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Facciamo scoprire a tutti l’avvenimento del Natale attraverso la bellezza della poesia

dicembre 23, 2014 Giovanni Fighera

L’anno scorso, proprio nell’imminenza del Natale, riflettevamo come di solito non si studino al liceo o all’università neppure una poesia dedicata alla nascita di Gesù e non si racconti più la sua storia. La cultura contemporanea tende a mistificare la realtà tanto da trasformare il Natale nella festa della luce o in altre feste come accade in molti complessi scolastici. Le mostre di disegni dei bambini mostrano il sole o la luce, raramente il presepe. In linea con questa deriva culturale le antologie scolastiche escludono qualsiasi testo che racconti la storia di Gesù scritto dai letterati. In realtà, quasi tutti i grandi scrittori, malgrado la smemoratezza della critica letteraria, si sono cimentati con questo fatto.

In questi mesi nella nostra scuola abbiamo preparato un’antologia comprendente testi sul Natale in un percorso cronologico dall’antichità alla contemporaneità, divisi nei generi della poesia, della narrativa e del teatro. Curare quest’opera è stata una grande occasione per riscoprire un patrimonio vastissimo e interessante. Ho deciso di proporre ai lettori alcune poesie divise per secoli. Sarà un’opportunità di avvicinarci all’avvenimento della nascita del Signore attraverso la bellezza poetica.

Possiamo accompagnare i nostri doni con una poesia che testimoni il più bel regalo che sia stato fatto all’uomo, quello di un Dio che si fa bambino e compagno nel nostro cammino.

I PRIMI SECOLI

Efrem il Siro
(Nisibis 306- Edessa373)
«Dialogo tra i Magi e Maria»

I magi: «Una stella ci ha annunciato
che Colui che è nato è il re dei cieli.

Tuo figlio comanda gli astri,
che sorgono solo al suo ordine».

Maria: «E io vi rivelerò un altro segreto,
perché ne siate persuasi:
da vergine,  ho dato la luce a mio figlio.
Egli è figlio di Dio.

Andate, e annunciatelo alle genti!»

I magi: «Pure la stella ce l’aveva fatto conoscere,
che tuo figlio è figlio di Dio e Signore».

Maria: «Mari e monti lo testimoniano;
tutti gli angeli e tutte le stelle:
Egli è il figlio di Dio e il Signore.
Datene l’annuncio nelle vostre terre,
che la pace si diffonda nel vostro paese».

I magi: «Che la pace del tuo figlio
ci riporti nel nostro paese,
senza pericoli come siamo venuti,
e quando Egli dominerà il mondo,
che visiti e benedica la nostra terra».

Maria: «Esulti la Chiesa e intoni gloria,
per la venuta del figlio dell’Altissimo,
la cui luce ha illuminato cielo e terra,
benedetto Colui la cui nascita
allieta il mondo!».

SANT’AMBROGIO
(Treviri 339/340 – Milano 397)
«Nella notte della Natività»

Volgiti a noi, tu che guidi Israele
assiso sui Cherubini,
mostrati in faccia a Efraim, ridesta
la tua potenza e vieni.

O Redentore delle genti, vieni,
rivela al mondo il parto della Vergine;
ogni età della storia stupisca:
è questo un parto che si addice a Dio.

Non da seme virile
ma per l’azione arcana dello Spirito
il Verbo di Dio si è fatto carne,
fiorito a noi come frutto di un grembo.

Il verginale corpo s’inturgida
senza che il puro chiostro si disserri,
brillano le virtù come vessilli:
Dio nel suo tempio ha fissato dimora.

Esca da questo talamo nuziale,
aula regia di santo pudore,
il Forte che sussiste in due nature
e sollecito compia il suo cammino.

A noi viene dal Padre
e al Padre fa ritorno,
si slancia fino agli inferi
e riguadagna la sede di Dio.

Consostanziale e coeterno al Padre,
dell’umiltà della carne rivèstiti:
con il tuo indefettibile vigore
rinsalda in noi la corporea fiacchezza.

Già il tuo presepe rifulge
e la notte spira una luce nuova;
nessuna tenebra più la contamini
e la rischiari perenne la fede.

IL MEDIOEVO

SAN BERNARDO DI CHIARAVALLE
( Fontaine-lès-Dijon 1090 – Ville-sous-la-Ferté 1153)
«Signore Gesù, Tu sei nato per noi»

Signore Gesù, Tu sei nato per noi,
ti sei fatto bambino per noi,
sei venuto per noi.

