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Caso Brittany Maynard. Diritto di suicidio o suicidio del diritto?

novembre 4, 2014 Aldo Vitale

«Ammettere la legalizzazione del suicidio significa rivelare una totale incomprensione di fondo della natura del diritto»

brittany-maynard1«Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia»: tanto pensava Albert Camus ne Il Mito di Sisifo, con ciò espressamente esigendo l’abbandono di ogni prospettiva ideologica, cioè di carattere aprioristico, per l’adozione dello strumentario razionale tipico della filosofia ai fini della investigazione del suddetto fondamentale problema.

Soltanto in quest’ottica, dunque, ci si può accostare ai delicati temi biogiuridici in genere, a quello del suicidio assistito in particolare ed in specie al caso di Brittany Maynard, ragazza statunitense ventinovenne malata di cancro al cervello in stato terminale.

Secondo quanto hanno riportato le agenzie di stampa, la ragazza, lo scorso gennaio, avrebbe subito una diagnosi secondo cui le sue aspettative di vita non avrebbero superato i sei mesi a causa del diffuso ed inguaribile tumore al cervello registrato dalle analisi mediche, motivo per cui si sarebbe trasferita in Oregon in cui la vigenza del “Death With Dignity Act” le avrebbe consentito di morire, a seguito del consumo di farmaci letali legalmente prescritti da un medico, subito dopo il compleanno del marito lo scorso primo novembre, come puntualmente è avvenuto.

L’occasione si offre propizia per effettuare alcune brevi considerazioni.

Sebbene la questione possa coinvolgere differenti piani (come il punto di vista etico, giuridico, filosofico, storico, sociale, economico) e differenti problemi, appare più opportuno in questa sede focalizzare maggiormente l’attenzione su almeno due profili più eminenti: la infondabilità del suicidio (assistito o meno) su base etico-filosofica, cioè prettamente razionale, da un lato, e la natura e il ruolo del diritto dall’altro lato.

Gli aspetti da trattare sono lunghi ed articolati, ma, date le esigenze di spazio, si può subito riflettere sulla circostanza per cui il suicidio, assistito o meno, soprattutto nell’ambito del decorso di una patologia cronica e/o terminale è ben lungi dal rappresentare una manifestazione di libertà individuale del soggetto che se ne rende responsabile, e ciò per almeno due principali motivi.

In primo luogo: nella maggior parte dei casi i soggetti che richiedono il suicidio assistito, soprattutto se coinvolti in esperienze patologiche gravi e dolorose, sono soggetti che non sono in grado di valutare serenamente la situazione esistenziale in cui si trovano, proprio a causa dello stato di prostrazione psico-fisica in cui purtroppo giacciono.

In secondo luogo: sebbene, da parte dei più, si possa ritenere che l’atto suicidiario costituisca l’atto di auto-determinazione per eccellenza, cioè l’ambito applicativo apicale della libertà personale dell’individuo che lo mette in essere disponendo a proprio piacimento della propria vita e del proprio corpo (si pensi per esempio a quanto sentenziava lo Zarathustra di Nietzsche:« Io lodo qui la mia morte, la libera morte che mi viene perché io la voglio»), così non è, in quanto il più delle volte, come fattore logico-deduttivo posto a giustificazione dell’atto suicidiario medesimo si adduce proprio la sofferenza del suicida, causata dallo stato patologico in cui questi versa; insomma, il cortocircuito logico è palese poiché se l’atto suicidiario deve essere inteso, come i più pretendono, quale manifestazione della assoluta libertà dell’individuo svincolato da ogni condizionamento, non può all’un tempo ritenersi per ciò stesso determinato causalmente dallo stato patologico in cui il suicida viene a trovarsi; per converso, ogni stato patologico utilizzato per giustificare la presunta libertà insita in un atto suicidiario nega istantaneamente ed irreparabilmente allo stesso tempo proprio quella libertà che invece si pretende affermi.

Tuttavia, scandagliando più in profondità, ben altro viene alla luce.

Se infatti può esistere una vita non libera, quale appunto quella di colui che soggiace alla schiavitù di una tirannia, perfino quella del proprio corpo o di una patologia, riconoscendo sempre un obbligo generale di garantire il massimo della libertà a chiunque, occorre anche pur ammettere che non è possibile una libertà senza vita.

In altri termini: il diritto di libertà è sempre connesso e geneticamente collegato con il diritto alla vita; una libertà in antitesi con la vita non è vera libertà; è per questo, per esempio, che l’omicidio costituisce oggetto di sanzione in ogni epoca storica e trans-culturalmente. La vita, rectius, il diritto alla vita è il presupposto logico e cronologico di ogni altro diritto, per cui il suicidio non solo non è espressione di libertà, ma è una sua grottesca negazione, palesandosi quindi per ciò che è, cioè totalmente irrazionale ed illogico.

