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Te Deum, Aldo Trento: Perché mi costringi a guardarti

marzo 16, 2012 Aldo Trento

Come ormai tradizione, Tempi chiude l’anno con un numero monografico di Te Deum. Qui pubblichiamo quello del missionario padre Aldo Trento, che appare sul numero 52 della nostra rivista, in edicola dal 29 dicembre.

«Canterò eternamente la Sua misericordia». I fatti accaduti nel 2011, come tutti quelli che ho vissuto in questi 64 anni di vita, mi permettono di cantare insieme al Salmista la misericordia del Signore. Quando mi hanno ordinato sacerdote, sentendo viva la sproporzione tra i miei limiti e la vocazione a cui il Signore mi aveva chiamato, ho scritto sull’immaginetta la frase di san Francesco d’Assisi: «Accettami come sono e fammi come vuoi». Il Signore ha preso sul serio questo grido, in particolare quando la disperazione sembrava demolire la mia vita. Tutte le volte che mi trovavo sull’orlo di un precipizio o stavo per abbandonare la mia vocazione, la Misericordia Divina mi prendeva per i capelli e mi metteva sulla buona strada, mostrandomi ogni volta di più che io ero di Sua proprietà. Il Mistero mi aveva scelto come sacerdote per portare la luce alle nazioni, come afferma il profeta. E ha fatto di questo miserabile e gran peccatore un uomo innamorato di Lui. Un uomo la cui inutilità è stata utile per realizzare e mostrare attraverso le opere di carità, ciò che Lui ha costruito in questo angolo disperso di mondo e la Sua infinita misericordia. Non solo mi accetta senza scandalizzarsi come faremmo noi puritani, ma mi fa in ogni istante come Lui vuole. Cosa vuole da me? Che sia me stesso, che prenda sul serio il mio cuore, con le sue esigenze inestirpabili di verità, felicità, amore e giustizia. Lui vuole che io viva interamente la realtà, che viva intensamente ogni momento, che non interrompa neanche per un istante il grido che sono io, perché non gli interessa la mia coerenza, non gli importa cosa faccio. Lui ama ciò che sono, cioè un mendicante che vive ogni istante guardandolo in faccia, guardando il volto di Cristo.

Tutta la mia vita è stata un guardarlo in faccia, anche quando l’incoerenza, la ribellione nei confronti dei miei superiori e il fascino dell’ideologia mi consumavano il cervello. Mai, grazie alla Madonna che ho sempre amato come un figlio ama sua madre, ho smesso di guardare in faccia il Mistero, vivendo intensamente il reale. Per questo al venticinquesimo di sacerdozio ho stampato sull’immaginetta di ricordo: «Canterò eternamente la Tua misericordia, Signore». Scegliere questa frase ha significato riconoscere che Lui non solo mi aveva accettato, ma aveva fatto di me ciò che Lui voleva: che io fossi un povero, ma evidente segno della sua Misericordia.

Ripercorrendo l’anno che sta terminando, l’unica cosa che posso affermare è che ogni giorno è stato un canto alla Misericordia Divina. Come affrontare il “pondus” della giornata, senza la certezza che sono fatto dal Mistero? È facile cadere nella disperazione e nel rifiuto della vita se non si riconosce che Dio mi ha amato di un amore eterno avendo pietà del mio niente. Molte volte ho provato il dolore terribile di vedere persone abbandonate, violentate, calunniate, distrutte, disperate, depresse, implorando un minimo di Misericordia. Ho visto sacerdoti abbandonati, mendicare un pezzo di pane. Ho pensato alla Clinica, dove tre volte al giorno preghiamo per loro. Durante questo tempo di Avvento mi sono rimasti impressi nella mente e nel cuore alcuni passi dei Vangeli che propongo a tutti perché possiamo apprendere che Gesù si è impietosito di me e di te. Che consolazione la certezza che quando tutti gli uomini ci abbandonano e condannano, Gesù guardando il nostro cuore pentito si impietosisce di ciascuno! Per Cristo siamo unici e irripetibili.

«Entrato in Cafàrnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava e diceva: “Signore, il mio servo è a letto paralizzato e soffre terribilmente”. Gli disse Gesù: “Verrò e lo guarirò». (Mt 8,5-9)

«Gesù si allontanò di là, giunse presso il mare di Galilea e salito sul monte, lì si fermò. Attorno a lui si radunò molta folla, recando con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati; li deposero ai suoi piedi, ed egli li guarì». (Mt 15, 29-30)

Signore Gesù, come non ringraziarti commosso dopo un anno molto duro e ricco di Misericordia, per avermi dato la grazia di sentirmi guardato come gli invalidi, gli handicappati, i lebbrosi, i peccatori? Chi sei Tu che ti sei impietosito di tutti e che hai avuto Misericordia di quanti si sono rivolti a te chiedendoti aiuto? Chi sei Tu, che hai perdonato e continui a perdonare abbracciando perfino chi è giudicato e condannato dagli amministratori dei Divini Misteri? Chi sei Tu, o Cristo, che hai detto nel Vangelo di san Marco, che quando abbraccio un lebbroso, un detenuto, un ammalato, un affamato, un assetato, abbraccio Te? Chi sei Tu che mi hai permesso di abbracciare e dire con tanto amore: «Violeta, non avere paura, perché il bebè che hai in pancia, che per gli altri è il frutto di una violenza, è anche il frutto del Mistero»? Chi sei Tu che mi permetti di guardare in modo severo, ma con carità quelli che si sono approfittati dei miei bambini? Sei la Misericordia fatta carne, sei la compagnia del Padre a me, a Violeta, a chi ha abusato di lei. Sei la speranza per i tanti fratelli sacerdoti che soffrono, calunniati o giustamente condannati per certi peccati.

La carità sta sempre con la verità e viceversa. Ma non sono quello che abbiamo in mente, è Cristo stesso. Che commozione leggere nei Vangeli di fine anno: «Signore, se Tu vuoi puoi purificarmi!» e Tu mi purifichi nella confessione, dandomi la consolazione e la grazia che solo la Misericordia Divina mi permette di assaporare. Non curi solo me, ma anche i miei bambini, i mendicanti, gli anziani abbandonati, gli ammalati di Aids, omosessuali e travestiti. Hai curato anche chi, dopo aver abusato dei miei bambini, si è umiliato chiedendo perdono.

Oh Gesù, non c’è stato giorno in cui non abbia avuto la gioia di percepire che hai avuto pietà guardandomi prostrato ai tuoi piedi. Durante questi lunghi anni se sono riuscito a stare in piedi è perché ho vissuto in ginocchio. «Abbi pietà di noi». È il grido che ha accompagnato ogni passo dell’anno, ogni frammento della realtà che mi hai chiamato a vivere. Quante volte ho sperimentato la tentazione di gettare la spugna e la tua tenerezza mi prendeva per mano, dandomi l’energia sufficiente per riprendere il cammino. Quest’anno, che tutti guardano con odio per colpa della crisi, per me è stato uno dei più belli, perché ho sperimentato la tenerezza di Gesù. Per me, la crisi ha significato gridare forte: «Signore abbi pietà di me e affrettati a soccorrermi con la Tua dolcezza». Crisi e dolore di qualsiasi tipo e per questo Te Deum laudamus, in te domine speravi non confundar in aeternum. Questo vale per la Banca Mondiale dove ho avuto l’opportunità, in queste ultime settimane dell’anno, di poter comunicare la mia esperienza di fede, la mia relazione con Cristo.

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