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Solo un padre africano può liberare il mondo da Joseph Kony

marzo 17, 2012 Rodolfo Casadei

Con Joseph Kony ho una questione personale. In Uganda ho incontrato le sue vittime: famiglie che non avevano più notizie da anni dei loro figli sequestrati, feriti degli assalti più recenti ricoverati al Lacor Hospital, l’ospedale di Gulu fondato dai coniugi Corti, compagne delle ragazze rapite nella scuola femminile di Aboke, dove in una notte del 1996 i guerriglieri di Kony portarono via 139 ragazze.

Intervistai suor Rachele Fassera, la preside comboniana che riuscì a farne liberare 109. Ricordo Margaret, una donna sulla quarantina. Un razzo sparato contro il pulmino sul quale stava viaggiando le aveva tranciato di netto la gamba sinistra sotto il ginocchio. Per non essere trucidata aveva dovuto fingersi morta mentre gli assalitori la spogliavano per rubarle anche i vestiti. I soccorsi erano arrivati solo la mattina dopo, ma lei incredibilmente era sopravvissuta. Dopo la gamba, però, aveva perso anche il suo compagno, che l’aveva quasi subito lasciata, gli amici, che avevano smesso di farsi vedere con lei, e la casa in affitto dove viveva coi cinque figli, perché la padrona aveva rescisso il contratto nella convinzione che lei non avrebbe potuto più pagare la pigione. Tutto questo insieme era peggio della mutilazione subìta.

Ma Margaret non si era arresa. Aveva trovato lavoro in una Ong italiana che si occupava anche di protesi per i mutilati del nord Uganda, Avsi. Si era dimostrata all’altezza delle aspettative, tanto da essere inviata a rappresentare l’Uganda in conferenze internazionali dove si trattava la questione dei mutilati delle guerre africane. Nuove amiche e nuovi amici avevano popolato la sua vita. Alla fine sarebbe diventata ambasciatrice internazionale della Campagna per la messa al bando delle mine antipersona. «Quando ero ricoverata in ospedale, già mi dicevo che se Dio mi aveva salvato, doveva esserci un perché», mi disse. «La risposta arrivò subito, leggendo la Bibbia, Isaia 43: Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?”». Ma a molti altri, bersagli della malvagità diabolica del Lord Resistence Army (Lra), è stato chiesto un sacrificio totale: uomini e donne bruciati nelle loro capanne, ragazzine trasformate in schiave sessuali e madri di figli frutto di stupri, bambini costretti a uccidere e trasformati poco per volta in carnefici senza scrupoli, prigionieri che cercavano di fuggire e venivano torturati a morte per punizione.

Premesso questo, non è difficile immaginare il mio moto di soddisfazione quando ho appreso dell’esistenza di Invisible Children, un movimento popolare negli Stati Uniti che si è dato per obiettivo di convincere il governo americano a organizzare la cattura di Joseph Kony e l’eliminazione dell’Lra entro la fine dell’anno. E che il video da loro postato su YouTube aveva attirato quasi 80 milioni di utenti.

Otto anni fa avevo scritto un articolo per perorare la causa di un omicidio mirato del leader dell’Lra, spiegando il perché e il percome ogni altra soluzione del problema non fosse percorribile: «Per l’Uganda che piange da troppo tempo, cercasi disperatamente bounty killer», concludeva il pezzo. Purtroppo avevo ragione: negli anni seguenti l’Lra ha finto di trattare accordi di pace, mentre semplicemente si riorganizzava e trasferiva le sue basi dall’area a cavallo fra l’Uganda e il Sud Sudan al nord-est del Congo Kinshasa, una zona ancora più remota dell’Africa. Ha continuato a rapire, torturare e uccidere, con due sole differenze rispetto a prima: che le vittime non sono più gli acholi e le altre etnie del nord Uganda, ma gli abitanti di un’area compresa fra il nord-est del Congo Kinshasa, il sud-ovest del Sud Sudan e l’est del Centrafrica; e che le notizie e le immagini dei suoi misfatti arrivano meno numerose, perché quelle regioni sono veramente tagliate fuori da tutto.

Nessuno ha posto fine al ferale soggiorno terreno di Joseph Kony perché i governi dei paesi africani interessati dal fenomeno non hanno le forze o l’interesse di farlo, mentre i governi dei grandi paesi non hanno interessi da difendere messi in pericolo dall’Lra. Il suo nome e quello del suo vice sono da sette anni al primo e al secondo posto della lista degli accusati di crimini contro l’umanità che secondo il Tribunale penale internazionale dovrebbero essere arrestati e processati, ma nulla ha posto termine alla calamità.

Ora scende in campo Invisible Children, che pensa di poter fare la differenza in forza della filosofia che la muove: là dove la politica tradizionale dei governi e delle organizzazioni Onu ha fallito, riuscirà la politica dal basso resa possibile dai nuovi media e dalle loro reti sociali; i milioni di persone negli Stati Uniti e nel mondo che hanno cliccato il filmato su YouTube (80 milioni) e il “mi piace” su Facebook (3 milioni) creeranno sui politici la pressione democratica necessaria, e finora mancante, per un’operazione di polizia internazionale in grado di debellare l’Lra. Il riferimento ideale degli animatori di Invisible Children, mi pare chiaro, e al ruolo delle reti sociali (Facebook e Twitter principalmente) nelle rivoluzioni della primavera araba, che secondo alcuni hanno avuto successo proprio grazie all’efficacia in termini di diffusione delle notizie e di aggregazione di militanza propria dei nuovi media.

