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Non siate schizzinosi. Il latte viene dalla mucca sporca, non dal negozio pulito

aprile 16, 2012 Annalisa Teggi

Ammettiamolo: meritocrazia è una parola brutta. È brutta perché sembra contenere una promessa di giustizia e di valorizzazione personale. Infatti la usano i politici. Tutti. È una parola trasversale, che mette d’accordo destra e sinistra e centro. Qualche sera fa sul palco di Bergamo, nella giornata della epocale pulizia leghista, Bobo Maroni ha creduto di sottolineare l’avvento di un nuovo inizio proclamando: «Meritocrazia e largo ai giovani!». Suona bene nel reame incantato e fantastico della politica; giurerei che anche la signora Susanna Camusso ruberebbe di bocca queste parole all’ex-ministro padano. E, se non altro, il fatto che una parola come «meritocrazia» stia sulla bocca di tutti i politici dovrebbe un po’ metterci sul chi va là. Non perché sia clamoroso che i politici vadano d’accordo su qualcosa, ma proprio perché, in realtà e ahimé, sulle questioni davvero serie sono proprio tutti d’accordo nel farci vedere le cose dall’angolatura sbagliata.

È una cosa davvero strana quanto consueta. Sebbene tutti noi abbiamo da un bel po’ perso qualsiasi stima nei confronti di qualunque essere vivente si fregi del titolo di Onorevole, e siamo – direi – quasi tutti d’accordo sul fatto che se dovessimo andare a votare domani sarebbe dura (anche usando il criterio di “scegliere il male minore”), eppure continuiamo a pensare le cose in modo politico, o per dirla meglio, in politichese. Perché, in realtà, pensare le cose in modo politico – cioè pensare a noi in rapporto alla comunità in cui viviamo – è giusto; ma è sbagliato pensarle in politichese – cioè pensare a Noi in rapporto alla Comunità.

Un idealismo distorto ci ha consegnato la più tremenda delle bugie: ci siamo convinti che il mondo, così com’è, è brutto. È accaduto semplicemente perché siamo arrivati a ritenere che sia vero quel cortocircuito del pensiero in base a cui, visto che le cose dovrebbero andare meglio, allora le cose così come sono non vanno bene, nel senso che sono sbagliate. La tensione alla compiutezza è ciò che definisce la nostra stessa natura di uomini e si manifesta concretamente nel nostro indaffararci verso un miglioramento (in qualsiasi ambito e contesto, dal risparmiare per poter aggiustare la lavatrice fino alle scelte che impongono al nostro pensiero il problema della felicità). Ma ci siamo dimenticati che incompiutezza non è mai stato sinonimo di sbaglio. Il sentimento di una mancanza è un punto di vista positivo su ciò che ci manca, non un giudizio negativo su ciò che già c’è. Questo è il cortocircuito da disinnescare, perché se puntiamo l’arma del merito e del meglio verso la nostra quotidianità non può che derivarne un assassinio. O meglio un suicidio, un negarci le cose che bene-o-male ci sono.

E non posso che definire un suicidio quel che ho letto in uno dei blog al femminile del Corriere dalla voce di un padre che ha commentato il post “Perché il matrimonio fa paura?” scrivendo: «Da padre di famiglia e marito posso dire che, se potessi tornare indietro, me ne guarderei bene dal mettere al mondo mio figlio (che adoro ma proprio perché gli voglio bene non dovrebbe vivere in un mondo come questo), dal prendere moglie (disoccupata da 6 anni e oggi, a 50 anni, la guardano come se fosse una pazza a voler lavorare, anche solo come donna delle pulizie). Fossi single potrei vivere col mio stipendio senza dover rinunciare a tutto (ferie, dentista, cinema, cene fuori, sere con amici, un paio di scarpe, tagliando per l’auto ecc …)».

Non mi sogno neanche lontanamente di ridicolizzare quello che ho appena riportato, lo prendo sul serio perché non sono estranea dal cadere in queste trappole del pensiero e dico che questo è parlare senza ascoltarsi; è parlare di Noi e non di noi. Con altrettanta serietà sono convinta che lo stesso uomo preso in un momento diverso, meno riflessivo ed equilibrato – diciamo: sul divano di casa, al rientro da una pessima giornata lavorativa, con la moglie che brontola in cucina e il figlio super-mega-attivo che gli racconta ogni dettaglio della gita alla fattoria – sarebbe talmente poco lucido, e perciò molto assennato, da accorgersi che single vuol dire “solo”. Ecco, quello che dobbiamo fare è costringerci ad essere talmente stanchi da smettere di essere riflessivi ed equilibrati. La scena che ho appena descritto è uno degli spunti più comuni che troviamo in tanti sketch comici: la moglie petulante, il bambino iperattivo e combina disastri, il marito stanco e spiaggiato sul divano a implorare: «Ah! Se fossi single…». E non credo che queste scenette ci facciano ridere perché siamo davvero convinti che quell’uomo sarebbe più felice da single.

