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In Danimarca uccidono i feti dei bambini Down per eliminare la malattia. «Evviva l’imperfezione»

febbraio 24, 2012 Benedetta Frigerio

Intervista a Josephine Quintavalle, la più nota esponente laica del movimento pro-life britannico, che davanti al tentativo della Danimarca di eliminare la sindrome di Down uccidendo chi ne è affetto, elogia l’imperfezione: «L’uomo vuole essere efficiente per non avere bisogno. Il problema è che in questo modo non è felice, ma solo».

«Mentono perché non è stata fatta alcuna scoperta per combattere la malattia. La verità è che rimediano uccidendo chi ne è affetto. Ma siamo sicuri di preferire la perfezione alla carità?», si chiede in un’intervista a tempi.it Josephine Quintavalle, la più nota esponente laica del movimento pro-life britannico, fondatrice e direttrice del Comment on Reproductive Ethics, l’osservatorio sulle tecniche riproduttive umane. Quintavalle si riferisce alla notizia del quotidiano danese Berlingske secondo cui entro il 2030 la sindrome di Down (trisomia 21) somparirà in Danimarca grazie alla diagnosi prenatale, che permette di individuare ed eliminare prima della nascita i bambini affetti dalla malattia genetica.

Quale principio è sotteso a questa mentalità?
Pare che l’uomo voglia superare ogni limite. È la notizia stessa data dal giornale danese a dirlo: «Nel 2030 – è il titolo dell’articolo – nascerà l’ultimo bambino Down». Il problema è che eliminare l’imperfezione è impossibile e così si usa un linguaggio fuorviante per far sembrare che la malattia sarà debellata. In realtà non c’è nessuna scoperta medica che elimini la trisomia 21. Semplicemente verranno abortiti tutti i bambini down. La realtà è che per eliminare la malattia si uccide l’uomo. E questo è un controsenso.

Perché è un’illusione pensare di eliminare l’imperfezione?
Ora si eliminano i bambini Down, ma chi può determinare cosa sia l’imperfezione? In Inghilterra, ad esempio, lo fa lo Stato che ora si è spinto anche più in là, ritenendo inaccettabile qualsiasi anomalia fisica: la legge consente l’aborto fino al nono mese se il bambino ha il labbro leporino o se ha un dito in più. Anche il naso storto o le orecchie a sventola sono difetti: se seguiamo la logica perfezionista pure i bambini con queste imperfezioni dovrebbero essere abortiti.

Tutti nascono con dei difetti.
E infatti la prossima vittima, a seconda dei parametri di normalità decisi dagli Stati, potrebbe essere chiunque.

Che spazio c’è in un mondo così per l’amore? Come può finire l’uomo che per raggiungere l’efficienza rinuncia alla carità?
In una società come la nostra, perfezionista e con il mito dell’efficienza, il bisogno è visto come un peso: lo si vede nella vita fragile dei bambini (infatti oggi è forte il fenomeno della denatalità) e degli anziani (l’eutanasia è un rimedio sempre più diffuso). Questo significa scegliere di privarsi dell’affetto e dell’aiuto reciproco, della bontà di un atto gratuito. L’uomo, insomma, vuole essere efficiente per non aver bisogno. Il problema è che in questo modo non è felice, ma solo. E infatti molti chiedono il suicidio quando capiscono che iniziano ad avere bisogno: a quel punto, senza legami d’amore reali, si percepiscono solo come un peso.

Sta dicendo che l’imperfezione ci dà la possibilità di domandare e di accogliere l’affetto di cui si ha bisogno per vivere?
Nel libro sulla vita di Jérôme Lejeune – lo scienziato che ha scoperto la trisomia 21 e che ha utilizzato la diagnosi prenatale per aiutare i bambini con la sindrome di Down a curarsi (non nascose la sofferenza portata per il resto della vita per il fatto che la sua scoperta venne usata contro di loro) – c’è un episodio bellissimo: mentre riceveva un premio, un ragazzo Down gli saltò al collo per ringraziarlo per quanto l’avesse aiutato e si fosse sentito amato da lui. È preferibile una società di uomini imperfetti ma che si sentono voluti o di persone efficienti che non possono chiedere mai e quindi nemmeno ricevere amore?
twitter: @frigeriobenedet

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5 Commenti

  1. GeertWilders4president scrive:

    Mah, noi italiani siamo incivili in un modo… i danesi lo sono in un altro.
    Solo che la nostra inciviltà è esposta, la loro è nascosta, per questo si possono arrampicare sugli specchi meglio di noi.

