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Sull’immigrazione Trump ha torto ma i suoi oppositori non hanno ragione

febbraio 1, 2017 Rodolfo Casadei

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Sulla vicenda dell’ordine esecutivo del presidente Trump che proibisce per tre mesi l’ingresso negli Stati Uniti a cittadini di sette paesi africani e asiatici e blocca per quattro mesi il programma americano di accoglienza di profughi e riduce a 50 mila la loro quota annua che sarà assorbita dal paese, ha scritto cose sagge Toni Capuozzo, evidenziando sia l’assurdità del decreto che l’ipocrisia di chi si straccia le vesti a causa sua.

È assurdo un decreto che vuole evitare infiltrazioni di terroristi ma lascia fuori dalla lista dei paesi messi al bando quelli che producono il maggior numero di jihadisti (Tunisia e Pakistan) e quelli da cui arrivano i maggiori finanziamenti per i terroristi di Isis e Al Qaeda (Arabia Saudita e Qatar), mentre ha come risultato, per esempio, di impedire al vescovo caldeo iracheno di Erbil monsignor Bashar Warda, invitato in Italia da Aiuto alla Chiesa che soffre, di completare la sua missione internazionale nell’interesse dei perseguitati cristiani iracheni con una prevista tappa americana.

Ma è scandaloso che manifestanti e grandi media continuino a fare finta di ignorare che Barack Obama nel 2013 bloccò per sei mesi, non per tre, i cittadini iracheni, firmò nel 2015 la legge (Terrorist travel prevention act) che limitava i visti per alcuni paesi e approvò nel 2016 l’ampliamento della lista dei paesi off limits portandoli a sette. Esattamente gli stessi sette paesi che Trump ha ripreso nel suo ordine esecutivo! E questa fa il paio con le invettive scatenate dall’annuncio della costruzione del “muro” per isolare il Messico, muro già approvato e parzialmente eretto sotto la presidenza di George Bush, continuato da Bill Clinton, votato nel 2005-2006 anche dai senatori Hillary Clinton e Barack Obama.

Per non parlare poi dell’ipocrisia degli europei che si scandalizzano della temporanea moratoria di Trump che semplicemente ritarda l’ingresso di rifugiati negli Stati Uniti, loro che hanno pagato 6 miliardi di euro alla Turchia di Erdogan perché si tenga in casa 2,7 milioni di siriani in gran parte intenzionati ad attraversare il mare per venire in Europa, e che hanno fissato in 72 mila i profughi che i paesi della Unione Europea assorbiranno annualmente, cioè meno dei 50 mila approvati da Trump se si rapportano le due cifre col numero degli abitanti rispettivamente di Ue e Usa.

Doverosamente e giornalisticamente premesso questo, si possono fare anche alcune considerazioni più generali sul significato delle decisioni di Trump e delle reazioni che hanno innescato, e trovare anche lì punti deboli speculari. Anche se le decisioni del presidente hanno provocato conseguenze pratiche problematiche, la contesa è principalmente simbolica e filosofica. I provvedimenti sono stati presentati come temporanei, tra tre-quattro mesi non saranno più in vigore. È evidente che Trump voleva continuare la guerra antropologica iniziata durante la campagna elettorale, che si potrebbe definire egualitarismo contro gerarchia. Un sociologo fazioso direbbe inclusione contro esclusione, subito mostrando il suo favore per gli antitrumpiani con la scelta stessa dei termini.

Scegliere come termini del dibattito uguaglianza e disuguaglianza qualitativa è un tentativo di essere un po’ più obiettivi e un po’ più tributari dei dibattiti classici. Ma la questione non è complicata, si può riassumere in un immaginario botta e risposta fra i detrattori di Trump e lui stesso, che suonerebbe così: «Siamo tutti uguali e tutti possono essere accolti»; «no, non siamo tutti uguali e possiamo stabilire chi è il benvenuto e chi no». In un dibattito del genere io dico che Trump ha ragione nel mentre che ha torto, e i suoi oppositori hanno torto pur avendo ragione.

Provo a spiegarmi. La veemente reazione di manifestanti, politici europei e media internazionali nasce evidentemente dal fatto che la decisione di Trump mette in discussione il principio di uguaglianza, presentato come principio di non discriminazione: non si possono escludere degli esseri umani da qualcosa per il solo fatto della loro nazionalità e della loro religione. Ne discende che, come ha sventatamente detto il premier canadese Trudeau alla vigilia della strage di Quebec City, «tutti coloro che fuggono dal terrore e dalla persecuzione sono i benvenuti, a prescindere dalla loro religione. La diversità è la nostra forza». La diversità, insomma, non può comportare una disuguaglianza nel modo in cui si è trattati.