La tua venuta è per noi necessaria,
o Salvatore nostro:
è necessaria la tua presenza.

Vieni nella tua immensa bontà,
abita in noi per la fede
e illumina la nostra cecità!

Rimani con noi
e difendi la nostra fragilità!

Se Tu sei con noi,
chi ci potrà ingannare?

Se Tu sei con noi,
che cosa non potremo in Te,
che ci dai forza?

Se Tu sei per noi, chi sarà contro di noi?

Tu sei venuto al mondo, Gesù,
per abitare in noi,
con noi e per noi,
per schierarti dalla nostra parte,
per essere il nostro Salvatore.

Grazie, Signore Gesù!

JACOPONE DA TODI
(Todi 1233 – Collazzone 1306)
«Cantico della Natività di Gesù Cristo», LXV

Omo chi vòl parlare,
emprima dé’ pensare
se quello che vòl dire
è utele a odire;
ché la longa materia
sòl generar fastidia,
el longo abriviare
sòle l’om delettare.

Abrevio mea ditta,
longezza en breve scripta;
chi cce vorrà pensare,
ben ce porrà notare.
Comenzo el meo dittato
de l’omo ch’è ordenato,
là ‘ve Deo
se reposa,
êll’alma ch’è sua sposa.

La mente sì è ‘l letto
co l’ordenato affetto;
el letto à quatro pedi,
como en figura el vidi.
Lo primo pè, prudenza,
lume d’entelligenza;
demustra el male e ‘l bene,
e co’ tener se déne.

L’altro pè, iustizia,
l’affetto en essercizia
(prudenza à demustrato,
iustizia à adoperato).
Lo terzo pè, fortezza:
portare onne gravezza,
per nulla aversetate
lassar la veretate.

Lo quarto è temperanza:
freno enn abundanza
et en prospere tate
profunda umeletate.
La lettèra
enfunata
de fede articulata,
l’articul’ l’à legati,
co li pè concatenati.

De paglia c’è un saccone,
la me’ cognizione,
co’ so’ de vile nato
e pleno de peccato.
De sopr’è ‘l matarazzo,
Cristo pro me pazzo
(o’ sse misse a venire
per me potere av‹i›re!).

Ècce uno capezzale,
Cristo ch’en croce sale;
mòrece tormentato,
con latrun’ acompagnato.
Stese ce so’ lenzola,
lo contemplar che vola:
specchio i devinitate,
vestito i umanetate.

Coperto è de speranza
a ddarme ferma certanza
de farme cittadino
en quell’abbergo devino.
La caritate ‘l iogne
e con Deo me coniogne;
iogne la vilitate
cun la divina bontate.

Ecco nasce un amore,
c’à emprenato el core,
pleno de disiderio,
d’enfocato misterio.
Preno enliquedisce,
languenno parturesce;
e parturesce un ratto,
nel terzo cel è tratto.

Celo umanato passa,
l’angelico trapassa
et entra êlla caligine
co ‘l Figliol de la Vergene.
Et è en Deo Un-Trino,
loco i sse mett’el freno
d’entelletto pusato,
l’affetto adormentato;

e dorme senza sonnia,
ch’è ‘n vere
tate d’onnia,
c’à repusato el core
ne lo divino amore.
Vale, vale, vale!
Ascenne per este scale,
cà po’ cedere en basso,
farì’ granne fracasso

IL CINQUECENTO

VITTORIA COLONNA
(Roma 1490 – Roma 1547)
SONETTO XXI
«Qui non è il loco umil, nè le pietose»

Qui non è il loco umil, né le pietose
Braccia della gran Madre, né i Pastori,
Né del pietoso Vecchio i dolci amori,
Né l’Angeliche voci alte e gioiose;
Nè dei Re sapienti le pompose
Offerte, fatte con soavi ardori:
Ma ci sei tu, che te medesmo onori,

Signor, cagion di tutte l’altre cose.
So che quel vero, che nasceti, Dio
Sei qui, nè invidio altrui, ma ben pietade
Ho sol di me; non ch’io giungessi tardo:
Non è il tempo infelice, ma son’io
Misera, che per fede ancor non ardo,
Come essi per vederti in quella etade.

SAN GIOVANNI DELLA CROCE
(Fontiveros 1542 – Ubeda 1591)
«Della nascita»

Poiché era arrivato il tempo
In cui nascere doveva,
Come uno sposo novello,
Dal talamo se n’uscì.