Non a caso uno dei maestri del pensiero razionale ed illuminista, Kant, così scrive in merito nelle sue Lezioni di etica: «Il suicidio può essere considerato sotto diversi profili […]. I difensori di esso sostengono che l’uomo è un agente libero […]. Per quel che riguarda il corpo egli ne può disporre i molti modi: per esempio facendosi incidere un ascesso o amputare un arto o trascurando una ferita; nei riguardi del corpo sta dunque a lui fare liberamente ciò che gli sembra utile e consigliabile: non dovrebbe egli dunque avere anche la facoltà di togliersi la vita, ove ciò gli apparisse come la cosa più vantaggiosa e raccomandabile? […]. Noi possiamo disporre del nostro corpo in vista della conservazione della nostra persona; chi però si toglie la vita non preserva con ciò la sua persona: egli dispone allora della sua persona e non del suo stato, cioè si priva della sua persona. Ciò è contrario al più alto dei doveri verso se stessi, perché viene soppressa la condizione di tutti gli altri doveri […]. Il suicidio non è abominevole e inammissibile perché Dio lo ha proibito, ma al contrario Dio lo ha proibito perché, degradando al di sotto dell’animalità la dignità intrinseca dell’uomo, è abominevole ».

Ancora: viene in rilievo qualcosa di ben più allarmante, cioè la concezione del tutto erronea ed equivoca circa la natura e il ruolo del diritto.

Ammettere la legalizzazione del suicidio, ammettere che il medico debba e possa somministrare sostanze venefiche ogni qual volta il paziente lo richieda, ammettere che la volontà individuale debba sempre e comunque prevalere su ogni altra istanza, perfino contro la vita stessa di chi manifesta tale volontà, significa rivelare una totale incomprensione di fondo della natura del diritto.

Il tema richiederebbe trattazione a se stante data la sua complessa articolazione, ma in questa sede ci si può limitare ad osservare che il diritto non può essere ridotto alla mera formalizzazione della volontà del singolo; se così fosse, infatti, il diritto coinciderebbe con questa volontà e la sua natura altro non sarebbe che pura volontà.

Il diritto, invece, è ben altro, e, proprio perché ricomprendente anche, ma non solo la volontà individuale, senza cioè appiattirsi su di essa, svolge il prezioso ed insostituibile ruolo di difesa dei più deboli, anche e soprattutto da quegli atti di volontà che in quanto tali trasgrediscano la retta ragione e le leggi di natura.

Il diritto, nel caso del suicidio, come precisano tra i tanti Aristotele ed Agostino, difende dalle aggressioni, anche da quelle che ciascuno arreca a se stesso.

Il diritto, ristretto alla mera ratificazione della volontà individuale, diventa pura certificazione, cioè una semplice e sterile copertura formale di tale volontà; il diritto così inteso, si dissolve, venendo in sostanza totalmente fagocitato dalla volontà; nota Sergio Cotta che «non è difficile capire che in tali casi il diritto è stato appunto usato come un mero strumento, facendo violenza alla sua essenza strutturale, essenza strutturale che si fonda sulla sua giustizia, cioè sulla sua natura relazionale, e non sul semplice dato volontaristico.

Più che all’esercizio del diritto al suicidio, si assiste insomma, ad un vero e proprio suicidio del diritto.

Sarebbe opportuno chiedersi allora se il suicidio sia effettivamente libero; se tale libertà sia davvero voluta; se tale volontà sia davvero giuridica; se tale diritto sia davvero giusto all’ombra di una rivendicata onnipotenza volontaristica che rende arbitrariamente disponibile tutto, perfino il sé.

In conclusione sembrano risuonare, allora, con rinnovata tragicità, le parole del quesito iniziale di Severino Boezio nella sua Consolazione della filosofia: «Vi è dunque qualcuno che ritenga che gli uomini possono tutto? Nessuno, a meno che non sia pazzo».

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60 Commenti

  1. Shiva101 scrive:

    Obbligate e inducete la gente a soffrire nel modo più atroce per i vostri interessi.

    Vergognatevi.

    • Sebastiano scrive:

      In compenso, viste le corbellerie che scrivi, tu ci fai sbellicare dalle risate.
      Congratulazioni

  2. Valentina scrive:

    Condivido totalmente la scelta di Brittany. Questa giovane e sfortunata ragazza era pienamente consapevole della sua situazione e delle conseguenze alle quali sarebbe andata incontro a causa della sua malattia. Ha deciso di morire con dignità anziché sopravvivere ridotta come un vegetale, dipendente dagli altri anche per le sue necessità più intime. Quella situazione non faceva per lei, non ci sarebbe stata alcuna dignità. Non voleva soffrire. Era padrona della propria vita e ha disposto esclusivamente di essa, come ha ritenuto meglio per sé. Nella sua situazione io avrei fatto lo stesso. La scelta di Brittany merita rispetto.

    • Luigi Amicone scrive:

      Una mente che non voglia apprendere nulla dovrebbe astenersi da ogni lettura. Tanto meno commentare cose che non ha letto e che se ha letto non ha trattenuto nulla e che se ha trattenuto e se ne esce con commenti come quelli di Shiva e Valentina si iscriva a un corso di recupero molto basico per comprendere l’abc del linguaggio e dell’essere umano.

