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Gli anziani, la morte

gennaio 11, 2016 Giorgio Carini

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«Sappiate, dunque, che non c’è nulla di più elevato, di più forte, di più sano e di più utile nella vita che un bel ricordo, specialmente se è un ricordo dell’infanzia, della casa paterna. A voi parlano molto della vostra educazione, però uno di questi bellissimi, santi ricordi, custodito sin dall’infanzia, probabilmente è proprio la migliore delle educazioni. Se un uomo riesce a raccogliere molti di questi ricordi per portarli con sé nella vita, egli è salvo per sempre. E anche se uno solo di questi bei ricordi rimane con noi, nel nostro cuore, anche quello solo può essere un giorno la nostra salvezza».
Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Torino, 1987 (1950), p. 160.

Più passano gli anni, più verifico queste parole monumentali, vere. Nel tempo i ricordi della mia infanzia diventano sempre più lucidi, struggenti.

Era un pomeriggio d’estate, il temporale era arrivato improvviso dalla montagna che sovrastava il paesino di Valli: le querce del bosco, agitandosi sembravano avvicinarsi minacciose intorno alla casa di nonna Ester, il grigio metallo delle nuvole e il verde cupo, quasi nero delle fronde era intriso dell’odore intenso di erba umida e terra bagnata, inconfondibile. Ci siamo rintanati in casa, una casa colma di calore, impenetrabile all’arroganza violenta del temporale che era rimasto fuori a rendere l’atmosfera, vicino al fuoco, ancora più piacevole, vibrante di una protezione che aveva sconfitto ogni ombra di paura. C’erano zii e cugini, i nonni, Ester e Alessandro (Sandruccio), papà e mamma. Nonna con il carisma del grande direttore d’orchestra rapì tutti andando trionfante in cucina al grido di: “Facciamo le frittelle!”. Con passo festoso c’era chi impastava la farina, chi metteva la pentola dell’olio sul fuoco, chi stendeva la sfoglia. Era come se la pioggia del temporale si fosse trasformata in gioia liquida che aveva intriso la casa, un clima di festa colma di un’allegria semplice e profonda, umanissima. Ora capisco perché il paradiso è un banchetto di nozze: le cateratte del cielo si erano aperte e un segmento di beatitudine celeste era penetrato nella casa di nonna Ester, illuminandola di una bellezza divina. Il male, la paura, l’oscurità entro tutto l’orizzonte dell’universo non erano mai esistiti, non esistevano e non sarebbero mai più stati.

Sono quasi tutti morti. Papà è morto di tumore di polmone dopo qualche anno. Ha esalato l’ultimo respiro mentre lo tenevo tra le braccia, lo sollevavo per le spalle perché era caduto dal letto, Mario, mio fratello, lo teneva per i piedi. La mia memoria è segnata a fuoco dal quello sguardo colmo di un dolore immenso che si trafigurava, nella rassegnazione, in pace, la Sua Pace, mentre ci lasciava per sempre. Lo avevo raccolto vivo e dopo qualche secondo l’ho deposto sul letto morto.

Potrebbero deporre ai miei piedi il mondo intero, salute, successo, fortuna, ma tutto questo vale meno di qualche chilo di maleodorante e putrido sterco davanti a quel desidero che brucia nel cuore e che brama di poter avere anche solo un attimo per riabbracciare i nostri cari, un solo attimo di quel pomeriggio a casa di nonna a mangiare frittelle.

I nostri genitori ci hanno cresciuto, con pazienza infinita ci hanno cambiato i pannolini, lavato e profumato, nutriti infilando con tenerezza e pazienza minuscoli cucchiaini di minestrina in boccucce piccole piccole, per ore, per giorni, per anni; infilandoci con pazienza minuti vestitini che sarebbero stati stretti a rubicondi bambolotti, facendo ben attenzione a far uscire le manine senza piegare malamente ditini piccoli, piccoli, fragili come steli di grano. Vegliando a lungo per notti insonni segnate da un pianto indifeso.

Crescendo non ci siamo accorti che loro invecchiavano, senza preavviso: in sordina, arriva il momento dove loro hanno bisogno di noi, per affrontare una nuova nascita, quella definitiva; il terribile passaggio della morte.

E li vediamo morire un po’ per volta. Ci illudiamo che sia una malattia che poi passerà, come l’influenza, ma ogni volta si scende un gradino più in basso, verso la soglia definitiva.

Talvolta, proprio come tanti genitori di oggi, vorremmo risparmiare loro ogni dolore, alleviare ogni fatica, anche questo, il fuggire dalla nostra umanità, non è il modo migliore per percorrere questa strada inevitabile.

Oggi la medicina ha prolungato la vita in una maniera impensabile venti, trent’anni fa: per il nostro corpo siamo riusciti a strappare anni preziosi alla morte, ma troppo spesso l’anima, il nostro io è messo da parte, finisce relegato in un angolo, abbandonato da tutti. Anche da noi stessi.