Abbracciava la sua sposa,
Che tra le braccia portava,
Mentre la Madre graziosa
Nel presepe lo posava.

Alcuni animali intorno
Se ne stavano quel giorno.
Canti dagli uomini uscivano,
Dagli angeli melodia:

Del matrimonio gioivano
Che tra questi due accadeva.
Però nel presepe Dio
Stava piangendo e gemeva,

Gioie queste che la sposa
Al matrimonio portava.
E la Madre era stupita
Quando il baratto osservava;

Il pianto dell’uomo in Dio
E nell’uomo beatitudine,
Ciò che dell’uno e dell’altro
Era insolita abitudine.

IL SETTECENTO

SANT’ALFONSO MARIA DE’ LIGUORI
(Napoli 1696 – Nocera de’ Pagani 1787)
«Quanno nascette ninno»

Il termine Ninno (=il Bambino) non lo traduciamo.
Quando nacque Ninno a Betlemme
Era notte e pareva mezzo giorno.
Mai le Stelle – luccicanti e belle
Si videro così:
E la più lucente
andò a chiamare i Magi ad Oriente.

Di prescia si  svegliarono gli uccelli
Cantando in una forma tutta nuova:
Pensa al grillo – con gli strilli,
E saltando di qua e di là;
E’ nato, è nato,
Dicevano, il Dio, che ci ha creato.

Nonostante fosse inverno, Nínno bello,
Spuntarono a migliara rose e fiori.
Come il fieno secco e tosto
Che fu posto – sotto di Te,
S’ingemmò,
E di fronde di fiori si vestì.

In un paese che si chiama Engaddi,
Fiorirono le vigne e spuntò l’uva.
Nínno mio saporitello,
Grappolino – d’uva -sei Tu;
Che tutto amore
Fai dolce la bocca, e poi ubriachi il cuore.

Non c’erano nemici per la terra,
La pecora pasceva col leone;
Con le caprette – si vide
Il leopardo giocare;
L’orso e il vitello
E con il lupo in pace l’agnellino.

Si rivoltò insomma tutto il Mondo,
Il cielo, la terra, il mare, e tutte le genti.
Chi dormiva – si sentiva
Nel petto il cuore saltare
Per l’allegrezza;
E si sognava pace e contentezza.

Guardavano le pecore i Pastori,
E un Angelo splendente più del sole
Comparve – e disse loro:
Non vi spaventate no;
Contenti e riso
La terra è diventata Paradiso.

Per voi è nato oggi a Betlemme
Del Mondo l’atteso Salvatore.
Dentro í panni lo troverete,
Non potete – mai sbagliarvi,
Avvolto,
E dentro al Presepio adagiato.

A milioni gli Angeli calarono
Con questi si misero a cantare:
Gloria a Dio, pace in terra,
Non più guerra – è nato già
Il Re d’amore,
Che dà allegrezza e pace a ogni cuore.

S-batteva il cuore in petto aí Pastori;
E l’uno all’altro diceva:
Ché tardiamo? – Presto, andiamo,
Ché me sento venir meno
Per il desiderio
Che ho di vedère il Nínno Dio.

Saltando, come cervi feriti,
Corsero i Pastori alla Capanna;
Là trovarono Maria
Con Giuseppe e la Gioia mia;
E in quel Viso
Provarono un morso di Paradiso.

Rimasero incantati e a bocca aperta
Per tanto tempo senza dire parola;
Poi fecero – lacrimando
Un sospiro per sfogarsi,
Dal [profondo del] cuore
Emisero a migliaia atti d’amore.

Con la scusa di offrire doni
Iniziarono da accostarsi piano piano
Nínno non li rifiutò,
Li accettò – come a dire,
Che mise loro
Le Mani sul capo e li benedisse.

Pigliando confidenza a poco a poco,
Chiesero il permesso alla Mamma:
Si mangiarono i Piedini
Coi bacetti – prima, e poi
Quelle Manine,
All’ultimo il Musetto e le Guancine.

Poi  assieme si misero a suonare
E a cantare con l’Angelo e Maria,
Con una voce – così dolce,
Che Gesù fece: a aa…
E poi chiuse
Quegli occhi aggraziati  e s’addormentò.

La ninnananna che cantarono mi pare
Dovesse essere quella che ora dico.
Ma intanto – che io la canto,
Immaginatevi di stare
Coi Pastori
Vicino a Nínno bello voi pure.

