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Boccia (Pd): «Sull’articolo 18 non siamo spaccati. Ci fidiamo di Monti»

febbraio 24, 2012 Chiara Sirianni

«In un momento così delicato, suggerisco ai ministri di pesare le parole. Non stanno parlando a un consiglio di amministrazione, ma rappresentano una linea politica, che noi sosteniamo». Il deputato del Pd spegne le polemiche interne al suo partito, ma è duro con Idv e Sel: «La loro idea di una lista civica nazionale è una contraddizione di termini».

Il confronto tra il Governo e le parti sociali sulla riforma del mercato del lavoro sta provocando non pochi crucci al Partito democratico. Si può fare una riforma senza accordo? E quale sarà la valutazione del Pd, quando si tratterà di trasformare l’accordo in provvedimenti legislativi?
Il ministro Elsa Fornero, in merito, è stata piuttosto esplicita: «Penso che anche il Pd possa votare una buona riforma, ma se ci sarà accordo solo su una riforma che il governo non giudica buona, lo stesso governo si assumerà la responsabilità di andare avanti e il Parlamento si assumerà la responsabilità di appoggiarlo o meno». La risposta non è tardata: «Noi ci metteremo la coralità necessaria», ha spiegato in conferenza stampa Pierluigi Bersani.
Al netto dei proclami, il partito appare sempre più spaccato tra la componente riformista da una parte, e l’appoggio incondizionato al governo Monti dall’altra. Quali esiti avrà questo equilibrio instabile? L’abbiamo chiesto a Francesco Boccia, deputato e coordinatore delle commissioni economiche del Pd alla Camera.

Onorevole, le parole del ministro Fornero le sono suonate minacciose?
Stimiamo il ministro come professionista e ci auguriamo che faccia bene il suo lavoro. Detto questo, il patto istituzionale l’abbiamo fatto con Monti, l’unico abilitato a dire se si va avanti o indietro, con o senza uno dei partiti di maggioranza. In un momento così delicato sul piano sociale, e così drammatico sul piano economico, suggerisco ai ministri di pesare le parole. Non stanno parlando a un consiglio di amministrazione, ma rappresentano una linea politica, che noi sosteniamo. Prendiamo in seria considerazione ciò che dice Monti. E non ci sfugge che lo statuto dei lavoratori è sì una grande conquista, ma di quarantadue anni fa. Proprio per questo ci aspettiamo che Monti assuma la guida di questa mediazione, esattamente come ha fatto per la riforma del lavoro. 

Bersani avvisa che sull’articolo 18 il sì del partito non è scontato, e contemporaneamente presenta il suo tour nei distretti del lavoro e dell’impresa. Nel frattempo il governo sulla riforma va avanti. I “tecnici” rischiano di schiacciare il partito?
Assolutamente no. Bersani fa il lavoro che ha sempre fatto. E il governo va avanti mediando. Diciamo che i due sforzi si sommano, non si oppongono. 

Secondo lei il sostegno del Pd a Monti deve essere incondizionato o su certi temi è opportuno che ci sia una rottura? 
Riteniamo che questo governo sia una fortuna per il paese. Ovviamente nessun governo, e nessun presidente del Consiglio, può pensare di avere dei partiti che chiudono entrambi gli occhi, e dicono sì a tutto, perché rinuncerebbero alla loro funzione di partito. Non vale solo per il Pd. 

Veltroni (Pd) sull’articolo 18, ha dichiarato: «No ai tabù». Stefano Fassina (sempre Pd) va in piazza con la Fiom e lo accusa di essere «più vicino al centro-destra». 
Per Fassina vale lo stesso discorso fatto sulla Fornero: si sono dei limiti oltre il quale non si deve andare. È lì perché è stato indicato da un leader, il segretario, che ha tutti gli strumenti per mediare. Questo non è tempo per gli incendiari, è il tempo dei mediatori. 

L’ex sindaco di Roma si sta avviando all’accordo con le sole forze di centro, magari dopo una riforma elettorale?
Questa è fantapolitica.

Di certo però l’uscita di Veltroni ha segnalato che il partito non è compatto.
Oggi c’è un’ operazione, tra le forze politiche, tesa a salvare l’Italia. Chi non tiene atto del fatto che lo scenario è cambiato, sbaglia. La linea disegnata da Bersani nel 2009 è quella giusta. Chi finge di dimenticarsela, ha in mente altro. Se il Pd continua a fare il Pd, vale a dire la grande forza riformista del nostro paese, non sarà difficile trovare una sintesi. 

I segnali di spaccatura ci sono: le primarie, per esempio, non sono diventate uno strumento per regolare i conti interni?
Le primarie sono uno strumento straordinario di partecipazione. Come qualsiasi strumento di selezione della classe dirigente necessita, ogni tanto, di essere ritoccato. Se il Pd mette in campo tre o quattro candidati, qualche autogol rischia di farlo. Ma sia chiaro: non è il Pd il problema. Ci sono città in Puglia, come Trani o Taranto, in cui è Sel che si è rifiutata di fare le primarie.

A proposito di Puglia: La lista civica nazionale, evocata dal sindaco di Bari  Michele Emiliano, è il tentativo di alcuni pezzi di Idv e Sel è di destrutturare il Pd?
Già parlare di lista civica nazionale è una contraddizione di termini: se di lista civica si tratta, non si capisce come possa essere nazionale. Come è noto, le caratteristiche civiche di Bari non sono quelle di Torino. Ammesso che questo ossimoro possa trasformarsi in un punto di forza, potrebbe esserlo solo se si trattasse di un movimento di sostegno al Pd, che quindi candida solo persone che non hanno mai fatto politica. In questo caso, rafforzerebbe il centrosinistra. Diverso è se Sel e Idv vanno una lista “civica” con nomenclatura politica.

Diamo per buona la seconda ipotesi: come cambierebbe lo scenario politico?
È evidente che c’è uno spazio molto stretto tra gli effetti del governo Monti, che è un governo di larghe intese, di salvezza nazionale, e i radicalismi strumentali, e populistici, che lucrano sui risultati del governo tecnico. Di Emiliano mi fido, degli altri no: li ho già visti all’opera. Ricordiamo che De Magistris, a Napoli, ha fatto entrare in consiglio comunale iscritti all’Idv, ignorando deliberatamente i candidati del Pd, peraltro eletti con moltissime preferenze, che sono rimasti a casa. Non è certo un gesto di democrazia.

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