      • Andrea Pinato scrive:

        Alla fine in nodo cruciale è sempre lo stesso:

        Di chi è la vita?
        Ne posso liberamente disporre completamente?

        A chi crede, a chi a fede, la risposta viene naturale e logica.

        Per chi è ateo, imprigionato nel corpo da anni come lo fu Welby, è giusto che coscientemente possa dire “fino a qui e non oltre?”

        E’ giusto che in medico che gli ha ficcato il tubo in gola si rifiuti di toglierlo?

        Ora che la scienza ha spostato i confini non è forse giusto che sia il paziente, nel pieno delle sue facoltà, decidere se spingersi ai limiti o fissare un confine netto oltre il quale ritiene che la pratica medica prevarichi la sua dignità e lo condanni a tortura?

        Può la dottrina cattolica stabilere il confine PER TUTTI, cattolici e non, credenti e cercare di imporla a “NORMA DI LEGGE” facendo pressione sulla politica (vedi annosa questione testamento biologico)?

        Può anche rispondere in maniera “sbrigativa” come ha fatto con Valentina, ma così elude il problema e si chiude a riccio nella logica “è così e basta”.

        A Lei la scelta; sempre che sia per la libertà di scelta.

        • giovanna scrive:

          Andrea Pinato : eccone un altro che non ha letto l’articolo.
          C’è poco da essere sbrigativi…

          • Andrea Pinato scrive:

            Firmati con nome e cognome, dimmi dove e come viene affrontato VERAMENTE nodo del problema:

            1) di chi è la vita?

            2) perchè il diretto interessato non ha l’ultima parola su ciò che considera “accanimento terapeutico?”

            In particolare il paragrafo

            “Il diritto, invece, è ben altro, e, proprio perché ricomprendente anche, ma non solo la volontà individuale, senza cioè appiattirsi su di essa, svolge il prezioso ed insostituibile ruolo di difesa dei più deboli, anche e soprattutto da quegli atti di volontà che in quanto tali trasgrediscano la retta ragione e le leggi di natura.”

            La difesa del più debole è la prevaricazione delle sue volontà in tema di fine vita?

            La retta ragione e le leggi di natura discendono da dottrina?

            Hai poco da essere “sbrigativa”: se hai un pensiero AUTONOMO al riguardo prendi coraggio, mettici nome e cognome, ed esprimilo nero su bianco.

            • Su Connottu scrive:

              Pinato te la sei cercata :)
              1. Se hai un minimo di intelligenza generata dall’osservazione e non da ragionamenti astratti, non dovresti fare questa domanda. Sai benissimo che le cose più importanti della vita non le hai decise tu, per quanto ti sarebbe piaciuto.
              2. il diretto interessato ha già l’ultima parola sull’accanimento terapeutico (l’ha sempre avuta), ciò che si discute è il diritto tuo, mio o di Shiva di far crepare una terza persona approfittando dei rapporti di parentela, dello stato di debolezza fisica e psicologica del malato e di una definizione di “dignità” che coincide guarda caso con il tuo interesse ad avere una perfetta vita borghese sgombra dalla rottura di palle di un vecchio scorbutico cateterizzato (dico per esempio) cui non avresti difficoltà, se ti fosse lasciato lo spazio, nel convincere “amorevolmente” che se si lascia ammazzare fa un favore a se stesso e alla Dignità del week end in montagna. Uso il tu per comodità dialettica, spero si capisca.
              Pertanto la tua domanda sulla “prevaricazione” non è pelosa, è peggio.
              Un’altra cosa: non prendeteci per il naso, voi fautori della vita priva di imperfezioni. Qui non si parla di libertà di scelta (nessuno di noi può impedire un suicidio se uno lo vuole davvero), si parla di politica. La signora Brittany l’avrebbero già fatta secca senza nessun putiferio, se non avessero scelto di buttarla nello show business. Siccome si parla di leggi, caro Pinato, e le leggi interessano anche me e non solo te, abbiate almeno l’intelligenza, che si riconosce a un primate, di piantarla con questa baggianata dei “diritti” individuali. Diritti del testicolo.

              • Andrea Pinato scrive:

                1) “ciò che si discute è il diritto tuo, mio o di Shiva di far crepare una terza persona approfittando dei rapporti di parentela”

                Ma dove?
                Dove nell’articolo?
                Dove nei miei commenti?
                Se mi sbaglio la invito a citare le frasi in questione.

                2) “il diretto interessato ha già l’ultima parola sull’accanimento terapeutico (l’ha sempre avuta)”

                vedi caso Welby e altri

                3) ” cui non avresti difficoltà, se ti fosse lasciato lo spazio, nel convincere “amorevolmente” che se si lascia ammazzare fa un favore a se stesso ”

                nessuno deve convincere nessuno.
                Affermo proprio il contrario: al paziente, se in grado di intendere e volere, l’ultima parola.

                • Su Connottu scrive:

                  Pinato sei ancora incastrato al punto di confondere accanimento terapeutico con eutanasia. Stiamo a perdere tempo.