“Vieni sonno dal Cielo,
Vieni e addormenta questo Nennillo;
Per pietà, ché è piccino,
Vieni sonno e non tardare.

Gioia bella di questo cuore,
Vorrei sonno diventare,
Dolce, dolce per farti
Quest’occhi belli addormentare.

Ma se Tu per esser amato
Ti sei fatto Bambinello,
Solo amore e il sonnariello
Che dormire ti può far.

Mentre questo può far la nanna,
Per Te quest’anima è arsa e buona.
T’amo, t’a… Uh questa canzone
Già t’ha fatto assopire!
T’amo Dio – Bello mio,
T’amo Gioia, t’amo, t’a…

Cantando poi e suonando i Pastori
Tornarono alle mandrie un’altra vota:
Ma cosa vuoi? Più riposo
Non trovarono nel petto:
Al caro Bene
Facevano ogni poco va e vieni.

L’inferno solamente e i peccatori
Testardi come esso e ostinati
Si misero paura,
Perché nella tenebra – vogliono stare
I pipistrelli,
Fuggendo dal sole i bricconi.

Io pure sono nero peccatore,
Ma non voglio essere duro e ostinato.
Io non voglio più peccare,
Voglio amare – voglio stare
Con Nínno bello
Come ci stanno il bue e l’asinello.

Nennillo mio, Tu sei sole d’amore,
Fai luce e scaldi pure il peccatore
Quando è tutto – nero e brutto
Come la pece, tanto più
Lo tieni a mente,
E lo fai diventare bello e splendente.

Ma Tu mi dirai che hai pianto,
Affinché piangesse pure il peccatore.
Ho torto – ahi! fossi morto
un’ora prima di peccare!
Tu m’hai amato,
E io per paga t’ho maltrattato!

A voi, occhi miei, due fontane
Avrete da fare di lacrime piangendo
Per lavare – per scaldare
i piedini di Gesù;
Chissà che  placato
[non] Dica: via, che t’ho perdonato.

Beato me se ho questa fortuna!
Che mai posso più desiderare?
O Maria – Speranza mia,
Mentr’io piango, prega Tu:
Pensa che pure
Sei fatta Mamma dei peccatori.

NOVALIS
(Schloss Oberwiederstedt 1772 – Weißenfels 1801)
«Conforto del mondo, vieni»

Conforto del mondo, vieni!
Sgombro da ogni cosa, ti aspetto.
Si apre ogni cuore, come un vaso.
Oh benedizione! riempi questo vuoto!

Effondi il suo essere, oh Padre, con forza
allarga le tue braccia, separalo da te;
un dolce pudore lo trattiene, il mare del suo amore
innocente Gesù, non indugiare in te.

Mandalo nelle nostre braccia
soffio di te, caldo essere, Dio;
che radunato su di noi, greve nube
cumulo d’amore discenda.

In acque, fresca pioggia sul mondo
o in fuoco, attanagliato al suo oggetto,
in aria, unguento, suono, rugiada
da lui percorsa, terra lievitata!

Oh santità! guerra meravigliosa
nella sua cattiveria è chiuso il maligno;
inestinguibile scorre dai cieli
aria di paradiso che fiorisce.

Come respirando, terra con cielo,
s’innalza più molle ogni prato
aumenta ogni cosa come fiato
grembo che attira il suo cielo.

Si scioglie l’inverno; una culla
è l’inizio di ciò che germoglia
inizia di nuovo la terra
principio del mondo è un bambino.

Gli occhi sono colmi di Dio
ma vedono il suo volto redentore
coronato di fiori è il suo capo
ma lui stesso nei fiori, fiorito sorriso.

È Dio nella stella, Dio nel sole
è la fonte, acqua della vita
è nell’erba, nel sasso, nel mare, nella luce
sparso sorriso, Dio bambino.

Nelle cose c’è il suo gioco di bambino
il suo amore è insinuato in ogni cosa
dimentico di sé nel suo volo
si annida più stretto in ogni cuore.

È Dio per noi; in sé sconfinato bambino
un polline d’amore è il suo cuore.
È il nostro cibo, è colui che ci disseta;
la sua gioia è la nostra fedeltà.

Soffochiamo sotto tanta miseria
una luttuosa coperta è sul cuore
fa’ che incontriamo l’amato
tornerà da te, Padre, con noi.