  2. Filippo scrive:

    Cara Nerella, quello che voi “siete” è ciò che per natura dovremmo essere tutti. Qualcuno ha detto che dietro ogni perfezione c’è un’imperfezione e vice versa. E che non ci potrebbe essere perfezione senza imperfezione… I tempi attuali, il “mercato” attuale stimola fortemente l’illusoria idea di perfezione da raggiungere, impossibile da raggiungere appunto e su questo si fanno soldi a palate. Tutto ciò che è accoglienza, condivisione, in una parola umanità è del tutto svilita, perché è contro il mercato…! Ben vengano le imperfezioni, se sono utili a riumanizzare quel che resta dell’uomo/donna, non digitale.

  3. JP scrive:

    Riporta Rino Cammilleri che in Francia, grazie a leggi che rendono obbligatorio “informare” sui rischio di trisomia 21 ormai circa il 94% dei bambini con sindrome di Down vengono abortiti…
    D’altronde bisogna capire… i “difettosi” costano alla società(adesso i down, poi toccherà ai vecchi, che verranno “liberati” dalla sofferenza), i “non allineati” (fumatori, obesi, quelli che fanno più di due figli) costano alla società…
    Hitler e Mengele, mostri solo loro?

  4. John Kinder scrive:

    Bellissima intervista. Grazie! Due commenti al volo:
    (i) la cosa mi causa dolore e sdegno per tutte le volte che guardo i miei figli e mi rendo conto che una di loro avrebbe meno diritto di essere mia figlia degli altri
    (ii) la Sindrome Down non è una malattia, come viene detto nell’intervista, è, appunto, una sindrome, una “condizione”. Mia figlia HA la Sindrome. Non è malata, è sana come un pesce.

  5. Nerella scrive:

    Sono convinta che non è solo l’imperfezione a spaventare, e ad averci convinti che la bellezza sta nell’omologazione. Tutti con i nasi e i seni uguali, tutti a faticare in palestra, tutti a rincorrere una giovinezza perduta. Quello che spaventa ai giorni nostri è LA FATICA.
    La fatica di vivere. La fatica del matrimonio porta al divorzio. La fatica di educare porta alla resa. La fatica di dover crescere un figlio disabile porta all’aborto. L’uomo poi a trovare giustificazioni alle sue miserie è bravissimo. Quindi eliminare un bambino “imperfetto” si dice “aborto terapeutico”. Cosa ci sia di terapeutico non lo sa nemmeno chi è convinto che l’aborto sia un dovere. La verità è che l’imperfezione fa paura, che la fatica che richiede crescere ed educare un figlio down spaventa, perchè si è persa la consapevolezza che la vita è un dono sempre e quindi è per il nostro bene. Luca è un ragazzo down, 33 anni, spiccata memoria per la musica, interista all’occorrenza, ma se lo invitate a pranzo è pronto a tradire la sua fede calcistica per un buon piatto di riso. Fa parte della nostra famiglia da sempre, prima come “vicino di casa” oggi come “figlio”.
    Certo, la sera quando ci mette un’ora a fare la doccia perchè è un metodico, quando non tace un attimo mentre guardi un film, quando fa il permaloso o quando senza filtri dice quello che vede e pensa a volte lo strozzeresti. Però lui ci vuole bene e noi vogliamo bene a lui. Luca ci ha educati alla bellezza dell’imperfezione, ad una sensibilità che noi crescendo stavamo perdendo. Anche i nostri figli sono stati educati da lui, a prendersi cura di un altro a fare i conti con i suoi desideri, con la sua presenza non sempre discreta. Chi avrebeb potuto educarli all’accoglienza se non lo sperimentare cosa sia?
    Quando domenica Luca ha servito Messa in seminario e gli occhi gli sono brillati per quell’applauso sollecitato dal rettore per festeggiare i suoi 25 anni di servizio alla Messa come chierichetto, io ho pensato che lui è il mio richiamo alla fedeltà. Bravi. Qualcuno ci dice. Bravi perchè? Cosa dovevamo fare, era il nostro quarto figlio da sempre e i figli non si scelgono e non si scartano.

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