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Storia di Věra Čáslavská, la ginnasta che con un solo gesto si oppose all’Urss

settembre 7, 2016 Angelo Bonaguro

Un’altra femmina? Ma è la terza!… – Era un po’ sconsolato il papà della futura campionessa mondiale di ginnastica Věra Čáslavská quel 3 maggio 1942. All’epoca il signor Čáslavský gestiva una piccola rosticceria, dopo il ’48 i comunisti gli avevano confiscato il negozio, così dovette trovarsi un’altra occupazione per mantenere la famiglia – abitavano in affitto al quarto piano nel quartiere di Karlín a Praga.

La piccola Věra alle bambole preferiva giocare a calcio con i bambini. Dal padre aveva preso la caparbietà e la risolutezza, dalla madre l’ambizione di primeggiare: musica, lingue, arte, questo sognava per il futuro delle tre figlie. A 4 anni Věra fu iscritta ai corsi di ballo, e al solito sua madre scelse il meglio: alla scuola della signora Aubrechtová la piccolina si fece subito notare non solo per la leggiadria, ma soprattutto per gli short arancioni che indossava al posto della gonnellina che non poteva permettersi, perciò l’avevano soprannominata «l’arancina».

Negli anni successivi fu evidente che Věra si appassionava a tutto ciò che avesse a che fare con il movimento e lo sport, un po’ meno alla scuola. Fu così che durante una lezione di geografia, mentre l’insegnante si dilungava a parlare del Karakorum, Věra decise che sarebbe stato più interessante finire il giallo che aveva cominciato a leggere sotto il banco, e così fece. «Finché sul più bello, mi accorsi che la prof aveva smesso di parlare già da un po’ e tutta la classe mi stava osservando…». Preferiva giocare con i ragazzi, perché «le femmine sono brave solo a scrivere». In estate, quando andavano dalla nonna in campagna, si divertiva con i monelli ad arrampicarsi sugli alberi e a tuffarsi nella Berounka: non sapeva nuotare, ma le bastava stare a mollo con la testa fuori dall’acqua.

A 7 anni cominciò col pattinaggio artistico, successivamente frequentò i corsi del coreografo Boris Milec che la iniziò alla ginnastica e alle acrobazie, e le insegnò alcuni trucchi del mestiere, compresa la dritta per superare l’agitazione davanti alle giurie: «Ricordati che anche loro, sotto i pantaloni, hanno le chiappe nude». Uno dei suoi primi «allenamenti fai da te» consisteva nel salire e scendere più volte i 127 gradini che dall’appartamento portavano in cantina, a prendere il carbone. Collezionava santini, e aveva fatto un patto con le sorelle: ogni due secchi di carbone che porto su al vostro posto, mi date un’immaginetta. A questo si aggiungevano le borse della spesa.

Capitava che si esibisse pubblicamente in saggi ginnici. Una volta fu invitata all’Istituto Jedlička per i bambini disabili, e rimase sconvolta quando vide quei suoi coetanei in carrozzina, così fece di tutto perché il saggio riuscisse bene. I medici poi le scrissero per ringraziarla, perché molti bambini, dopo il saggio, avevano manifestato maggior determinazione e voglia di vivere.

Nel 1957 conobbe la ginnasta Eva Bosáková, all’apice della carriera, che diventò sua allenatrice. Quando la Bosáková partì per una lunga tournée in Cina, Věra non si scoraggiò, e sfruttò ogni occasione per intrufolarsi in palestra, arrivando a «corrompere» uno dei responsabili che collezionava gagliardetti, al quale regalò quelli del padre che fu portiere professionista. Così poté allenarsi da sola, usando ogni tipo di attrezzo. Nel giugno dello stesso anno, al campionato juniores, Věra conquistò la sua prima medaglia d’oro, fu l’inizio della sua carriera sportiva. A novembre al campionato nazionale femminile ottenne l’argento al corpo libero, il bronzo alle parallele, ne parlarono i giornali. «Bah – minimizzò suo padre, – come al solito i giornalisti non hanno niente da raccontare…», ma gli luccicavano gli occhi. Da Roma (1960) in poi fu una serie di successi: ai mondiali di Praga (1962), alle olimpiadi di Tokio (1964)… Non era più solo «quella delle capriole», era veramente dotata, tutt’altra cosa dalle tristi virago della Germania Est.

