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Dal secolo americano…

agosto 25, 1999 Beretta Simone

Cent’anni di egemonia economica, politica e militare.
Ma, soprattutto, di conoscenza, capacità di innovazione e di
creazione di nuovi bisogni. Un’economista spiega l’enorme vantaggio acquisito dalla civiltà americana a livello planetario. Un modello di
sviluppo che, anche solo per inerzia, farà del primo secolo del 2000
un’ennesima epoca all’insegna della leadership Usa. E l’Europa?
Una bella promessa. Ma la Cina è più vicina

Il “secolo americano” che si sta chiudendo ha tutta l’aria di proiettare una lunga ombra sul secolo che sta per cominciare. Nel ricoprire il ruolo di potenza egemone, gli Stati Uniti si presentano senza rivali. Il paese egemone infatti, è tale perché è il più potente (e fin qui è una tautologia); ma il potere ha natura multidimensionale, e si può competere con chi già incombe sulla scena solo se si raggiunge una sorta di soglia critica in tutte le dimensioni cruciali, in particolare in quella politica, economico-tecnologica, militare.

Il potere deriva dalla conoscenza La dimensione economica del potere è certamente importante, ma ha bisogno di essere definita attentamente, attribuendo l’importante peso che si meritano ai punti di forza economica tradizionali ma non trascurando i segnali di quali saranno presumibilmente i punti di forza determinanti nel futuro. I punti di forza tradizionali possono essere così specificati: il paese economicamente egemone deve essere in grado di controllare i mercati delle materie prime, dei capitali, dei beni e servizi oggetti di scambio; deve godere di un vantaggio comparato nelle produzioni “ad alto valore aggiunto”. Tutto vero. Ma è il caso di ricordare che la ricchezza delle nazioni ha smesso da un pezzo di essere la “terra” (per la sua fertilità o per i suoi giacimenti) e persino il “capitale” (le industrie pesanti, che richiedono enormi investimenti per addetto).

La nuova ricchezza è la più antica: è la conoscenza, risorsa per sua natura legata a filo doppio alle persone e alle loro relazioni. Lo documenta l’uso frequente – anche se spesso banalizzato, scarsamente consapevole – di certe parole: “società dell’informazione”, “capitale umano”. Quindi potrebbe essere il caso di ricordare che l’idea di settore “ad alto valore aggiunto” non è statica, che quello che “aggiunge valore” oggi non è detto sia la ricetta per il domani. È la capacità di individuare nuovi bisogni, di dare forma alla risposta ai bisogni vecchi e nuovi, a generare “valore aggiunto”; se vogliamo, conta la capacità di innovazione.

Lo strapotere americano Se ci sono pochi dubbi riguardo alla potenza economica degli Stati Uniti, sia sotto il profilo internazionale che sotto quello della capacità di innovazione, è ancora più evidente che, in questo mondo dove i processi di globalizzazione si accompagnano (talvolta con una sorta di causazione circolare) a processi di regionalizzazione, gli Stati Uniti sono l’unica potenza economica che è anche un’unità politica: uno stato vero e proprio, con la sua politica interna, la sua politica estera e naturalmente il suo esercito.

Guardando ai soli dati economici, potrebbe sembrare che l’Unione Europea abbia i numeri per contendere agli Usa certi primati. L’area dell’Euro rappresenta un’economia di dimensioni comparabili a quella Usa; è caratterizzata da un maggior grado di integrazione commerciale col resto del mondo; dispone di riserve valutarie abbondantissime; presenta una posizione creditoria netta sul resto del mondo, contro un debito estero americano di un ordine di grandezza attorno ai 2mila miliardi di dollari.

L’Euro è per natura una valuta “forte”, che tiene nel tempo il suo potere di acquisto reale; col tempo, acquisterà un ruolo regionale difficilmente contestabile e presumibilmente un importante ruolo globale. Ma ci vuole altro per creare una nuova egemonia “a tutto tondo”: l’Europa è una promessa non ancora mantenuta.

E corre il rischio di continuare a vivacchiare senza fiorire, diventando sempre più vecchia (anche anagraficamente) ed introversa (anche economicamente).

Il 2000 (ache solo per inerzia) sarà ancora a stelle e strisce Comunque, anche per gli Stati Uniti la strada per continuare ad essere la potenza egemone è una strada in salita, perché il sistema mondiale è sempre più “oligopolistico”: l’azione di ciascuno dei grandi giocatori non può prescindere dalla coazione o dalla reazione degli altri, in un complesso gioco di interdipendenza strategica.

Una prima ragione convincente per pensare che certamente il nuovo secolo si avvierà sotto il segno delle stelle e delle striscie è molto banale: si chiama inerzia. Guardiamo alla Gran Bretagna, la grande presenza egemone del secolo Diciannovesimo, e al suo declino.

Il suo ruolo di leadership si è esteso ben oltre la fine del suo ruolo egemonico nella produzione dei manufatti, il bene “ad alto valore aggiunto” dei tempi e ben oltre il declino della sua dimensione economica relativa. Basti pensare che la sterlina ha conservato il suo ruolo di moneta internazionale per qualcosa come cinquant’anni dopo il “sorpasso”, in termini di variabili economiche reali, da parte degli Stati Uniti. Basti pensare al ruolo negoziale della Gran Bretagna nel disegno del nuovo ordine economico internazionale, codificato negli accordi di Bretton Woods del 1944. Per inerzia, se non per altre ragioni, è sensato attendersi che il terzo millennio si apra con gli Stati Uniti nel ruolo di primus inter pares. Gli andamenti congiunturali in un certo senso hanno già “scontato” questa ragionevole inerzia, enfatizzando gli innegabili elementi di forza degli Usa e relegando i punti problematici – primo fra tutti lo squilibrio nei conti con l’estero – fra i dettagli di cui eventualmente occuparsi in futuro: l’andamento del cambio fra euro e dollaro lo documenta emblematicamente.

Ma la Cina è vicina Un’ultima osservazione. L’inerzia della struttura attuale dei rapporti di potere economico, e non solo economico, è nella natura delle cose; certamente può prevedere con una certa accuratezza la direzione degli andamenti futuri. Ma l’aspetto interessante di quel che accadrà non riguarda tanto i fenomeni macroscopici, quanto i “segnali deboli” del cambiamento: quei segnali che, all’inizio, possono facilmente essere confusi con le bizzarrie del caso, ma che inesorabilmente finiranno per imprimere una svolta (tempo al tempo!) alle dinamiche inerziali.

È difficle dire se esistono e quali sono gli astri nascenti della geopolitica mondiale. I tempi di consolidamento e di decadenza delle posizioni di vantaggio comparato (sia di imprese, sia di nazioni) si sono drasticamente ridotti. Senza prendersi molto sul serio, si può vedere che l’elenco di “chi ha contato” sulla scena internazionale presenta, nel corso dei secoli, un andamento geografico preciso (verso Ovest) e una velocizzazione dei tempi di cambiamento: Venezia, Firenze, Genova, Lega Anseatica, Londra, East Coast degli Usa, West Coast, Giappone, le piccole “tigri” del Sud-est asiatico. E la Cina è vicina.

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