Mi permetto di essere scettico. Questa sfida lanciata all’Lra di Joseph Kony è senz’altro una specie di “giudizio di Dio” circa la presunta superiorità del fare politica attraverso le reti sociali dei nuovi media rispetto alle forme tradizionali della mobilitazione di piazza o di partito e della diplomazia istituzionale. Ma che provi definitivamente la superiorità delle nuove forme sulle vecchie forme è meno che probabile. Sì, si affrontano la politica virtuale, virtuosa, elettronica, emotiva, universalista e globalizzata da una parte, e quella materiale, brutale, cinica, particolarista, culturalmente condizionata, premoderna e prepostmoderna dall’altra. La logica della forza bruta, dell’intimidazione e dell’imposizione contro la logica dell’universalità dei diritti, dell’indignazione morale, della democrazia planetaria.

Ma il risultato più probabile è che a uscire sconfitta dal confronto sia la prima. Per almeno due ragioni. La prima è che la politica virtuale e virtuosa si mostra ignorante della realtà dei fatti sul terreno e della loro decisiva rilevanza politica: l’Lra esiste e devasta da più di vent’anni perché agli inizi della sua storia ha trovato una congiuntura politica nazionale e internazionale favorevole e perché oggi opera in un’area dell’Africa dove gli Stati esistono solo sulla carta.
La banda assassina è nata come sottoprodotto degenerato della lotta armata non convenzionale condotta dall’Holy Spirit Army di Alice Lakwena alla fine degli anni Ottanta contro il regime appena insediato di Yoweri Museveni: l’importanza degli aspetti magico-religiosi di quella guerriglia erano dovuti alla disarticolazione politico-militare del sistema di potere convenzionale degli acholi del nord Uganda, sconfitti da Museveni. Quando anche la Lakwena è stata sconfitta sul terreno, quel che è rimasto è stata una forma di banditismo terroristico giustificato nei termini magico-religiosi che aveva messo in primo piano l’Holy Spirit Army.

La cosa è andata purtroppo avanti perché il governo del Sudan ha armato e protetto i guerriglieri per usarli contro l’Spla sudsudanese e contro l’Uganda di Museveni che lo sosteneva; Museveni per parte sua non aveva troppo interesse a combattere seriamente l’Lra perché la sua esistenza indeboliva le etnie del nord Uganda, che avrebbero potuto sfidarlo. Finita la guerra nel Sud Sudan, Kony ha perso i suoi protettori di Khartoum e ha dovuto spostarsi lì dove si trova ora. Luoghi sfavorevoli all’organizzazione di operazioni militari contro di lui (che infatti sono tragicamente fallite) e insignificanti per gli interessi dei governi dei tre paesi a cui appartengono: Congo Kinshasa, Sud Sudan e Centrafrica. Per avere un’idea della situazione, si pensi che nella regione sudsudanese di Tombura, vittima di attacchi dell’Lra, la forza di contrasto è rappresentata dagli “arrows boys”, giovani armati di archi, frecce e lance.

La seconda ragione è che la politica virtuale e virtuosa appare per sua natura destinata ad essere recuperata a proprio vantaggio dalla politica dei rapporti di forza reali sul terreno: lo abbiamo già visto nel caso della primavera araba, dove le elezioni seguite alle rivoluzioni sono state vinte da partiti islamisti, e non dalle forze politiche laiche, liberali e di sinistra che esprimevano maggiormente le idee dei giovani blogger tunisini ed egiziani che sono stati considerati la miccia delle rivolte. Un invio di truppe americane sul posto per mettere fine allo scandalo del signore del terrore Joseph Kony sarebbe inevitabilmente recuperato da logiche politiche tradizionali locali ed internazionali. Come accadde in Somalia con l’operazione Restore Hope a guida statunitense.

A chi, infine, suggerisce una soluzione pratica apparentemente realistica ed efficace come potrebbe essere un attacco di droni (gli Usa ne hanno parecchi non tanto lontano dalla zona, a Gibuti e altrove), va fatto notare che questa soluzione è solo apparentemente praticabile: l’Lra non utilizza apparecchiature elettroniche ed è quasi impossibile da infiltrare con intelligence umana, perciò il luogo esatto in cui si trova Kony è difficilmente identificabile. L’unica mia speranza è che da qualche parte in un villaggio della savana o in una cittadina africana esista un padre, ugandese o congolese, che ha perso una figlia a causa di Joseph Kony, e che questo padre si stia preparando a un lungo viaggio verso un accampamento che lui sa fra le foreste del Parco nazionale di Garamba. E che Dio guidi la sua mano quando sarà alla giusta distanza e premerà il grilletto della sua arma da fuoco.

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