TRA SETTECENTO E OTTOCENTO

VINCENZO MONTI
(Alfonsine 1754 – Milano 1828)
«Sopra il Santo Natale»

Sei tu quel Dio che in suo furor cammina
Per mezzo ai sette candelabri ardenti?
Che manda un guardo, e l’ultima ruina
Paventano crollando i firmamenti?

Dove sono le frecce alla fucina
Del Ciel temprate, e i fulmini roventi?
Dove il tuon? dove il turbo? e la divina
Ira, che scende a sgomentar le genti?

Amor (risponde), Amor le punte acute
Mi spezzò degli strali, e dalle stelle
Dio di pace or mi tragge in sua virtute.

Ei dalla man le folgori mi svelle.
Amor non viene a dispensar salute
Con lo spirto di nembi e di procelle.

WILLIAM BLAKE
(Londra 1757 – Londra 1827)
«Canto di culla»

Dall’oscurità, sogni beati
sul mio bimbo addormentato.
Dolci sogni, sogni portati
da raggi di luna argentati.
Dolce sonno, di soffice piuma
incorona il bimbo nella cuna.
Dolce sonno, Angelo mite,
proteggi il mio bimbo felice.

Nella notte, dolci sorrisi,
schiudetegli il paradiso.
Sorrisi dolci, materni sorrisi,
tutta la notte sempre sorrisi.
Gemiti dolci, sospiri leggeri
non cacciate il sonno dai suoi pensieri.
Gemiti dolci, sorrisi beati
come dolci colombe alate.

Dolce bimbo, sul tuo volto
un santo viso ho colto.
Un bimbo dolce come te
il tuo Creatore, pianse per me,
per me, per te, per tutti pianse,
quand’era bimbo ancora in fasce.

Sempre vedrai il suo volto,
celeste sorriso a te rivolto,
a te, a me, a tutti sorride.
Colui che bimbo un dì si fece.
Di ogni bimbo il sorriso é la sua luce,
cieli e terra alla pace riconduce.

L’OTTOCENTO

MANZONI (1785-1873)
«Il Natale»

Qual masso che dal vertice
di lunga erta montana,
abbandonato all’impeto
di rumorosa frana,
per lo scheggiato calle
precipitando a valle,
barre sul fondo e sta;

là dove cadde, immobile
giace in sua lenta mole;
né, per mutar di secoli,
fia che riveda il sole
della sua cima antica,
se una virtude amica
in alto nol trarrà:

tal si giaceva il misero
figliol del fallo primo,
dal dì che un’ineffabile
ira promessa all’imo
d’ogni malor gravollo,
donde il superbo collo
più non potea levar.

Qual mai tra i nati all’odio,
quale era mai persona
che al Santo inaccessibile
potesse dir: perdona?
far novo patto eterno?
al vincitore inferno
la preda sua strappar?

Ecco ci è nato un Pargolo,
ci fu largito un Figlio:
le avverse forze tremano
al mover del suo ciglio:
all’ uom la mano Ei porge,
che sì ravviva, e sorge
oltre l’antico onor.

Dalle magioni eteree
sgorga una fonte, e scende,
e nel borron de’ triboli
vivida si distende:
stillano mele i tronchi
dove copriano i bronchi,
ivi germoglia il fior.

O Figlio, o Tu cui genera
l’Eterno, eterno seco;
qual ti può dir de’ secoli:
Tu cominciasti meco?
Tu sei: del vasto empiro
non ti comprende il giro:
la tua parola il fe’.

E Tu degnasti assumere
questa creata argilla?
qual merto suo, qual grazia
a tanto onor sortilla
se in suo consiglio ascoso
vince il perdon, pietoso
immensamente Egli è.

Oggi Egli è nato: ad Efrata,
vaticinato ostello,
ascese un’alma Vergine,
la gloria d’lsraello,
grave di tal portato
da cui promise è nato,
donde era atteso usci.

La mira Madre in poveri
panni il Figliol compose,
e nell’umil presepio
soavemente il pose;
e l’adorò: beata!
innazi al Dio prostrata,
che il puro sen le aprì.

L’Angel del cielo, agli uomini
nunzio di tanta sorte,
non de’ potenti volgesi
alle vegliate porte;
ma tra i pastor devoti,
al duro mondo ignoti,
subito in luce appar.

E intorno a lui per l’ampia
notte calati a stuolo,
mille celesti strinsero
il fiammeggiante volo;
e accesi in dolce zelo,
come si canta in cielo
A Dio gloria cantar.