Poi venne il 1968. Quando il 27 giugno fu diffuso il Manifesto delle duemila parole, che condannava l’epoca staliniana e dava un giudizio negativo sul processo di rinnovamento politico in atto, il suo nome spiccò tra i firmatari assieme ad altri sportivi famosi, che a differenza di lei si tirarono indietro. Prima del Messico, per allenarsi si era trasferita a Šumperk, vicino al confine con la Polonia, e proprio lì seppe che erano entrati i tank polacchi. Inforcò la bici e si precipitò in città: «Rimasi là, non so per quanto, senza più pensare agli allenamenti». Per evitare sorprese concluse la preparazione atletica nascondendosi sui monti Jeseník: come trave utilizzava il muro di cinta dello stadio invernale, e sugli alberi provava gli esercizi alla sbarra. Nonostante la tragedia dell’invasione, la squadra olimpica ebbe il permesso di partire, ma prima Věra si recò «in pellegrinaggio» alla statua dei patroni cechi, in piazza Venceslao a Praga, a chiedere la loro protezione.

Accompagnata dal calore del pubblico, alle olimpiadi messicane strappò 4 medaglie d’oro e arrivò a pari merito al corpo libero con la sovietica Larisa Petrik. Sul podio, durante l’esecuzione dell’inno sovietico chinò il capo verso destra distogliendo lo sguardo dalla bandiera rossa che si alzava.

«Non intendo enfatizzare un simbolo – ha scritto il suo biografo – lei non era un tipo politicamente impegnato, ma il suo gesto fu politico. Per il fatto di essere giovane, e di aver battuto le rivali dello stesso paese che ci aveva invaso, agli occhi della gente fu un modo di agire diverso dal comportamento dei nostri politici», remissivi e traditori. Durante la trasferta messicana sposò l’atleta Josef Odložil. Il rientro in patria fu trionfale, poi però cominciarono i guai «politici». Il regime comunista «normalizzato» la fece sparire dalla vita pubblica e dai media, fu espulsa dall’Unione per l’educazione fisica e lo sport perdendo così il lavoro; i viaggi in Occidente furono cancellati «per motivi di salute», subì interrogatori e perquisizioni e il suo libro autobiografico Verso l’Olimpo poté uscire solo nel ‘72 con i tagli della censura. Nel 1974 studiò educazione fisica all’Università Carolina e finalmente le permisero di allenare, concedendole una trasferta messicana dal 1979 all’81 la quale mise fine al suo matrimonio.

Nel 1989, durante i giorni della rivoluzione di velluto, diffuse un proprio appello e poté conoscere Havel, il quale da presidente le propose invano la carica di sindaco di Praga o di ambasciatrice in Giappone, e alla fine riuscì a tenersela al Castello come consigliera. Poi nel ’93 la tragedia familiare (un litigio fra il figlio e l’ex-marito finì con la morte di quest’ultimo) le provocò una forte depressione e segnò l’uscita dalla vita pubblica, almeno fino al 2009.

Nel 2015, dopo la diagnosi di un tumore al pancreas, intraprese la sua ultima gara, l’ennesima sfida combattuta fino all’ultimo, stavolta con il sostegno di figli e nipoti, e terminata il 30 agosto scorso. «Non si è mai chiesta “perché proprio io devo passare tutto questo”?» – le avevano domandato nell’ultima intervista. «No, non bisogna tormentarsi con simili domande. Dobbiamo accettarlo, è un fatto, è la realtà. Può succedere di peggio, ma io prego che a coloro che amo non accada nulla, che siano felici. Non ci si deve lamentare del destino, bisogna accettarlo. Accoglierlo, senza rassegnarsi».

Foto Ansa

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