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De Luca lost in translation. Storia di un processo infinito per «reato linguistico»

luglio 11, 2015 Peppe Rinaldi

Quando “l’impresentabile” neo-governatore minimizza sulla sua condanna, si tende a inarcare il sopracciglio. Ma le carte del processo sono davvero imbarazzanti

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

«Nos… consequentia nomina rebus esse studentes». Noi, cercando di far sì che i nomi corrispondano alle cose. Tra le Institutiones di Giustiniano e i nostri tribunali c’è una linea di congiunzione che si perde nel tempo, chissà quante volte i magistrati hanno dovuto spremere le meningi per misurarsi con le parole e le cose, i fatti e i loro nomi. Prendiamo la Campania, seconda regione italiana, e annotiamo questa parola: “project manager”, letteralmente il gestore/amministratore di un progetto. Proveremo a capire cosa c’entri l’anglicismo con noi e, soprattutto, con l’accennato pilastro giustinianeo nel suo apparente ribaltamento per decisione di un tribunale, quello di Salerno, a valle di un ragionamento condiviso con la pubblica accusa. Ragionamento nel quale non sembrerebbe esser stato enorme lo sforzo di «far corrispondere i nomi alle cose», visto che, al contrario, non trovandosi essi (i nomi) là dove avrebbero dovuto, sono venute meno addirittura le cose. Con conseguenze serie: sanzioni penali e riverberi sulla vita di almeno sei milioni di italiani, perché il “sanzionato” si chiama Vincenzo De Luca e per via della legge Severino ancora non ha la certezza di poter occupare la poltrona di governatore della Campania affidatagli dagli elettori il 31 maggio scorso (sebbene per ora il tribunale civile di Napoli gli abbia concesso per lo meno di cominciare a insediarsi).

Ma di quali “cose” stiamo parlando veramente? Perché l’ex sindaco “belva” di Salerno – condannato a un anno di reclusione e all’interdizione dai pubblici uffici, nominato a poche ore dal voto capo degli “impresentabili” dalla commissione Antimafia di Rosy Bindi ma ugualmente stravotato dagli elettori campani (in barba ai Gramellini e ai grillini, ai Travaglio e ai Mauro, ai Saviano e ai 60 milioni di giuristi impegnati con la Severino) – si è trovato in questa situazione? Quest’abuso d’ufficio in che consiste?

Abbiamo letto e ascoltato tutto, “la Severino” s’è fatta argomento per intermezzi dal pizzicagnolo, però si stenta a spiegare come si è arrivati fin qui. Ci prova Tempi. E non è facile: entrare nel girone dell’indagine e della sentenza di primo grado che ha ridotto De Luca a mero “condannato” secondo il vocabolario semplificato della stampa chiodata, significa attraversare una selva di leggi, regolamenti, direttive, ordinanze, grafici, tabelle, progetti esecutivi e preliminari degni di una causa tra multinazionali. Ma siamo in Italia, dove per principio si può ingessare tutto solo perché “project manager” è parola sconosciuta all’ordinamento. E pertanto se tu, pubblico ufficiale, incarichi un collaboratore di governare l’intricata progettazione di un impianto di termodistruzione della spazzatura da centinaia di milioni, tra l’altro perché te l’ha chiesto il presidente del Consiglio (Prodi, gennaio 2008), e però lo appelli “in English”, significa che qui gatta ci cova.

Quella «figura sconosciuta»
Secondo un tribunale italiano – II Sezione penale di Salerno, giudici Ubaldo Perrotta, Antonio Cantillo e Mariano Sorrentino – il felino appunto stava brigando per mangiarsi soldi pubblici (l’accusa iniziale, reiterata in appello dal pm Roberto Penna, era il peculato). Parliamo di circa 8 mila euro netti: tanto avrebbe incassato all’epoca Alberto Di Lorenzo, il “boiardo di Stato” che da giovane geometra comunale ha via via conseguito i titoli accademici, scalando negli anni la carriera amministrativa fino a diventare per De Luca una specie di Gianni Letta dei lavori pubblici, suo capo staff «senza diventare mai amici in senso stretto, solo rispetto reciproco e stima», si dirà in aula.