L’allegro inno seguirono,
tornando al firmamento:
tra le varcare nuvole
allontanossi, e lento
il suon sacrato ascese,
fin che più nulla intese
la compagnia fedel.

Senza indugiar, cercarono
l’albergo poveretto
que’ fortunati, e videro,
siccome a lor fu detto
videro in panni avvolto,
in un presepe accolto,
vagire il Re del Ciel.

Dormi, o Fanciul; non piangere;
dormi, o Fanciul celeste:
sovra il tuo capo stridere
non osin le tempeste,
use sull’empia terra,
come cavalli in guerra,
correr davanti a Te.

Dormi, o Celeste: i popoli
chi nato sia non sanno;
ma il dì verrà che nobile
retaggio tuo saranno;
che in quell’umil riposo,
che nella polve ascoso,
conosceranno il Re.

HEINRICH HEINE
(Düsseldorf 1797 – Parigi 1856)
«I tre re santi dall’Oriente»

I re Magi venian dall’Oriente
e chiedevano in ogni città
«La sapete la via, buona gente?
Da che parte al presepe si va?».
Ma nessuno la seppe dir loro,
e i re Magi ripreser la strada,
i re Magi seguir l’astro d’oro,
che brillava cortese lassù.
Sostò l’astro su l’umile tetto
di Giuseppe, i re Magi v’entrar;
mugghiò il bue, strillò il Pargoletto;
e i tre santi re Magi cantar.

PAUL VERLAINE
(Metz 1844 – Parigi 1896)
«Natale»

Gesù bambino, come dobbiamo essere
se vogliamo vedere Dio Padre:
accordaci allora di rinascere

come puri infanti, nudi, senz’altro rifugio
che una stalla, e senz’altra compagnia
che un asino e un bue, umile coppia;

d’avere infinita ignoranza
e l’incommensurabile debolezza
per cui l’umile infanzia è benedetta;

di non agire senza che nonnulla ferisca
la nostra carne tutta via innocente
ancora perfino d’una carezza,

senza che il nostro misero occhio non senta
dolorosamente perfino il chiarore
dell’alba impallidire appena,

della sera che cade, suprema luce,
senza provare altra voglia
che d’un lungo sonno tiepido e smorto.

Come puri infanti che l’aspra vita
destina – a quale meta tragica
o felice? – o folla asservita

o libera truppa, a quale calvario?

ARTHUR RIMBAUD
(Charleville 1854 – Marsiglia 1891)
«Natale sulla Terra»

Dallo stesso deserto,
nella stessa notte,
sempre i miei occhi stanchi si destano
alla stella d’argento,
sempre,
senza che si commuovano i Re della vita,
i tre magi, cuore, anima, spirito. Quando
ce ne andremo di là
dalle rive e dai monti,
a salutare la nascita del nuovo lavoro,
la saggezza nuova,la fuga dei tiranni e dei demoni,
la fine della superstizione,
ad adorare – per primi! – Natale sulla terra!

TRA OTTOCENTO E NOVECENTO

GABRIELE D’ANNUNZIO
(Pescara 1863 – Gardone Riviera 1938)
«I re Magi»

Una luce vermiglia
risplende nella pia
notte e si spande via
per miglia e miglia e miglia.

O nova meraviglia!
O fiore di Maria!
Passa la melodia
e la terra s’ingiglia.

Cantano tra il fischiare
del vento per le forre,
i biondi angeli in coro;
ed ecco Baldassarre
Gaspare e Melchiorre,
con mirra, incenso ed oro.

GIOVANNI PASCOLI
(San Mauro di Romagna 1855 – Bologna 1912)
«Le ciaramelle»

Udii tra il sonno le ciaramelle,
ho udito un suono di ninne nanne.
Ci sono in cielo tutte le stelle,
ci sono i lumi nelle capanne.

Sono venute dai monti oscuri
le ciaramelle senza dir niente;
hanno destata ne’ suoi tuguri
tutta la buona povera gente.

Ognuno è sorto dal suo giaciglio;
accende il lume sotto la trave;
sanno quei lumi d’ombra e sbadiglio,
di cauti passi, di voce grave.

Le pie lucerne brillano intorno,
là nella casa, qua su la siepe:
sembra la terra, prima di giorno,
un piccoletto grande presepe.

