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Cavallari: «Nell’hospice ho trovato fame di vita (e di Bagnacauda)»

novembre 29, 2011 Massimo Giardina

Fabio Cavallari raccontagli incontri con i malati nell’hospice Sacco di Milano, da cui è nato il libro “Il grande campo della vita”. «Non si accompagna nessuno alla morte, si accompagnano le persone alla vita dentro a quello spazio che è il vissuto».

«Il grande campo della vita è la testimonianza di dieci anni di lavoro in una esperienza particolare anche dal punto di vista organizzativo: l’hospice dell’ospedale Sacco di Milano che è la combinazione di una struttura privata (la Columbus) e una pubblica (il Sacco). È il pubblico che lavora con il privato trovando una sintesi davvero feconda; è un esperimento che merita una grande attenzione mettendo in evidenza la bellezza del luogo, elemento determinante per un hospice».

Fabio Cavallari, autore del libro Il grande campo della Vita (ed. Lindau-Tempi, pag.152, euro 14,50) presenta il suo ultimo lavoro ai microfoni di Radio Tempi.
«Il tema che ho cercato di sviluppare è stato raccontare la realtà delle cose: in questo libro non si parla di morte ma si parla di vita, non perché io abbia fatto un’operazione astratta, bensì perché nel varcare le porte di questo luogo ho capito una cosa fondamentale: non si accompagna nessuno alla morte, si accompagnano le persone alla vita dentro a quello spazio che è il vissuto».

Lo stile usato dall’autore è la narrazione, attraverso i racconti che le volontarie hanno offerto in questi dieci anni di hospice. «La morte è un fatto che arriva ad un certo punto di fronte a noi, ma siamo portati alla vita e questo ho potuto testimoniarlo con un racconto».
Tra questi racconti, Cavallari cita la storia di Domenico, un malato terminale alimentato da un sondino che, pur non potendo mangiare, raccontava del cibo alle volontarie e ai medici con una passione che neppure un grande cuoco poteva avere. «Domenico raccontava la Bagnacauda piemontese perché è sinonimo di uno stare in compagnia con gli altri. Questo ben sapendo che non avrebbe più potuto mangiarla, ma diceva: vorrei ancora mangiarla, ma in paradiso». Ricorda l’autore del libro che «l’elemento che ritorna sempre per tutti, credenti e non credenti, è la questione su Dio. L’aspetto religioso, quando ci si trova di fronte alla morte, emerge come domanda dentro un vissuto di persone che fanno riemergere le passione alla vita».
Twitter: @giardser

Ascolta l’intervista a Fabio Cavallari
[podcast pid=108/]

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