La ragione del pantano è tutta qua: il commissario di governo avrebbe incaricato un suo storico uomo di fiducia («senza alcuna estrinseca motivazione», secondo l’accusa) di fare il “project manager” di un impianto da 400 mila tonnellate per conto della parte pubblica senza che fosse necessario, lecito, tipico e legale. Anzi. In Italia si fa il processo alla trattativa Stato-mafia, si potrà ben farne uno che si occupi di dinamiche politico-amministrative e di discrezionalità di commissari di governo con pieni poteri (era questo infatti il ruolo assegnato da Prodi a De Luca). Il Parlamento, intanto, continua a guardare intimorito.

Quando De Luca dice di esser stato condannato per «un reato linguistico», si tende a inarcare il sopracciglio, ma nelle carte si legge che «il project manager è figura sconosciuta al nostro ordinamento, manca la tipizzazione della qualifica, si sovrappone indebitamente al Rup (Responsabile unico del procedimento) causando un danno per inseguire un utile extra legge e privato». È questo, in brutale sintesi, il ragionamento su De Luca, Di Lorenzo e Barletta (altro collaboratore coinvolto nel processo) espresso in 150 pagine dai giudici che, pur non convinti del peculato inseguito dal pm, hanno condannato i tre per aver abusato in concorso del loro ufficio (il famoso art. 323 cp). Aggiungendo pece ad asfalto rovente però, e cioè condannandoli per un reato diverso da quello iniziale, cosa che non ha di certo favorito i diritti degli imputati, andati a processo (giudizio immediato accettato dalle parti) convinti di doversi difendere da altro. Sarà materia per la Corte europea dei diritti dell’uomo, si presume, o per ricorsi ulteriori. Visti i funerali e i sequestri della democrazia, la cosa non dovrebbe passare inosservata.

Un esposto «anonimo»
Insomma, la Campania e l’Italia possono ballare nel caos istituzionale (ieri Berlusconi, oggi De Luca, domani chissà) per correttissime dispute bizantine sulla natura delle parole: se invece di “project manager” De Luca avesse definito Di Lorenzo in maniera conosciuta dalla legge a quest’ora non saremmo stati qui. Come si dice: summum ius, summa iniuria. E poi c’è l’obbligatorietà dell’azione penale, la legge è legge, e si sa, come è accaduto per De Luca un esposto «anonimo» (negato alla difesa) può innescare la miccia di una faccenda venata di surrealismo. E giù una sfilza di testi, periti, progettisti, consulenti, una valanga di giurisprudenza e norme e testi unici e regolamenti e statuti e deposizioni e udienze e interrogatori, per capire cosa significhi quella parola inglese, e se sia stata utilizzata apposta per ricavarne qualcosa o chissà che.

Con un finale dal retrogusto di Minority Report: è vero – ragionano i magistrati – che il project manager Di Lorenzo ha incassato la miseria di circa 8 mila euro grazie a De Luca, ma se non fossimo intervenuti noi sarebbero stati centinaia di migliaia gli euro, circa 400 mila (lordi). Che è più o meno quanto la legge prevede per tali parcelle in costanza di certe opere pubbliche, al netto di X tempo di lavoro per Y volume di investimento. Volgarmente, un processo alle intenzioni, peraltro lecite.

Questione di titoli
Si consideri, infine, una cosa: è il 2008, in Campania le montagne di monnezza svettano alte nel cielo del Rinascimento bassoliniano, Prodi individua in De Luca l’uomo che può risolvergli un problema. Ma bisogna correre, il tempo stringe, la nausea cresce e i miliardi bruciano insieme e al posto dei rifiuti. De Luca è commissario, può derogare a parecchie leggi e procedure: come chiunque sano di mente, sceglierà persone di assoluta fiducia, ultra rodate. Ma anche i titoli accademici di Di Lorenzo (laurea triennale in Scienze dell’amministrazione, master qua e là, carriera burocratica di vertice) sono diventati materia di disputa processuale, come se De Luca avesse piazzato in quel delicatissimo posto un fornaio o un coltivatore diretto. Niente da fare. Arnaldo Franco, il penalista che difende Di Lorenzo, cesella il contesto con l’efficacia di questa immagine: «L’accertamento giudiziale, tra accusa e difesa, ha assunto gli accesi toni del certame». Stiamo come stiamo per una storia così.

Foto Ansa


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