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Che cos’è davvero la giovinezza? Fede, speranza e libertà

luglio 27, 2017 Giuseppe Conte

Da Goethe a Miller passando per Marilyn Monroe e Bobby Sands. Un poeta a caccia del segreto per resistere alla maturità filistea della nostra letteratura

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Viviamo in tempi tragici, ma quasi nessuno lo sa. Lo spirito autentico della giovinezza, la sua anima creatrice, la sua potenza simbolica, la sua inquietudine fatta di avventure e di sfide, rischiano di spegnersi. Ma paradossalmente in una società al suo interno decrepita e cadente come quella di oggi impera un giovanilismo di massa per cui restare giovani significa soltanto restare utenti, a volte compulsivi, di beni materiali, tecnologie, sottoculture e mode, in definitiva consumatori del nulla.

In realtà, il senso vero della giovinezza è difficile da cogliere per chi ha perduto ogni dimestichezza con il trascendente e con il mistero dell’esistere. La giovinezza vera non è anagrafica, fisica, e non ci sarà mai palestra, ventre a tartaruga, acido ialuronico e chirurgia plastica a donarla e a prolungarla. Scrive Francis Scott Fitzgerald, che se ne intendeva: «La giovinezza di noi tutti è un sogno, una forma di follia chimica». Giovane è chi sogna il proprio destino, chi sente bruciare in sé una energia oscura che spinge a far reagire tra loro elementi contrari, la disperazione e la speranza, la distruzione e la ricostruzione, l’ordine e il piacere. Di certe giovinezze si muore.

La Fenice di D. H. Lawrence
Personalmente non ho mai rimpianto la mia torbida e ossessionata adolescenza ligure, né i miei vent’anni, in una Milano estranea, chiuso in una cultura che mi soffocava, squassato dagli psicofarmaci. La mia giovinezza è cominciata dopo. Con i desideri, l’eros, la riscoperta del mito, la adorazione intransigente della libertà. E infine con la pratica della scrittura, della poesia e del romanzo, che mi ha salvato.

La giovinezza è ribellione e bellezza. Contraddittorietà. Impulso. Gioco. Infelicità. Di una giovinezza così mi hanno sempre parlato Goethe con I dolori del giovane Werther, Foscolo con Le ultime lettere di Jacopo Ortis, Baudelaire, Rimbaud, Whitman, oceanico ragazzo nonostante la sua barba bianca. Ma anche Marlon Brando, con la sua bellezza impenetrabile, sprezzante, e Marilyn Monroe, con la sua bellezza di illusoria, burrosa e innocente fidanzata del mondo, e Charlie Parker, Chet Baker, Clifford Brown.

Ho sempre pensato che l’Europa, diffidando del mito e della poesia, relegandoli ai margini di se stessa, ha accelerato il proprio invecchiamento, dal dopoguerra in poi. Ma un cuore indomito ha continuato a lungo a battere in Irlanda, e dall’Irlanda ci parla la giovinezza eterna di Bobby Sands, morto in carcere per uno sciopero della fame in cui rivendicava per sé e per i propri compagni il riconoscimento, da parte del governo inglese, della dignità di prigionieri politici. Altri nove presero il testimone dello sciopero dalle sue mani, sino a morire. Era il 1981. Portai io in Italia il Diario così commovente e poetico di Bobby Sands. Nel dibattito di quei giorni, Leonardo Sciascia giudicò quel tragico sciopero come una manifestazione della pulsione di morte. Tra me, contraddicendo un intellettuale che riconoscevo onesto e autorevole, continuai a pensare che invece eravamo di fronte a un momento di giovinezza e di coraggio sacrificale dal valore inestimabile.