Nel cielo azzurro tutte le stelle
paion restare come in attesa;
ed ecco alzare le ciaramelle
il loro dolce suono di chiesa;

suono di chiesa, suono di chiostro,
suono di casa, suono di culla,
suono di mamma, suono del nostro
dolce e passato pianger di nulla.

O ciaramelle degli anni primi,
d’avanti il giorno, d’avanti il vero,
or che le stelle son là sublimi,
conscie del nostro breve mistero;

che non ancora si pensa al pane,
che non ancora s’accende il fuoco;
prima del grido delle campane
fateci dunque piangere un poco.

Non più di nulla, sì di qualcosa,
di tante cose! Ma il cuor lo vuole,
quel pianto grande che poi riposa,
quel gran dolore che poi non duole;

sopra le nuove pene sue vere
vuol quei singulti senza ragione:
sul suo martòro, sul suo piacere,
vuol quelle antiche lagrime buone!

RAINER MARIA RILKE
(Praga 1875 – Montreux 1926)
«La nascita di Gesù»

Se in te semplicità non fosse, come
T’accadrebbe il miracolo
di questa notte lucente? Quel Dio,
vedi, che sopra i popoli tuonava
si fa mansueto e viene al mondo in te.

Più grande forse lo avevi pensato?
Se mediti grandezza: ogni misura umana
dritto attraversa ed annienta
l’inflessibile fato di lui. Simili
vie neppure le stelle
hanno. Son grandi, vedi, questi re;
e tesori, i più grandi agli occhi loro,
al tuo grembo dinanzi essi trascinano.
Tu meravigli forse a tanto dono:
ma fra le pieghe del tuo panno guarda,
come ogni cosa Egli sorpassi già.
Tutta l’ambra imbarcata dalle terre più remote,
i gioielli aurei, gli aromi
che penetrano i sensi conturbanti:
tutto questo non era che fuggevole
brevità: d’essi, poi, ci si ravvede;
ma è gioia – vedrai – ciò che Egli dà.

GUIDO GOZZANO
(Torino 1883 – Torino 1916)
«La notte santa»

– Consolati, Maria, del tuo pellegrinare!
Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei.
Presso quell’osteria potremo riposare,
ché troppo stanco sono e troppo stanca sei.

Il campanile scocca
lentamente le sei.

– Avete un po’ di posto, o voi del Caval Grigio?
Un po’ di posto per me e per Giuseppe?
– Signori, ce ne duole: è notte di prodigio;
son troppi i forestieri; le stanze ho piene zeppe

Il campanile scocca
lentamente le sette.

– Oste del Moro, avete un rifugio per noi?
Mia moglie più non regge ed io son così rotto!
– Tutto l’albergo ho pieno, soppalchi e ballatoi:
Tentate al Cervo Bianco, quell’osteria più sotto.

Il campanile scocca
lentamente le otto.

– O voi del Cervo Bianco, un sottoscala almeno
avete per dormire? Non ci mandate altrove!
– S’attende la cometa. Tutto l’albergo ho pieno
d’astronomi e di dotti, qui giunti d’ogni dove.

Il campanile scocca
lentamente le nove.

– Ostessa dei Tre Merli, pietà d’una sorella!
Pensate in quale stato e quanta strada feci!
– Ma fin sui tetti ho gente: attendono la stella.
Son negromanti, magi persiani, egizi, greci…

Il campanile scocca
lentamente le dieci.

– Oste di Cesarea… – Un vecchio falegname?
Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente?
L’albergo è tutto pieno di cavalieri e dame
non amo la miscela dell’alta e bassa gente.

Il campanile scocca
le undici lentamente.

La neve! – ecco una stalla! – Avrà posto per due?
– Che freddo! – Siamo a sosta – Ma quanta neve, quanta!
Un po’ ci scalderanno quell’asino e quel bue…
Maria già trascolora, divinamente affranta…

Il campanile scocca
La Mezzanotte Santa.

È nato!
Alleluja! Alleluja!

È nato il Sovrano Bambino.
La notte, che già fu sì buia,
risplende d’un astro divino.
Orsù, cornamuse, più gaje
suonate; squillate, campane!
Venite, pastori e massaie,
o genti vicine e lontane!

Non sete, non molli tappeti,
ma, come nei libri hanno detto
da quattro mill’anni i Profeti,
un poco di paglia ha per letto.
Per quattro mill’anni s’attese
quest’ora su tutte le ore.
È nato! È nato il Signore!
È nato nel nostro paese!
Risplende d’un astro divino
La notte che già fu sì buia.
È nato il Sovrano Bambino.

