata come una misura di autarchia e di protezionismo culturale. I produttori hanno accolto positivamente le misure volute da Franceschini, mentre le televisioni (Rai, Mediaset, Sky, Discovery, La7, Viacom, Fox, Disney e De Agostini) hanno scritto una lettera di protesta al ministro. «Credo che, come spesso accade, la verità stia nel mezzo», commenta a tempi.it Fabio Melelli, critico cinematografico e autore di numerosi saggi sul cinema. «Di fondo, questa misura offre una maggiore visibilità alle produzioni nostrane, che ci consente per altro di allinearci alle politiche degli altri paesi». Per questa riforma infatti è stato preso a modello il sistema francese, che sin dagli anni Ottanta rappresenta un esempio virtuoso in materia di promozione di opere europee e nazionali. Le stesse misure, ricorda Melelli, sono adottate anche negli Stati Uniti, «protezionisti in questo settore, al di là delle enunciazioni liberiste».

D’altra parte però, riconosce Melelli, è vero che la qualità delle produzioni italiane è drammaticamente crollata rispetto ai lustri del passato. «Oggi in Italia si producono pochi film, di cui sono ancora meno quelli di valore». I dati sugli ascolti mostrano in effetti che i telespettatori preferiscono reality show o programmi di produzione straniera ai film e alle fiction italiani. «Questa riforma però può rivelarsi utile per rendere le nostre produzioni qualitativamente più elevate e quindi più appetibili dal punto di vista commerciale: più si aumenta la quantità delle produzioni, più anche la qualità tende a salire» dice l’esperto. A questo elemento si aggiunge il fattore fedeltà: «Si tratta di affezionare il pubblico a prodotti nuovi. È l’abitudine a generare la domanda». Un altro aspetto del cinema italiano che andrebbe potenziato, secondo Melelli, è la varietà: «Le poche produzioni italiane sono prevalentemente di genere comico o d’autore. Produrre più film e fiction favorirebbe un ampliamento dell’offerta».

Al di là degli obblighi legislativi, sostiene Melelli, il cinema è allo stesso tempo un settore fondamentale per plasmare l’identità di un paese e un settore chiave nell’industria nazionale, per questo deve essere tutelato. «Credo che la Rai, essendo un servizio pubblico, dovrebbe trasmettere in prima serata anche i classici che hanno fatto la storia del cinema italiano per rafforzare la nostra identità culturale. Ne trarrebbe benefici anche la produzione attuale». Il paradosso, è che «mentre noi tendiamo a snobbare i nostri stessi film, i grandi registi stranieri si ispirano allo storico cinema italiano».

Foto Ansa

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