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La lezione del voto e quella di Amin Zai

marzo 3, 2013 Marina Corradi

Milano – Mentre scrivo in questo lunedì di pioggia e dalla tv i numeri del voto escono caotici e contraddittori, l’unica certezza è il 25 per cento per Grillo. I giornalisti lo fermano all’uscita dal seggio e gli chiedono che cosa pensa degli italiani che non hanno votato 5 stelle. Lui risponde che «sono tutti collusi col sistema». Allora, mentre incupita passo da un canale all’altro, mi viene in mente il professor Amin Zai.

Il professor Zai era l’interprete che accompagnava noi giornalisti italiani in visita alle nostre truppe in Afghanistan, nel 2006. Era stato un insegnante; ma, non iscritto al partito comunista afghano, all’arrivo dell’Armata Rossa era stato cacciato dalla scuola. Con la famiglia il professor Zai allora si rifugiò in Italia. Quando i sovietici nel febbraio ’89 abbandonarono l’Afghanistan, tornò in patria: in tempo per ritrovarsi sotto i mujaheddin, e poi per veder cadere su Kabul le bombe di Enduring Freedom. Nel 2006, dopo 25 anni di guerra, metà degli afghani non sapeva cos’era la pace. Che cosa c’entra il professor Amin Zai con questo nostro lunedì di febbraio? C’entra soltanto perché un giorno a tavola, con noi giornalisti che gli chiedevamo cosa restava delle sue speranze per l’Afghanistan, il professore con un sussulto di orgoglio aveva drizzato la testa: «Come sarebbe, cosa resta delle mie speranze? In quattro anni abbiamo avuto una Costituzione! Abbiamo fatto le prime elezioni democratiche!». E si infiammava di passione la sua bella faccia segnata da nostalgie e delusioni, nello spiegare a noi occidentali, nati in un paese da 60 anni in pace, quanto vale, una Costituzione democratica. Si accalorava anche di più, il professore, nel dirci con quanta commozione, dopo tanti anni, era andato a votare: «Voi, che ci siete nati, non potete capire», diceva, smarrito dal nostro scetticismo.

E noi prima spiazzati, e poi, io almeno, commossa: perché improvvisamente percepivo, nella voce di quell’uomo, quanto vale un paese in pace, regolato da leggi civili, e che cos’è e quanto costa, quel votare che noi consideriamo con noia, e quasi con disprezzo, e che quasi un italiano su quattro domenica ha snobbato. Mentre un altro su quattro ha votato per Grillo, che con un linguaggio da anni Settanta dichiara che gli «altri» elettori sono «collusi col sistema».

In una cosa forse Grillo ha ragione: questo è un voto generazionale, è il voto di ragazzi cresciuti davanti alla tv, usciti da scuole spesso scarse, gettati nel precariato; il voto di una generazione che dice, semplicemente, che il “sistema” fa schifo, e si illude in soluzioni troppo semplici.

Sì, mi è venuto in mente il professor Zai: e ho temuto che quando una generazione non ricorda più, tutto possa ricominciare ancora, da capo. Ma questo è un diario a urne appena chiuse. E spero tanto che chi legge, di questo mio incupimento possa sorridere: andiamo, solo ombre, emotività, esagerazioni.

9/2013

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