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Centrafrica. «La guerra non è finita, l’Onu non ci difende, ma io ho speranza»

marzo 11, 2017 Leone Grotti

Intervista al cardinale centrafricano Dieudonné Nzapalainga: «L’Europa deve aiutare gli africani a non scappare, ma a vivere qui»

nzapalainga

Solo chi si limita a visitare Bangui può pensare che in Centrafrica sia tornata finalmente la pace. Nella capitale regna la calma, ma ci sono invece scontri violenti e morti a Bocaranga, 20 mila nuovi sfollati a Bambari, problemi a Bria. I ribelli continuano a imbracciare le armi, lo Stato a dileguarsi davanti ai pericoli, la popolazione a fuggire, rifugiandosi nella boscaglia. Ma finché ci saranno uomini come Dieudonné Nzapalainga, che in sango significa “Dio sa”, resterà la speranza che tutto possa risolversi. Incontriamo l’arcivescovo di Bangui, da poco nominato cardinale da papa Francesco, a Milano dove il Pime l’ha invitato a tenere l’incontro: “Artigiani di pace e fratellanza”.

Eminenza, qual è la situazione nel paese?
Nella capitale è buona, ma Bangui non è la Repubblica Centrafricana. A Bambari ci sono gruppi armati che prendono in ostaggio la popolazione e uccidono per le risorse naturali: l’oro, i diamanti. Io sono appena stato a Bocaranga.

Dove ribelli armati fino ai denti hanno ucciso 18 persone, bruciato e depredato la città per quattro ore?
Esatto. Sembra che ci siano stati dei furti di bestiame e una rappresaglia. Nella zona ci sono gruppi ben armati, capaci di vendicarsi in maniera assolutamente sproporzionata. Sono andato a Bocaranga per ascoltare la gente. Tutti mi hanno detto che la Minusca (la forza Onu che conta 12 mila soldati nel paese, ndr), che ha una caserma in loco, non ha fatto niente per fermare gli assalitori.

Come’è possibile?
È quello che ci chiediamo anche noi. Che senso ha la loro presenza se non difendono la popolazione? Sono andato e l’ho chiesto a loro: mi hanno risposto che hanno avuto dei problemi. Ogni tanto diffondono dei comunicati e dicono che hanno respinto i ribelli, ma non è vero. Non possono mentire alla comunità internazionale. Ogni volta è la stessa storia: i contingenti che vengono da certi paesi come Mauritania, Marocco o Bangladesh non alzano un dito per aiutarci.

La gente ha paura?
Sì, ha paura ed è arrabbiata. Vogliono imbracciare le armi per difendersi da soli. Sia l’Onu che lo Stato infatti li lasciano alla mercé dei ribelli. Ho parlato con il presidente Faustin-Archange Touadera e dice che il governo non ha mezzi. Però i ribelli e gli anti-balaka le armi le hanno! Io incontro tutti per invitarli a non reagire alla violenza con la violenza. Così non si ottiene niente. Però vado anche dalle autorità per dire che se non garantiscono loro la sicurezza, saranno i giovani a farlo da soli.

Ha appena iniziato a visitare le diocesi del paese. Ha trovato paura o speranza?
Ho cominciato da quella di Bouar. Io sono cristiano e il cristiano è abitato dalla speranza, che è la fiaccola della fede. Se si spegne la speranza, resta solo la morte. Noi invece dobbiamo cercare la vita, la vita di Cristo che è tra noi. So che è difficile in questa situazione, ma dobbiamo farlo perché non tutto è negativo. Io resto aggrappato alla speranza e visito le diocesi per comunicare questo.

Tra le notizie positive c’è il ritorno a casa dei tremila sfollati che da oltre due anni vivevano nel campo profughi attorno al Carmelo dei frati carmelitani di Bangui. Ma dove sono andati se le loro case sono state distrutte?
Alcuni sono tornati alle loro case, che erano state solo danneggiate e non rase al suolo. Altri hanno trovato un posto in affitto e a giudicare dai prezzi raddoppiati direi che sono tanti. C’è più domanda. Lo Stato ha aiutato pochissimo, ha dato a ognuno il corrispettivo di 80 euro. La gente del resto non vuole soldi, chiede sicurezza al governo. I centrafricani sanno come arrangiarsi con poco, ma vogliono potere ricominciare a vivere nella normalità.