                  • Su Connottu scrive:

                    Aggiornamento per i manuali di storia:
                    il conte Ugolino non è stato condannato a morte per inedia, ma è stato liberato dall’accanimento terapeutico.

    • Toni scrive:

      Shiva101 e Valentina
      quasi un anima …. due corpi.
      Che bellezza aprire una discussione trovarvi e leggervi in rapida successione.

      Bello che Valentina parla di Britney che ha fatto un scelta consapevole. Bellissimo leggere il giudizio di una che fa fatto il “perno” di tutti i suoi interventi nel disinteresse verso il prossimo, che non vuole sentire le “storie tristi” e che l’unica generosità che ha saputo donare è nell’elargire aborti ed eutanasia. Così e facile!

      Scommetto che nessuno dei due ha letto l’articolo … Camus, Kant non sono cattolici… e potevano aprire spiragli.

      Shiva non l’ha letto di sicuro, perché altrimenti sarebbe andato in coma per tre giorni a causa dello sforzo.

    • Pavan Agostino scrive:

      Non sono un Filosofo però trovo inquietante questa distinzione tra la Morte dignitosa e una Morte non dignitosa. In particolare trovo azzardato sostenere che morire con sofferenza non sia degno di un essere umano, e penso non sia così certo che questa povera ragazza non abbia sofferto e penato davanti alla prospettiva della Morte, anche se è stata data nel modo più inconsapevole possibile.
      Trovo singolare che questa distinzione tra un morte “Buona” e una “Morte Cattiva” si accompagni spesso alla distinzione tra una Vita “Degna” e una Vita “Indegna” di essere vissuta, sempre sulla base di una “Sofferenza” che essendo ineliminabile trova la sua soluzione in una “Soluzione Finale” di Hitleriana memoria.

    • Sebastiano scrive:

      Supponi che tu un giorno incontri un tipo che vuole buttarsi da un ponte perché LUI ritiene che la sua vita non abbia più un significato o comunque LUI ritenga che non valga la pena di essere vissuta, il tutto in piena coscienza e deliberato consenso. Immagino che per non violare questa sua libertà tu ti asterrai dal prestargli soccorso, qualora si buttasse. Né, del resto potresti confutare la sua visione perché della dignità della SUA vita, a parer tuo, può decidere solo LUI.
      Giusto?

      • Galcian79 scrive:

        Io certamente non interferirei con il suo diritto all’ autodeterminazione.
        A maggior ragione se la sua decisione, consapevole, non è influenzata dalla sofferenza della malattia.

        • Toni scrive:

          @ Galcian79

          Opereresti la stessa decisione se a buttarsi dal ponte fosse tuo figlio? Diresti “Io certamente non interferirei con il suo diritto all’ autodeterminazione.”?

          Io penso che l’essenza dei nostri ragionamenti sia dettata dalla sempre più emotiva indifferenza verso il prossimo. L’atomizzazione della società. Il prevalente sentimento di solitudine.

          Chi è a favore di tali soluzioni lo è alla base per una aridità di base esistenziale. L’eutanasia è il frutto.

        • unafides scrive:

          Difatti io mi sono sempre domandato perché chi decide di togliersi la vita come nel caso di Brittany, non scelga di farlo in autonomia e senza coinvolgere altre persone nel suo drammatico gesto. Dato che Brittany era, a quanto sembra, quasi completamente autonoma, non capisco la necessità di coinvolgere in un atto così personale altre persone quali i medici, gli infermieri, i legislatori e non ultimi i suoi cari. È un atto per cui probabilmente gli interessati passeranno dei momenti terribili, eppure quello che viene spacciato come un gesto di libertà, si rivela invece, come un atto totalmente egoista, coinvolgendo numerose persone in un gesto assolutamente privato che si può sbrigare in totale autonomia.

      • Agostino Pavan scrive:

        Se una persona si convince che l’unica soluzione ai suoi problemi è darsi la Morte, probabilmente sarebbe stato necessario cercare di aiutarla prima che avesse maturato questa convinzione. Comunque nessuno penso voglia mettere in discussione la libertà e la responsabilità di ogni essere Umano, ma semplicemente occorre esprimere un giudizio preciso sulle scelte che ognuno può compiere, distinguendo tra ciò che è Bene e ciò che è Male, per questo ribadisco che una distinzione tra una Buona Morte e una Cattiva Morte mi sembra illogica proprio perché la morte è sempre un momento drammatico e umanamente tragico. Personalmente cercherei di dissuadere chiunque dal darsi volontariamente la Morte in quanto non è questa certamente la soluzione del problema, ma in definitiva si tratta di un atto che nega a chi lo compie qualsiasi altra possibilità e Speranza.