In effetti, l’umorismo è forse la giusta chiave di accesso per smontare quella inconsistente e falsa illusione sul mondo “che va male e quindi è sbagliato”. Nonostante tutto, noi non ci siamo davvero dimenticati di ciò che è sacrosantamente sano e vero per noi (e non per Noi). E, infatti, ce ne ricordiamo quando ridiamo. Non mi riferisco però ai quei seriosi paladini della Satira che riescono sì e no a strapparci qualche sorrisetto ridicolizzando le miserie del nostro paese e lasciandoci un vago retrogusto amaro nella testa e nel cuore. Mi riferisco ai comici veri e propri, quelli che ci fanno ridere con la pancia e che sguazzano nei luoghi comuni più comuni. Mi riferisco all’automobilista milanese perennemente inc… oppure al postino pugliese sfaccendato che reclama il diritto ad avere almeno un giorno di ferie all’anno, dopo averne trascorsi 364 in malattia.

Questa è sempre stata la giusta angolatura per guardare le cose del mondo, è quel sentimento del contrario – direbbe Pirandello – per cui guardandoci in faccia dal di fuori ci vien da ridere. E la risata di pancia proclama che noi, in fondo in fondo, abbiamo ancora un’altissima e sana coscienza di noi stessi – che non è meritocratica. Perché quando noi ridiamo per il marito vittima della domesticità, per l’automobilista milanese e per il postino pugliese non stiamo in prima istanza pensando che c’è qualcosa di meglio della famiglia, occorrerebbe migliorare la circolazione milanese e che la gestione degli uffici pubblici dovrebbe essere più meritocratica. Ridiamo perché ci riconosciamo nell’uomo medio. Ridiamo perché ci riconosciamo nell’uomo comune che saltellando e inciampando si è sempre barcamenato tra il lavoro e i fatti della vita. E ridiamo perché l’uomo comune ci piace così com’è. E ridiamo perché, in fondo e comunque, non lo vorremmo vedere cambiato di una virgola. Non ci vivremmo mai in un mondo perfetto fatto di automobilisti cortesi e postini stacanovisti. Che non è in contraddizione col dire che non vogliamo neppure vivere in un mondo pieno di pirati della strada e di falsi invalidi.

La regola sul meglio e sui meriti possiamo tollerarla entro i cancelli del regno delle leggi di mercato e dei concorsi e del lavoro. Insomma, in quella poca parte di noi in cui per tenere in piedi le cose dobbiamo costringerci all’efficienza (altra parola brutta). Così mi ha insegnato il signor Chesterton, facendomi proprio notare che – in effetti – “il meglio di me” è così poca parte di me, e forse non è neppure la parte più simpatica e significativa di me.

«È abbastanza vero che ogni uomo deve avere un colpo di genio, perché ha solo un colpo in canna – e viene gettato nudo nella battaglia. La pretesa del mondo bussa direttamente alla sua porta. In breve (come suggerisce il libro del Successo) egli deve dare “il suo meglio”, e quanta poca parte di lui è “il suo meglio”! Il suo “discreto” è spesso molto meglio. Se è il primo violino, allora è costretto a suonare per sempre, dimenticandosi che è una gradevole e buona cornamusa, una bella e discreta stecca da biliardo, un fioretto, una penna a sfera, una partita a bridge, una pistola e un’immagine di Dio» (da Cosa c’è di sbagliato nel mondo).

Per migliorare davvero le cose e in modo politico occorre non essere schizzinosi, il nostro contributo è richiesto ed è richiesto tutto; molte delle cose buone che quotidianamente facciamo sono frutto del nostro “discreto” se non persino del nostro “peggio”. E, per usare ancora una volta un’immagine del signor Chesterton, ridursi a ragionare in modo astrattamente meritocratico sulle cose significa diventare come quella gentildonna inglese che si lamenta, scoprendo improvvisamente che il latte viene da una mucca sporca e non da un negozio pulito.

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1 Commenti

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