La comunità internazionale ha promesso oltre 2 miliardi di aiuti al Centrafrica. Basteranno per ripartire?
No. Ciò che conta sono la testa e il cuore. Si possono ricevere aiuti enormi e non sapere come utilizzarli o pochi e farli fruttare con intelligenza. L’importante è che il poco che ci arriva non vada sprecato.

Lei è da poco diventato cardinale. La sua missione è cambiata?
Sì, sono appena stato a Bouar perché i vescovi del Centrafrica mi hanno detto: non sei cardinale solo per Bangui, ma per tutto il paese, quindi devi venire a visitarci e a confermarci nella fede. Devi portarci il perdono e la pace. Poi mi hanno chiamato i vescovi dell’Africa centrale e mi hanno detto: non sei cardinale solo per il tuo paese, ma per tutta la nostra regione. Ho già in programma quindi visite in Gabon e Camerun. Poi mi hanno chiamato i vescovi algerini: non sei cardinale solo per la tua regione, ma per tutto il continente. E così andrò anche da loro. Sono cardinale della Chiesa universale e sono aperto a rispondere a tutte le chiamate come posso.

Che cosa resta dell’anno della misericordia?
È un anno iscritto a lettere d’oro nel nostro cuore. È cominciato a Bangui, quando il Papa ha aperto la porta santa e ci ha invitati ad entrare. La gente ha compreso che era avvenuto un miracolo. Il Papa ha parlato al cuore della gente e ci ha toccati.

Che cos’è questa misericordia?
La misericordia è stata la presenza del Papa: ha acceso i riflettori sul nostro piccolo paese abbandonato e ha spinto il mondo ad aiutarci, a ricordarsi di noi. Abbiamo avuto elezioni pacifiche ed è stato un miracolo, nessuno l’avrebbe mai immaginato. Grazie alla collaborazione tra l’ospedale pediatrico di Bangui e quello romano del Bambino Gesù, ora i nostri figli possono essere curati 24 ore su 24 gratuitamente. Nel quartiere musulmano, il km 5, il più problematico, apriremo una scuola. La misericordia non è astrazione, ma incarnazione.

Tanti giovani abbandonano l’Africa per cercare di arrivare in Europa, rischiando la vita. Come giudica questo fenomeno?
L’Africa può continuare a portare speranza al mondo ma il mondo deve aiutarci a stabilizzarci. Invece siamo sfruttati: non solo vengono razziate le nostre risorse naturali, ma anche quelle intellettuali. Quando un giovane studia e si forma qui, non trova lavoro e quindi decide di andarsene. Se avesse un lavoro, anche piccolo, resterebbe e si stabilizzerebbe. L’Europa non deve aiutare i dittatori africani, che mettono in atto il nepotismo, il tribalismo, aiutano la propria tribù ed escludono tutti gli altri. Perché quando non c’è futuro oltre alla miseria, la gente scappa. L’Europa deve aiutarci a restare qui.

Come?
Non solo offrendo aiuti economici agli Stati ma anche alle Ong che operano in loco. Ma soprattutto l’Europa deve cambiare politica. Non ci sarebbero così tanti problemi se la Libia non fosse destabilizzata. Ma di chi è la colpa? Non certo dei libici. E poi guardiamo la Siria. Chi ha fomentato la guerra? I governi occidentali devono prendersi le loro responsabilità e occuparsi delle conseguenze delle loro politiche. Questa crisi può essere un’occasione perché l’Europa cambi.

Come giudica il ruolo dell’Italia?
L’Italia ha accolto tanti migranti ma i migranti non vogliono restare in Italia, lo sappiamo. Vogliono andare altrove. L’Italia non può svolgere questo lavoro di accoglienza da sola, deve essere aiutata dagli altri paesi europei. Però vorrei dirvi: non abbiate paura. La paura è il peggiore nemico. L’altro non è una minaccia, è un essere umano, bisogna incontrarlo e cercare insieme le soluzioni. Noi in Centrafrica l’abbiamo imparato. Speriamo che un domani riusciremo a dire che tutto questo è stato un dono, una ricchezza.

Foto Leone Grotti

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