  3. lucillo scrive:

    Questo articolo di Vitale è una delle maggiori sequenze di falsità e falsificazioni che mi è mai capitato di incontrare, da tutti i punti di vista: filosofico, etico, giuridico; ed anche strettamente logico, al punto di utilizzare a supporto di specifiche posizioni affermazioni contradittorie con altre su altri specifici punti. Il termine più gentile che si possa utilizzare è ridicolo.
    Vi è un passaggio che svela l’architettura globale della falsificazione: l’unico punto non argomentato, ma al contrario messo come premessa apodittica, è “la retta ragione e le leggi di natura”. Si discute di natura e di ragione, nelle loro articolazioni, a partire da un già dato che non merita nemmeno di essere non dico discusso, ma neanche articolato.
    Vista la pochezza delle argomentazioni potrei perfino io rispondere punto su punto, ma non ho particolare autorevolezza. Sarebbe interessante se tempi.it riportasse con pari spazio differenti posizioni. (Tra l’altro, chi è Aldo Vitale?)

    • Luigi Amicone scrive:

      Idem per Lucillo, con l’aggiunta di corso basico per tradurre il significato apodittico di “patata lessa”. Segnalo che, come di consueto, i geni si espongono sempre nell’anonimato, mai con loro nome e cognome.

      • lucillo scrive:

        Caro Luigi, visto che anni fa già ci siamo conosciuti de visu, anche se allora eri già un astro nascente e probabilmente ora non ti ricordi di me, mi metto a disposizione per un articolo (non un commento) firmato di piena confutazione di Aldo Vitale: se mi dai un po’ di tempo e mi assicuri la pubblicazione (ti assicuro fin da ora che non conterrà nessun tipo di insulto o volgarità) mi ci dedico.

        • Luigi Amicone scrive:

          A occhi chiusi, a patto che accetti eventuale nostra o del Vitale controdeduzione, non essendo noi ovviamente la buca delle lettere. Grazie

        • Filomena scrive:

          @ Lucillo
          La f di Filomena nell’indirizzo è minuscola.

          • giuliano scrive:

            OK la f di Filomena è minuscola, come le sue idee

            • giovanna scrive:

              Scusa, Filomena , cosa vuol dire il tuo messaggio sibillino a Lucillo ?
              Che vi scrivete tra voi ?
              Curioso, molto curioso.

          • lucillo scrive:

            ? mi sfugge
            una volta fra l’altro, dopo un intervento pluricensurato, tentai di mettere qui la mia email allo scopo di poter rispondere a Toni, ma anche quel post saltò.

            • filomena scrive:

              Ti sfugge perché hanno cancellato il mio post

            • filomena.verdi@gmail.com scrive:

              @ Lucillo
              Era un indirizzo di posta per un commento privato sullo scambio che hai avuto con Amicone
              Provo a rimandarlo così, insieme al nick

              • giovanna scrive:

                Curioso, molto curioso.
                Vuoi dare un contributo per questo attesissimo articolo di Lucillo, coi tuoi furiosi copia e incolla ?
                Ma Lucillo non ne ha bisogno !

    • Nino scrive:

      Aldo Vitale è un ricercatore in filosofia e storia del diritto che collabora con l’UCCR

      • giovanna scrive:

        Ammazza oh, che stella di David che hai appiccicato a questo ricercatore in filosofia e storia del diritto , caro, untuosissimo, Nino !

        • Giannino Stoppani scrive:

          Giusto Giovanna!
          Questa untuosa precisazione della collaborazione con l’UCCR è rivelatrice di almeno due aspetti della mentalità dei nostri simpatici interlocutori!
          La prima è che quando non si ha nulla da dire nel merito bisogna andare sul personale, e allora via, alla ricerca di qualcosa di poco simpatico da appiccicare addosso a chi ci ha fatto il mazzo e, se non lo si trova, lo si inventa.
          La seconda è che per questi sedicenti devoti della ragione fanno esattamente il contrario di quello che la ragione medesima imporrebbe: più che la sostanza di una affermazione per loro conta chi la fa.

          • Nino scrive:

            @Giannino Stoppani: Scusa, ma francamente non capisco: se si cerca su internet le uniche due informazioni che si trovano su Aldo Vitale (o almeno che io ho trovato) è che è un ricercatore in filosofia e storia del diritto e che è un collaboratore del UCCR. A Lucillo che chiedeva chi fosse Aldo Vitale ho dato una risposta, che mi pare sia corretta e asettica

            Sei tu (e mi meraviglio) che consideri poco simpatico il fatto che Aldo Vitale sia un collaboratore dell’ UCCR? Io non mi pare di aver espresso pareri sull’articolo anche perché è un campo che non padroneggio per cui l’ho letto ma non l’ho commentato

  4. albertino scrive:

    Chi si sente in qualche modo accusato per il giudizio che un altro da su un episodio è perché lui stesso ha un giudizio sulla questione che traballa, ha un giudizio che in fondo è ancora parziale, magari ricco di aspetti veri, ma ancora parziale. L’impazienza, lo “scandalo”, l’indignazione, la violenza sono segni di insicurezza.

  5. filomena scrive:

    @Giannino
    Che la collaborazione con l’UCCR sia una cosa poco simpatica, l’hai detto tu, Nino si è limitato a citare evidentemente una informazione pubblica quindi non personale o poco simpatica, semmai segno di una appartenenza culturale. Tu invece quando citi gli autori di certi studi che ritieni inutili diventi offensivo, quindi hai perso una buona occasione per tacere.