Ma questa conclusione la può trarre solo chi non attribuisce nessuna importanza intrinseca all’identità religiosa. Se gliela attribuisse, non potrebbe non vedere un problema, anziché una “forza”, nel fatto per esempio che l’accoglienza illimitata potrebbe produrre una società dove alcune comunità di esseri umani, in forza della loro visione filosofica e religiosa del mondo, considerano normale che lo Stato paghi la fecondazione assistita eterologa a donne single (Svezia), mentre altre, per una diversa concezione etico-religiosa, chiedono che lo Stato riconosca i matrimoni poligamici fra un uomo e più donne (vari paesi islamici). Comunità siffatte possono convivere sullo stesso territorio e sotto lo stesso sistema giuridico solo ignorandosi o scontrandosi, non certo entrando in relazione così da rendere più forte l’intera società (come sostiene Trudeau).

Allora delle due una: o gli egualitaristi pensano che le differenze religiose saranno in un tempo non lungo riassorbite nel processo di secolarizzazione delle società occidentali, dove l’uomo esiste solo come consumatore di merci e fruitore di servizi; oppure non vogliono guardare in faccia il problema perché la negazione dell’uguaglianza ha qualcosa che li turba nel profondo. Che cos’è questo qualcosa? Il sentimento di inferiorità anzitutto, il senso di insicurezza in secondo luogo. Se diventa ammissibile esprimere sgradimento verso alcuni, se si possono avere preferenze circa le persone da ammettere fra noi, allora anch’io posso essere escluso da determinate situazioni, anch’io posso essere relegato in una posizione bassa in una classifica che tiene conto delle qualità. Inoltre l’illusione che tutti gli esseri umani discriminati o in pericolo di vita nei loro paesi di origine siano dotati di sentimenti miti e di bontà d’animo come me, mi rassicura e mi fa sentire ancora più buono, mentre un atteggiamento sospettoso di tipo trumpiano mi mette in agitazione e mi genera sentimenti di insicurezza.

Chi ha paura dei sentimenti di inferiorità che potrebbero nascere nei suoi rapporti con altri esseri umani se si mette in dubbio l’egualitarismo, non entrerà mai in rapporti veramente paritari con gli altri, si tratti di migranti e rifugiati o della gente comune del proprio paese. Ovvero vi entrerà solo a parole. In realtà entrerà in rapporti dove può sentirsi superiore (tutte le forme di elemosina e di volontariato, a vantaggio degli stranieri di recente immigrazione e di altre categorie sociali deboli), oppure vivrà una vita tendenzialmente solitaria, dove i rapporti umani sono strettamente funzionali: come gli svedesi descritti nel film La teoria svedese dell’amore di Erik Gandini. «Gli svedesi lottano per i diritti umani di tutti, ma desiderano mantenere le distanze», spiega una mediatrice culturale siriana a un gruppo di rifugiati da poco sbarcati nel paese. La celebrata forza che viene dall’accoglienza delle differenze è un vuoto slogan: la passione dell’eguaglianza a tutti i costi l’ha svuotata sin dall’inizio.

Speculare è la contraddizione trumpista: giustamente il neopresidente americano vuole far passare l’idea che la diversità può essere forza o debolezza, tollerabile o intollerabile, a seconda dei suoi reali connotati, e che essendo più reale dell’uguaglianza (c’è molta più differenza che uguaglianza fra gli esseri umani) è più importante, in senso lato, dell’uguaglianza. La politica deve anzitutto definire la differenza fra un “noi” e un “voi”, e sulla base di questa distinzione iniziale gestire le diversità reali, distinguendole fra utili e dannose, valorizzabili e problematiche, accettabili e inaccettabili, eccetera. Dove sta l’errore di Trump? Nel riproporre l’egualitarismo all’interno del discorso sulla differenza, che è il tipico difetto di ogni razzismo, xenofobia, segregazionismo.

Generalizzare la caratteristica negativa di alcuni individui appartenenti ad un gruppo all’intero gruppo, o anche considerare immutabili un costume o una tendenza negativi o dannosi predominanti all’interno di un certo gruppo in un certo momento storico, è il tipico errore del razzismo e di ogni pregiudizio su base etnica e/o religiosa. Nel momento in cui getta il sospetto su intere nazionalità (e indirettamente ma palesemente su un’intera religione), Trump applica il detestato egualitarismo: tutti i musulmani sono uguali (cioè pericolosi), tutti gli iracheni, iraniani, siriani, eccetera.

La stessa astrazione egualitaria è in azione sia nell’egualitarismo che nel razzismo e sue versioni addolcite. E Obama, non lasciamo che il sistema dei media liberal e del pensiero unico ce lo faccia dimenticare, l’ha incarnata in tutte e due le versioni.

Foto Ansa

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