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Cristiani a Mosul sotto l’Isis. «Rischiavamo la morte ogni giorno»

aprile 11, 2017 Redazione

La famiglia di Younos Amsah ha passato due anni e mezzo con lo Stato islamico tra cadaveri per strada e polizia religiosa che controlla se fumi di nascosto

«Rischiavamo la morte ogni giorno. Bastava un piccolo passo falso per essere uccisi». Così Younos Amsah, siro cattolico iracheno di 34 anni, riassume i due anni e mezzo passati a Mosul sotto lo Stato islamico. L’esercito iracheno ha da poco liberato il quartiere dove viveva e lui, insieme alla madre Myriam, al fratello Jibreel e alla sorella Hawaa, è potuto scappare a Erbil.

FUGA E RITORNO. Raccontando la storia della sua famiglia al National Catholich Register, Younos spiega come all’inizio la convivenza con i jihadisti fosse facile. «Quando l’Isis è arrivato, abbiamo lasciato Mosul per quattro giorni. Poi i nostri vicini ci hanno richiamati, dicendoci che non stava succedendo niente di terribile. Allora siamo tornati».

LA FINTA CONVERSIONE. Subito dopo il rientro, lo Stato islamico ha emesso un editto per dare quattro possibilità ai cristiani: «Convertirsi all’islam, pagare la jizya, lasciare la città o essere uccisi». Younos decise di pagare il “tributo umiliante” previsto dal Corano ma quando si presentò agli uffici competenti, venne risposto: «Questa possibilità non c’è più». Dopo aver tentato la fuga a Qaraqosh, che presto sarebbe stata conquistata a sua volta dal Califfato, la famiglia di Younos decise di convertirsi «esteriormente all’islam, recitando la shahada»: «Pensavamo che l’Isis non sarebbe durato un mese, invece sono rimasti due anni e mezzo».

«SEMPRE PIÙ CRUDELI». Presto i jihadisti cominciarono a «diventare sempre più crudeli, repressivi e barbarici: tagliavano le mani ai ladri, le donne non potevano farsi visitare dai medici uomini, i costi della sanità erano enormi». Ogni piccolo errore «poteva rovinarti», per strada la polizia islamica annusava le dita dei passanti per verificare se fumavano di nascosto. Di venerdì, «siccome eravamo controllati», dovevano andare spesso in moschea ma a casa mantenevano la loro fede cattolica: «Pregavamo di nascosto e se in televisione capitava di vedere una Messa, ci emozionavamo».

«VIA DALL’IRAQ». Ogni giorno nella capitale irachena l’Isis uccideva «almeno venti persone» e come monito per tutti lasciavano i cadaveri per strada per tre giorni. Quando l’esercito finalmente liberò a marzo il suo quartiere, «siamo tutti usciti in strada a festeggiare, fumando e bevendo, mentre le donne si strappavano via il velo obbligatorio». Oggi Younos e la sua famiglia vivono a Erbil e non hanno intenzione di tornare a Mosul quando sarà liberata. «Non possiamo tornare. Siccome abbiamo finto la conversione, i musulmani ci tratterebbero da apostati. Ma neanche i musulmani vogliono tornare ad abitare in città. Anche perché è completamente distrutta, non resta niente. Noi vorremmo andarcene dall’Iraq e arrivare in un buon paese. Un paese libero».

Foto Ansa

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