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Parla Marta Kubisova, la cantante che divenne con Havel la nemica pubblica numero uno del regime comunista cecoslovacco

novembre 14, 2014 Angelo Bonaguro

marta-kubisova-wikipediaChe c’entra un’arzilla cantante praghese con la rivoluzione cecoslovacca del 1989? A 72 anni appena compiuti, Marta Kubišová ha lanciato un nuovo disco intitolato 25, gli anni che ci separano da quel formidabile novembre in cui la società civile travolse il comunismo.
Ma che cos’aveva fatto per attirarsi le ire del regime nel ventennio precedente? Aveva solo prestato la sua voce favolosa a una canzone non politicamente corretta composta durante la Primavera di Praga: Preghiera per Marta. «Tutto iniziò con il mio sostegno alla Primavera di Praga», racconta la Kubišová a Tempi. «Dopo l’invasione di agosto mi rifiutai di cantare Cesta, un testo celebrativo per i soldati dell’Armata Rossa. Preghiera per Marta prese il suo posto». E dire che lei avrebbe voluto studiare medicina, e invece approdò casualmente al mondo dello spettacolo.

Marta Kubišová nasce nel 1942 a České Budějovice, in Boemia meridionale, «proprio la sera del giorno di Ognissanti – e se non ci fosse stata tutta quella schiera di santi, non so se mi sarebbe andato tutto liscio». Il padre è cardiologo, la madre casalinga, vorrebbero che si dedicasse al pianoforte ma lei preferisce l’equitazione. Terminato il ginnasio nel ’59, a causa delle sue origini “borghesi”, le autorità comuniste non le permettono di proseguire gli studi universitari: «Mi scrissero che la classe operaia non si fidava di me», perciò si impiega in una vetreria.
Esordisce come cantante tra le orchestrine di provincia, e nel ‘61 partecipa al concorso Cerchiamo nuovi talenti, arrivando in finale. Da quel momento è un susseguirsi di successi che la portano dalla provincia al teatro Alfa di Plzeň, al Rokoko di Praga e in televisione, fino a diventare il sex symbol del varietà cecoslovacco degli anni ‘60.

marta-kubisovaPoi arriva il 1968, Marta comincia a farsi conoscere anche all’estero, è una sostenitrice di Dubček. Sono mesi in cui tutto sembra possibile: caratteristico è l’episodio in cui fa la posta al segretario generale per consegnargli un mazzo di fiori «e il mio talismano». E risale proprio ai giorni drammatici dell’invasione sovietica la registrazione di Preghiera per Marta. La canzone fa parte di un musical dedicato a Rodolfo III: «Vi sia la pace in questa terra – recita il ritornello; – scompaiano la cattiveria, l’odio e il rancore, la paura e le contese quando, o popolo, tornerà nelle tue mani il perduto governo dei tuoi destini». Quel testo diventa l’inno della resistenza civile alla normalizzazione, «e mi fu fatale», ricorda oggi la cantante.

Dal febbraio 1970 viene progressivamente allontanata dal palcoscenico e, dato che non la possono colpire “politicamente”, le autorità comuniste cercano di screditarla pubblicamente usando dei fotomontaggi compromettenti. Si scioglie il trio dei Golden Kids di cui fa parte, vengono truccati i risultati dello Zlatý slavík (una hit parade) perché il suo nome non compaia nemmeno tra i primi sette… Marta non può più cantare pubblicamente in una «terra dove domina la paura e dove l’innocente è considerato un nemico» (Ne, 1969).

Nel 1971, a causa dello stress psico-fisico accumulato, ha un aborto spontaneo seguito da morte clinica. Fino al 1974 vive ritirata in provincia, poi, dopo il divorzio dal primo marito si risposa e trova un impiego presso l’Azienda edile della capitale. Si avvicina alla comunità del dissenso grazie alla famiglia di Václav Havel, cugino del suo ex marito, e nel 1977 sottoscrive il documento programmatico dell’iniziativa civile Charta 77. Ne sarà portavoce per un breve periodo nell’autunno del ’78, mentre le sue canzoni vengono diffuse nell’underground culturale.

Václav Havel nel 1978 con gli occhiali da sole seduto accanto a Marta Kubisova

Nel giugno del 1979 le nasce la figlia Kateřina, tanto attesa, e Marta chiede a Václav Havel di farle da padrino per il battesimo, ma la polizia politica ci mette lo zampino: è la retata più famosa contro gli attivisti del dissenso. Havel viene condannato a 4 anni di carcere: «Mi mantenni in contatto con lui tramite la moglie che gli consegnava le mie lettere e i disegni di Kateřina», racconta. Dopo 4 anni, il battesimo: «Václav doveva venire da solo, ma improvvisamente saltano fuori altre auto e io resto di stucco: che ci fa qui tutta questa gente? Sì, lui era venuto da solo, gli altri erano i poliziotti in borghese che l’avevano seguito pensando che si trattasse di un’iniziativa del dissenso!».

La ritroviamo il 10 dicembre 1988 in piazza Škroupovo a Praga, a intonare l’inno nazionale in occasione della prima uscita pubblica del dissenso, voluta coraggiosamente dalla nuova generazione di attivisti e tacitamente autorizzata dalle autorità.
E sarà ancora lei – prima dal balcone del palazzo Melantrich il 21 novembre 1989 e poi al parco Letná qualche giorno dopo – sempre a fianco di Havel e davanti a una folla immensa, ad accompagnare col canto i giorni della Rivoluzione di velluto, quando «l’eternità con dolce violenza e tenera forza irruppe nei cambiamenti delle circostanze», come scrisse padre Zvěřina.

Dopo l’89 si impegna per qualche mese in politica tra le fila del Forum Civico, ma dal 1990 torna alla musica, alla tv e al teatro Ungelt di Praga. Negli ultimi anni organizza e partecipa a vari concerti di beneficienza, o di solidarietà con i dissidenti cinesi. Le chiediamo se, a distanza di 25 anni, il popolo ceco ha finalmente ripreso «il perduto governo» del suo destino: «La speranza è l’ultima a morire, io continuo a credere che prima o poi succederà…».

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1 Commenti

  1. Cara Anna,

    Senz’altro si tratta di un argomento che voi conoscete sa decenni…
    Sono poche le notizie che si ricevono all’estero sulla Repubblica Ceca e sono interessato a conoscere il vostro avviso, tuo e di Antonin, sulla cosa che tanta parte ha avuto nella vostra storia.

    Un caro saluto da Bruxelles

    Franco

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