    • Toni scrive:

      @ Filomena
      Solo che Nino non esprime lo stesso scrupolo quando le dichiarazioni ed i comportamenti provengono da militanti e/o simpatizzanti anticattolici. Allora è legittimo ritenere che il fine è per delegittimarli in quello che dicono (così Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte Costituzionale e docente alla facoltà di Giurisprudenza di Tor Vergata …diventa “solo” uno “di parte”).
      Qualificare certi “studi inutili” è più che legittimo se si ritengono i presupposti di partenza poco scientifici e semplicemente “ideologici”. Io per esempio non ho mai preso in considerazione la psicologia comportamentistica perché la trovo falsa nei suoi presupposti iniziali ( semplificando …. l’idea di uomo qualificabile dai suoi comportamenti).
      Poi non sono mancati, e sono stati oggetto di discussione in questo sito, gli “studi” dichiaratamente ridicoli (quando si dichiarava che i figli crescono meglio con i gay che con etero) ma propagandistici.
      Dire che gli studi “sono inutili” non possono essere considerata come una censura “calata dall’Alto” (come dici tu) , ma un legittimo atto frutto della ragione del tuo interlocutore.

      • Nino scrive:

        @Toni: come ho scritto sopra, non sono in grado di entrare nel merito dell’articolo, ed ho risposto ad una domanda di Lucillo.

        Per quanto riguarda Cesare Mirabelli invece, e la sua opinione sulla trascrizione dei matrimoni omosessuali, ritengo nel mio piccolo di essere in grado di entrare nel merito, e quindi posso ritenere le opinioni espresse da Mirabelli di parte, quando leggo che (fonte wikipedia) è professore ordinario di diritto ecclesiastico presso l’Università degli studi di Roma Tor Vergata nonché presso l’Università Europea di Roma, e di diritto costituzionale nella Pontificia Università Lateranense di Roma. Ricopre inoltre la carica di consigliere generale presso lo Stato della Città del Vaticano, il ruolo più elevato che un laico possa ricoprire in Vaticano.

        Le due cose sono molto diverse.

        • Toni scrive:

          Vuoi dire che hai dato una informazione senza cattive intenzioni? :-)

          Nel merito di quello che scrive Mirabella possiamo farlo tutti… tanto per discorrere (come quando si diventa CT della nazionale). Tu lo hai fatto … con tutti i limiti possibili ed immaginabili. Hai delimitato il diritto alla sola presenza o meno di una legge. Hai messo in dubbio l’esistenza dell’ordine del prefetto. Hai messo in dubbio la natura dell’ordine del prefetto quale quello di un organo sovraordinato. Hai attribuito ruoli al sindaco fantasiosi … direi lanciati a “capocchia” . Ovvero hai dato tutti gli sfoghi solo per giustificare una atto di propaganda dagli effetti giuridici “nulli” (tue parole).

          • Nino scrive:

            @Toni: puoi non crederci ma ho semplicemente ed asetticamente risposto ad una domanda di Lucillo. Se poi tu gli hai dato una interpretazione diversa dovresti chiederti perché, io non posso saperlo.

            Sul resto, a parte il fatto che non credo di aver mai messo in dubbio l’esistenza dell’ordine del prefetto, per il resto ho dato delle mie opinioni cercando di supportarle con dati di fatto (liberissimo tu di pensare che siano opinioni “ad capocchiam”) in attesa di poter analizzare i fatti, ovvero la conclusione di questa vicenda sempre sostenendo che qualunque sarà la decisione la si potrà o meno condividere ma non si potrà che prenderne atto.

            Effetti giuridici nulli nello stato italiano come da sentenza della Corte di Cassazione, lo ripeto, trascrizione ai soli fini pubblicistici, a mio avviso (e non solo mio) perfettamente legale. (che poi … effetti giuridici nulli, ma secondo me non per questo inutile)

            • Toni scrive:

              @ Nino

              Non sono portato alle carinerie e ti dico che ho interpretato bene e non credo che sei asettico. Sei spudoratamente di parte al punto che il bianco lo puoi chiamare nero.

              Quando scrivi : “Sul resto, a parte il fatto che non credo di aver mai messo in dubbio l’esistenza dell’ordine del prefetto”

              Quando scrivi :
              “Per quanto riguarda la correttezza delle azioni, se i Prefetti avessero potuto, in punta di diritto, ordinare ai sindaci di cancellare le trascrizioni lo avrebbero già fatto. Se non lo hanno fatto è perché non possono. ”
              Cosa devo dedurre: Un tuo eccesso asettico? Interpreto male? Scrivi in maniera simbolica?

              Neppure io penso che le trascrizioni sono “inutili” …infatti sono propaganda.