Succede a chi deve affrontare una malattia terminale e i cari, in uno sforzo disumano che li motiva ancora di più convinti di essere eroi che si sacrificano, fanno di tutto per nascondere l’amara verità, convinti di evitare loro la prova. La casa diventa un luogo di festa, di tenerezze che non ci sono mai state: con affettata nonchalance si affronta una malattia terminale dipinta di banalità: “Il dottore ha detto che ce la farai! Non è nulla”. Ma il moribondo non è stupido e sospetta, respira un clima in cui superficialmente si agitano tenerezze e coccole fuoriposto, ma dentro, al fondo, come un macigno nero e gelido, incombe l’orrore per la fine. Tutt’intorno una titanica e disperata tensione a mascherare tutto. Tra mille falsi sorrisi.

Diventa una tragedia, che nel tempo semina sempre più disperazione. Sì è persa l’occasione preziosissima, unica, di salutare per sempre chi si ama. Invece che proteggerlo dalla morte, lo abbiamo abbandonato da solo, solo, nelle sue fauci.

Sono momenti vertiginosi dove ti si strappa il cuore, ma che poi, con una pace grande come una montagna maestosa ti accompagna per tutta la vita.

Mamma intuiva che gli mancava poco, nulla lo faceva sospettare, ma tutti sapevamo che la fine si avvicinava, è morta dopo qualche mese. Ricordo perfettamente dove: mi guardò, con quella profondità con cui si guarda un panorama dall’orizzonte che giunge fino agli estremi confini, in quel momento da un’altura che io non vedevo, lei con uno sguardo abbracciò tutta la sua vita: “Sono stata una buona madre?”. Mi parlava come se ogni respiro fosse intriso dell’addio definitivo. Mi stava salutando, per sempre. Non ricordo proprio cosa gli ho detto, la facciata era composta, dentro balbettavo rotto tra le lacrime: ma so per certo che gli ho attestato tutto il mio amore e la mia gratitudine, sconfinate. Con il trasporto di un bambino. No, non mi sono tirato indietro. Le incomprensioni, le tensioni anche forti, talvolta dirompenti che ci sono state, tutto, tutto era perdonato e cancellato. Amato e abbracciato.

Accompagnare un genitore alla morte è un po’ averli bambini, li devi accudire, dare da mangiare, ma non sono bambini e non lo fai per lanciarli nella vita, lo fai per consegnarli alla fine. Attraverso un lento declino verso il buio. Eppure questi momenti che segnano il mistero della nostra vita come pochi, succubi di un mondo idiota, diventa sempre più una farsa penosa. Si diventa un rottame umano che fino alla fine afferma la propria caparbia tenacia come un immortale che non morirà mai, come se fossimo ancora nel vigore della vita, comandando a bacchetta, come un bambino capriccioso, figli e coniugi trasformati in schiavi.

Come sarà la mia fine? Ci penso spesso, con un po’ di sana apprensione ma anche con la curiosità di chi vuol sapere come finisce una storia, lieto in un Dio che abbraccia con amore ogni istante della mia miserabile esistenza liberandola da ogni paura.

Così per gli sposi: come sarà la nostra fine, chi dei due morirà prima?

Claudia abitava nel vecchio incasato, una di quelle casette fatte di stanze piccole piccole che, una sull’altra, arrivano a guardare il mare con una veduta di paradiso. La vedevo sempre in giro che portava a spasso il marito York, come lo chiamavano tutti, in carrozzella, ormai vegetale. Lo faceva con un amore e una gratitudine infinite, e lo diceva a tutti quelli che si fermavano a salutarli, a chiacchierare: “Non posso non farlo, per come quest’uomo mi ha amata!”. Lo diceva con lo sguardo di chi ancora è innamorato.

York è morto di li a poco. Claudia, lentamente ha perso la ragione, letteralmente impazzita d’amore per lui, per averlo perso. È morta dopo diversi anni, tutti consumati per lui.

Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sul tuo braccio;
perché forte come la morte è l’amore,
tenace come gli inferi è la passione:
le sue vampe son vampe di fuoco,
una fiamma del Signore!
Le grandi acque non possono spegnere l’amore
né i fiumi travolgerlo.

Come non voler bene a chi ami, se non lo sorprendi come fosse la prima volta, tutte le volte che lo vedi?

In questo sguardo ogni giorno è una sorpresa, un dono. La morte non giunge mai imprevista: attesa pazientemente, non impreparati.

In quei momenti sperimenti tutta la vertiginosa grandezza di essere uomini. Quando sei vicino ai chi ami, e abbracciando tutta la loro e la tua umanità li accompagni negli ultimi momenti a solcare quella soglia dove noi non possiamo ancora entrare, dove in realtà Lui è già passato, trionfatore, incatenando quei demoni oscuri che presidiavano ferocemente il passaggio nel buio e nell’orrore. In quei momenti si può anche arrivare a sorridere, a scherzare, pieni di una inspiegabile allegria. Tutto diventa attesa, attestata graniticamente da quella Presenza che tesse la densità di ogni istante, davanti alla quale tutte le schiere infernali e diaboliche con la loro feroce invidia e odio per noi umani non possono fare nulla, nulla. L’albero della croce è piantato su questa terra e nessuno potrà più estirparlo, e noi ci siamo aggrappati, con la forza con cui stringi la persona amata.

Attesa paziente, di qualcosa di bello e grande, in cui quei ricordi di bambino diventano veri, riconosciuti come promessa di qualcosa che ci attende. Nella compagnia definitiva di Colui che ci ama.


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