È nato!
Alleluja! Alleluja!

GILBERT KEITH CHESTERTON
(Londra 1874 – Beaconsfield 1936)
«Canto di Natale»

Nel grembo di Maria giaceva il Bimbo
la sua chioma era simile a una luce
(stanco e disfatto è il mondo, ma qui tutto
proprio tutto va bene).
Sul seno di Maria giaceva il Bimbo
la sua chioma era simile a una stella
(sono astiosi e astuti tutti i re
ma qui sinceri i cuori).
Sul cuore di Maria giaceva il Bimbo
ed era la sua chioma come il fuoco
(stanco è il mondo, ma del mondo
è questo il desiderio).
Stava Cristo ai ginocchi di Maria
la sua chioma pareva una corona.
E tutti i fiori a lui guardavan su
tutte le stelle giù.

IL NOVECENTO

SALVATORE QUASIMODO
(Modica 1901 – Napoli 1968)
«Natale»

Guardo il presepe scolpito,
dove sono i pastori appena giunti
alla povera stalla di Betlemme.
Anche i Re Magi nelle lunghe vesti
salutano il potente Re del mondo.
Pace nella finzione e nel silenzio
delle figure di legno: ecco i vecchi
del villaggio e la stella che risplende,
e l’asinello di colore azzurro.
Pace nel cuore di Cristo in eterno;
ma non v’è pace nel cuore dell’uomo.
Anche con Cristo e sono venti secoli
il fratello si scaglia sul fratello.
Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino
che morirà poi in croce fra due ladri?

UMBERTO SABA
(Trieste 1883 – Gorizia 1957)
«A Gesù Bambino»

La notte è scesa
e brilla la cometa
che ha segnato il cammino.
Sono davanti a Te, Santo Bambino!
Tu, Re dell’universo,
ci hai insegnato che tutte le creature sono uguali,
che le distingue solo la bontà,
tesoro immenso, dato al povero e al ricco.
Gesù, fa’ ch’io sia buono,
che in cuore non abbia che dolcezza.
Fa’ che il tuo dono
s’accresca in me ogni giorno
e intorno lo diffonda,
nel Tuo nome.

GIUSEPPE UNGARETTI
(Alessandria d’Egitto 1888 – Milano 1970)
«Natale»

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade
Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare.

ANNA MARIA CÀNOPI
(Pecorara 1931)
«Altro Natale»

Altro Natale:
culle insanguinate
senza lacrime di madri,
pianti sconsolati di fame
senza latte, senza pace,
senza ninne nanne.

Altro Natale
non con il piccolo presepe
tra gente semplice, fedele,
ma su strade d’asfalto,
tra l’urlo dei motori
nel brivido della morte violenta.

Altro Natale
senza compassione
dove Tu, Dio,
vuoi nascere ancora
per amare con cuore d’uomo.
Vieni, non mancare,
perché c’è sempre Lei ad aspettarti
in mezzo a noi:
la Povera,
la Vergine,
la Madre.

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2 Commenti

  1. Raider scrive:

    Poesie bellissime, quelle dei Santi sono fuori concorso per manifesta superiorità celeste, ma molto commoventi sono quelle scritte da chi non t’aspetteresti: Gozzano, Rilke, Rimbaud, Novalis, Blake… Le figure degli autori danno una risonanza particolare alle poesie di Verlaine e di Monti (forse, trattato ingiustamente dalla critica sulla scorta dei giudizi di un Foscolo impietoso e del micidiale Leopardi).
    Ma, con tutto il rispetto, mi chiedo che ci stia a fare Ungaretti. La sua poesia si sarebbe potuta intitiolare “Inverno” o “Ipocondria” o “Come volete”; come nelle sue poesie di guerra c’è tutto, tranne la guerra e la poesia. Ora che lo si ridimensiona anche nelle antologie scolastiche, spero, se doveste pubblicare memorie, letterarie e non, della Grande Guerra, che non ci metterete pure lui. Non sono esterofilo, ma meglio “Pour l’election de son sepulcre”, di Ezra Pound – che in guerra che non ci andò – e dei War Poets inglesi, che in guerra ci andarono e come Wilfried Owen, ci restarono.
    Come che sia: grazie per questa carrellata di parole, starei per dire, divine! E ancora auguri.

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