              • Nino scrive:

                @Toni: a parte che quello l’ho scritto prima che ci fossero le ordinanze, come hai visto nessuno dei sindaci ha eseguito, il che lascia aperto il dubbio che forse i prefetti non potessero farlo, ma l’hanno fatto lo stesso (per motivi a me ignoti …) andando oltre, loro si, a ciò che gli consente la legge

                • Toni scrive:

                  @ Nino
                  Lo vedi come stravolgi le cose, mi cambi le carte in tavola (“quello l’ho scritto prima che ci fossero le ordinanze”) ricorrendo alle bugie
                  Poi il prefetti non potevano farlo? ma anche se non potevano farlo i sindaci dovevano obbedire e dopo, al limite opporsi con ricorso. Questo è “il diritto” che lo dice … anche se fai finta di non sentirci da quest’orecchio.
                  Questo si intende quando si dice che “scivoli”…. e per questo è inutile discorre con te, lo si fa per evidenziare la tua slealtà .

                  PS
                  Quando scrivi :
                  “Per quanto riguarda la correttezza delle azioni, se i Prefetti avessero potuto, in punta di diritto, ordinare ai sindaci di cancellare le trascrizioni lo avrebbero già fatto. Se non lo hanno fatto è perché non possono. ” lo hai scritto il 3 novembre.

                  L’articolo che cita: “In questo momento non accettiamo l’ordine del prefetto di Roma di annullare le trascrizioni dei 16 matrimoni gay contratti all’estero”. E’ quanto ha dichiarato il sindaco di Roma Ignazio Marino. “Abbiamo dato mandato ai nostri uffici di fare un approfondimento per opporci alla cancellazione”, è del 31 ottobre.

                  Bugie!

                  • Nino scrive:

                    Non ho tempo di controllare, mi fido dei tuoi tempi, evidentemente non avevo letto e ritenevo che un ordine non fosse ancora stato emesso. Però:

                    Se un ordine è palesemente errato non lo si esegue, almeno nella vita civile (in quella militare in tempi di guerra le cose credo siano più complicate). Nello specifico per quanto ne so la cancellazione di una trascrizione è illegale come atto in sè, a prescindere dal merito, perché può essere effettuata solo su sentenza del tribunale, quindi il Prefetto “non può” ordinarla, o meglio può farlo ma è contrario alla legge.

                    E ripeto, a me delle trascrizioni proprio non interessa, mi interessa la questione da un mero punto di vista legale. Ecco perché sono in attesa delle evoluzioni di questa vicenda

    • Giannino Stoppani scrive:

      Ma caro Filomeno, dove diavolo lo avrei scritto che la “collaborazione con l’UCCR” sarebbe una cosa “poco simpatica”?
      Io, casomai, riferendomi in generale ad un “modus operandi” tipico dell’ebetroll multinick, poco importa se appreso alle scuole del “partito” per attivisti o nelle assemblee delle carampane residuate, ho scritto:
      “La prima è che quando non si ha nulla da dire nel merito bisogna andare sul personale, e allora via, alla ricerca di qualcosa di poco simpatico da appiccicare addosso a chi ci ha fatto il mazzo e, se non lo si trova, lo si inventa.”
      Laddove si può capire quello che hai capito tu solo inventandosi di sana pianta il passaggio logico che ti fa comodo.
      Casomai, volendo strafare, uno avrebbe potuto ipotizzare che, per uno come Nino, collaborare con l’UCCR è di per sé una cosa poco simpatica, ma anche questa interpretazione, francamente, è un tantino opinabile.
      E comunque tirare in ballo una vera o “supposta” “appartenenza culturale” con l’intento di screditare qualcuno che vi fa il mazzo, rimane lo stesso un modo puerile per non replicare nel merito e buttarla in caciara.

      P.S.: anche attribuire all’interlocutore concetti che non ha espresso è un metodo da quattro soldi per buttarla in caciara.
      P.P.S.S.: io, quando non riesco a vincere il tedio che mi impedisce di rispondere nel merito alle vostre solenni, ripetitive e pallosissime bischerate, lo ammetto sempre senza difficoltà, visto che sono giustificato ampiamente dall’importanza delle attività quotidiane a cui mi dedico invece di darvi corda.

      • Nino scrive:

        @Giannino Stoppani: Riporto qui la prima parte del tuo commento

        Questa untuosa precisazione della collaborazione con l’UCCR è rivelatrice di almeno due aspetti della mentalità dei nostri simpatici interlocutori!
        La prima è che quando non si ha nulla da dire nel merito bisogna andare sul personale, e allora via, alla ricerca di qualcosa di poco simpatico da appiccicare addosso a chi ci ha fatto il mazzo e, se non lo si trova, lo si inventa.

        Se capisco l’italiano, tu dici che aver precisato la collaborazione con l’UCCR implica che visto che non ho niente da dire sul merito (verissimo, infatti non ho detto niente) sono andato alla ricerca di qualcosa di POCO SIMPATICO (lo hai detto tu, non io) … e se non lo si trova lo si inventa (che sia un collaboratore dell’UCCR è scritto sul sito dell’UCCR, se poi quel sito inventa le cose ed arriva a pubblicare una serie di interventi inventati a nome di Aldo Vitale allora hai ragione tu, mi sono fidato di un sito che inventa le cose)

        • Giannino Stoppani scrive:

          Insospettabilmente consapevole dei tuoi mezzi hai premesso “se capisco l’italiano”.
          Anche per aiutarti a risolvere codesto dubbio ti faccio sapere che la risposta che meriteresti si trova già nel mio post delle 9:24 e non occorrono ulteriori precisazioni.