La giovinezza è fede, poche storie. Senza fede, c’è una maturità filistea o una vecchiaia disillusa. Fede: lo vide anche D. H. Lawrence, il mio maestro la cui tomba sormontata dal simbolo della Fenice sono andato a onorare sulle Montagne Rocciose, quando alla fine di una esistenza spesa in una parossistica sequenza di viaggi riconobbe che non era il viaggiare a dare un senso alle cose, ma proprio la fede, qualunque ne fosse l’oggetto. Nel suo caso, l’eros, la natura, con accenti profetici. Parlo di una fede inquieta, mai fanatica, ma accesa, senza compromessi.

Giovinezza è ribellione individuale e solitaria, o collettiva e fraterna, contro qualunque tiranno voglia tenere in pugno le nostre esistenze. Achille insulta Agamennone nel primo canto dell’Iliade: lo scontro tra giovinezza eroica, solare e potere cupo e avido si manifesta già all’inizio della nostra civiltà.

Una donna bellissima
Giovinezza è speranza. La speranza dei disperati, quando sentono che possono ritrovarsi nella musica di ciò che accade, nel flusso delle cose che inventa il futuro. È capacità di meraviglia, di guardare ciò che ci circonda come se fosse sempre la prima volta. È entusiasmo, qualità sempre più rara, su cui spesso è stato pronunciato un giudizio inappellabile di ingenuità negli ambienti in cui la vecchiaia dell’Italia è più evidente: quelli intellettuali, dei media, della produzione culturale: una vecchiaia fatta di disincanto, cinismo, derisione, minimalismo, parodia. Incapacità di creare mito e avvenire.

Almeno il novanta per cento della produzione letteraria in Italia soffre di una vecchiezza congenita, che, per un paradosso che fa il paio con quello di cui parlavo prima, si maschera da giovanilismo regressivo, infantile, quasi autistico, nascondendo la propria vacuità, il proprio vuoto spirituale. Finirà il dominio arrogante dell’auto-fiction? Per parlare di sé, incessantemente, gloriosamente, oscenamente, filosoficamente, bisogna essere Henry Miller, uno che ha letto Spengler e ha fatto la vita che ha fatto, automitizzandola. E che a Pacific Palisades è stato giovane sino all’ultima pagina e respiro. Del film di Paolo Sorrentino, Youth, che ha come tema centrale, sin dal titolo, la giovinezza, ricordo la sequenza in cui a Michel Caine e Harvey Keitel, immersi nell’acqua di una piscina, appare in una sconvolgente, silenziosa epifania l’immagine di una giovane donna bellissima, che li inchioda ai loro rimpianti, alle delusioni, alla loro apatia e impotenza di vecchi. Uno dei due cederà e si ucciderà. L’altro riprenderà dopo tante esitazioni a dirigere la propria musica.

Jünger, Borges e champagne
Allora la vera giovinezza è nel fare, nel credere, nell’esercitare la propria arte? Nel film non è così esplicita l’affermazione di questi princìpi, che probabilmente non appartengono alla cultura e alla sensibilità del regista. Infatti, di tutto il film, io ricordo due vecchi.

Ho davanti a me una cartolina che ricevetti tanti anni fa. Anche lì vengono raffigurati due vecchi. Seduti a un tavolo con flûtes di champagne, con dietro una ordinata, ricchissima libreria, tra una signora dall’aria protettiva un po’ china verso di loro e un sorridente intervistatore. Uno di loro porta la mano sul bastone dell’altro, rivolgendo lo sguardo a lui che ha occhi spenti su un volto che, nonostante la cecità, è così espressivo: il primo, in completo grigio, diritto, snello, avviato verso i cent’anni, è Ernst Jünger. Il secondo, in doppio petto blu, e la postura austera, quasi ieratica, è Jorge Luis Borges. Cosa darei per sapere di cosa parlavano, quel pomeriggio in cui la foto li ha ritratti. Ma in loro io vedo, in loro sì, nella loro fiducia nei simboli, nel mistero, nel sacro, l’essenza stessa della giovinezza che non finisce. 

Giuseppe Conte, autore di questo articolo, è poeta e scrittore

Foto Ansa

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