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Carceri, Pagano (vicedirettore Dap): «Cosa stiamo facendo per promuovere il lavoro dei detenuti»

gennaio 24, 2015 Chiara Rizzo

«Vogliamo che i detenuti trovino una reale opportunità di lavorare per sostenersi». Intervista a Luigi Pagano

Il 15 gennaio hanno chiuso le attività le dieci cooperative che in via sperimentale nelle carceri italiane si occupavano di provvedere al vitto interno. Pochi giorni dopo, lo scorso martedì 20, le cooperative che attualmente hanno avviato progetti di lavoro che coinvolgono i detenuti sono state convocate con urgenza. A farlo è stato Luigi Pagano, il vicedirettore del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap). Pagano, da ex direttore di San Vittore, è stato uno dei primi a sostenere l’importante contributo delle aziende o delle cooperative esterne per lavorare insieme ai detenuti, dando a questi ultimi una reale possibilità di apprendere una professionalità, e di rimettersi in gioco nella società. «Il nostro obiettivo principale è quello di migliorare le condizioni di vita all’interno delle carceri» si sono sentiti dire i rappresentanti delle cooperative da Pagano. Che a tempi.it spiega come intende rilanciare il lavoro per chi vive dietro le sbarre.

Ci spiega perché sono stati chiuse le attività delle coop che si occupavano del vitto interno?
Già un anno fa la Cassa ammende aveva previsto che l’esperienza delle cooperative per il vitto nelle carceri fosse chiusa, poi abbiamo scelto di prorogare per altre due volte, fino ad arrivare allo scorso 15 gennaio. La Cassa delle ammende è un ente istituito all’interno del Dap che finanzia sì le attività di reinserimento dei detenuti, però solo in fase di start-up. Ad un certo punto, le attività devono essere capaci di procedere con le loro gambe. Il motivo per cui queste dieci esperienze nelle carceri sono state chiuse è stato questo: la Cassa ammende non poteva mantenerle a vita. Molte di queste cooperative hanno però sviluppato altre attività che funzionavano benissimo all’esterno: penso, a titolo di esempio, alla Giotto di Padova che produce panettoni, o la Sprigioniamo i sapori di Ragusa e Catania, che produce squisiti torroni e croccanti alla mandorla. Prodotti che in tutte le cooperative italiane che li hanno avviati sono molto apprezzati dai consumatori esterni. Ecco perché abbiamo sottolineato che queste esperienze ci interessano moltissimo, così come ci interessa il lavoro dei detenuti. Abbiamo annunciato alle cooperative che se erano previsti altri progetti di ampliamento e di implementazione, Cassa ammende sarebbe stata disponibile a finanziarli all’inizio. Questa volta è stato però esplicitato chiaramente che ciò avverrà solo in fase di start up. Ci siamo messi a disposizione anche per una consulenza in fase progettuale.

E le cooperative che cosa vi hanno risposto?
La maggior parte delle cooperative aveva già delle idee e alcuni, come a Ragusa, avevano iniziato persino a muoversi autonomamente, per chiedere dei fondi europei. C’è molta intraprendenza positiva. Vorrei anche aggiungere che qualsiasi altra impresa o cooperativa può muoversi per portare avanti delle iniziative, e può contattarci per farlo: se i progetti sono seri, e se hanno un’idea reale di commercio e di business che si può autosostenere sul mercato, siamo intenzionati ad investire dei fondi. È importante, però, vorrei sottolinearlo, che queste attività non siano di tipo assistenzialistico.

Si parla molto, anche dopo una puntata di Report, della proposta di far lavorare tutti i detenuti, o un numero più ampio, magari gratuitamente. Lei che ne pensa?
Anzitutto che c’è già una norma che è stata introdotta l’anno scorso nell’articolo 21 dell’ordinamento penitenziario, che prevede che il lavoro possa anche essere svolto gratuitamente. Tuttavia noi riteniamo che, se si pensa alla rieducazione e al reinserimento, il lavoro deve dare alla persona la possibilità di potersi esprimere, quindi debba essere all’altezza delle capacità di ognuno, ma anche la possibilità di sostenersi economicamente. Molte persone delinquono perché crescono in un contesto dove non hanno la possibilità di sostenersi, è un punto su cui intervenire per un recupero reale. Per questo noi siamo contrari ai “lavori forzati”, ma più favorevoli a quelli remunerati. Ciò posto, va detto che in carcere ci sono molti momenti – definiti trattamentali – ­che vanno contro l’interesse del mercato. Al detenuto può accadere di doversi assentare dal lavoro perché deve essere trasferito in tribunale o interrogato all’improvviso da un magistrato, oppure perché deve incontrare lo psicologo che lo segue, eccetera. Questi momenti sono importanti per il carcere ma ovviamente vanno contro l’interesse delle imprese, che per sostenersi sul mercato hanno esigenze di orari specifici di lavoro, o di produrre velocemente. Ecco perché stiamo lavorando sulla normativa, per capire se il carcere può offrire un costo del lavoro più interessante per l’impresa, ed essere più competitivo. Siamo in una fase propedeutica di diversi progetti.

Ce ne anticipa qualcuno?
La condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo ci è stata comminata perché l’ambiente del carcere è ridotto alla cella. È un ambiente molto chiuso in sé stesso, visto che, a parte l’ora d’aria, si resta spesso rinchiusi dentro quattro mura. Se si riuscisse a lavorare per ampliare lo spazio in carcere, per trovare luoghi per svolgere attività fuori dalla cella, ciò sicuramente sarà più interessante anche per le aziende, che magari hanno la necessità di spazi appositi per lavorare. Stiamo provando a realizzare un’idea più moderna di carcere, speriamo di farcela.

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