          • Nino scrive:

            se ritieni di aver chiarito … va bene così!

            • Nino scrive:

              @Giannino Stoppani: comunque apprezzo molto questo passaggio, perché lo condivido completamente se riferito ad alcuni comportamenti che si possono riscontrare anche (ma non solo) in questo sito:

              “quando non si ha nulla da dire nel merito bisogna andare sul personale, e allora via, alla ricerca di qualcosa di poco simpatico da appiccicare addosso a chi ci ha fatto il mazzo e, se non lo si trova, lo si inventa”

        • giovanna scrive:

          Nino, ti sei incartato ancora…però con la carta da salumiere, quella oleata…
          Non c’è una volta, a mia memoria, che tu dia un’impressione di sincerità, ma sempre di una falsità strutturale, irremovibile, perseguita coscientemente.
          Sei falso, falso, falso.

  6. Leo Aletti scrive:

    Eutanasia è buona morte, amare la vita è vivere. C’è chi vuole la morte, grande discussione per giustificare la menzogna. Aspetto la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà. Amen.

  7. Shiva101 scrive:

    Quello che ha detto il Vaticano mostra in pieno la violenza e la crudeltà del cristianesimo:
    far soffrire la gente tra atroci dolori per i vostri interessi di potere ed economici, quelli di Lourde, di PadrePio e tutti gli altri..
    avete bisogno di fedeli impauriti che hanno devono pregare e accendere candele.

    Per voi cattolici la sofferenza degli altri è vitale, la gente deve andare a chiedere i miracoli.

    Non potete piu fare nulla e dopo le unioni gay si dovra discutere ed approvare una legge per consentire di scegliere il proprio destino SENZA la chiesa.

    Non potete piu avere le nostre vite.

    Siete su un binario morto.

    • Toni scrive:

      @ Shiva 101

      La gente, malata o sana , soffre molti di più ad avere a che fare con gente come te. Imprenditore di discariche morali.

    • Agostino Pavan scrive:

      In alternativa all’arricchimento della Chiesa Cattolica e di tutte le sue strutture, ti propongo una analisi delle convenienze economiche di cui beneficiano o potrebbero beneficiare altri soggetti attraverso la pretesa autodeterminazione degli Individui. Certo si tratta di un’Autodeterminazione sempre più pilotata dal Potere, che decide di volta in volta quali sono le “libertà” o “Pretese” o “Capricci” da garantire.
      Purtroppo però queste presunte Libertà o Pretese o Capricci, hanno un costo non solo economico ma soprattutto Sociale ed Umano, e questo pesa e peserà sempre di più sulle possibilità di sviluppo del nostro paese.

  8. beppe scrive:

    nello spazio analogo de IL GIORNALE riservato ai lettori si sono scatenati letteralmente moltissimi sostenitori dell’autodeterminazione e del libero arbitrio esaltando la scelta di questa sfortunata ragazza. ma oltre agli insulti verso la chiesa non sanno andare. è uno spettacolo desolante.

    • Su Connottu scrive:

      Non facciamoci fregare dal cosiddetto “popolo del web”, lo spazio commenti de “Il Giornale” non rappresenta nemmeno i lettori de “Il Giornale”. Un piccolo trollificio.

  9. prof scrive:

    l’ottavo paragrafo mi sembra il più debole, molto interessante comunque.

    Io penso sempre in questi casi alla scelta di porre fine alla propria vita in relazione alla vita di chi ci ama.
    Il dolore proprio può sempre essere soppresso in un qualche modo – al limite privandosi artificialmente della coscienza- ma il dolore di chi ci assiste durante la malattia no.
    Le malattie che colpiscono il cervello – la ragione- lasciano a chi ci sopravvive le immagini più brutte e per chi crede (qui parlo di esperienza personali) i dubbi più grandi.

    A questo penserei se mi trovassi nei panni di Maynard.
    La possibilità di scegliere di porre fine alla mia vita prima di impazzire davanti ai miei cari è un possibilità (se non volete chiamarla libertà chiamatela come vi pare) che voglio avere, e che -di fatto- ho.

    Forse è vero che uccidersi non è libertà, ma – fatemi fare due spicci di filosofia- la possibilità di farlo non essere libertà.
    Datemi la possibilità, anche nei casi in cui la mia situazione fisica me ne priva, di togliermi la vita.
    Se è vero che la libertà è vita, allora sarò libero se sceglierò di vivere.

    Ma come potrò esserlo libero, anche continuando a vivere, se non ho potuto fare una scelta?

    • prof scrive:

      correzione ad un refuso:

      “Forse è vero che uccidersi non è libertà, ma – fatemi fare due spicci di filosofia- la possibilità di farlo NON PUO’ NON ESSE essere libertà”

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